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I fiori appassiti di un malinconico Don Giovanni

I fiori appassiti di un malinconico Don Giovanni

Jim Jarmusch perde il pelo, ma non il vizio. E continua a farci ridere, come se fosse ieri, come se fossimo sempre i carcerati di Daunbailò (Down by law, 1986) che cercano la fuga dalla (nella) vita.
E con questo Broken flowers, ancora una volta, non delude le aspettative. L’ultima opera è un postmoderno pastiche dove i generi compaiono per essere irrisi del loro statuto, smaccatamente sbeffeggiati dal loro demiurgo, camuffati, negati: per questo meravigliosamente vivi.
Ecco che la detective story su cui si basa il film (la ricerca misteriosa di un personaggio mai visto) è in realtà solo il bersaglio preferito di Jarmusch per dimostrarci la comica inestricabilità che la regola: il suo vano gironzolare intorno alle cose per provare a dirci cos’è la verità. Sì, ma poi cosa è la Verità?

Per non parlare del genere love-story ostentato nella chiarezza dei suoi colori da fotoromanzo, delle sue scenografie domiciliari ovattate e dei suoi fiori rosa profumati; no, tranquilli, Jarmusch non si è addolcito con l’età, ma acidamente sfrutta tutti i topoi sentimentali per spremerne la loro stucchevolezza e la maledetta falsità di cui sono permeati.
E così ogni donna che il nostro anti-eroe recupera sulla sua strada non gli propone una risposta, come lui anela, ma un ennesimo annientamento del proprio sé, del suo essere “Don”.
Don come Don Giovanni, di cui Bill Murray interpreta impeccabilmente la corrosa muta contro-figura senile, stretta sul divano della malinconia, come mummificata nella sua tuta da pugile incapace a darle, ma bravissimo a prenderle. Condannata a fissare il vuoto con fiori morenti accanto. Perché questo è il vero significato dei fiori. Che nascono rosa, e appassiscono peggio.

Non è un caso che Don, in sintonia con la natura, per star bene metta su il mortifero Requiem op. 48 di Gabriel Faurè piuttosto che le frizzanti melodie etiopiche che l’amico Winston gli propone.
Insomma, a Jarmusch della ricerca di questo figlio non gliene importa proprio niente.
Nella vita l’unica cosa importante è comunque ricercare, senza, però, avere la presunzione di trovare la soluzione. Perché questa si nasconde profondamente, si fotocopia nelle cose e ci fa perdere la sua percezione. È nella finale paralisi della coscienza che Don, sul niente ricavato dalla sua stempiata quiete, capisce tutto.
Capisce che nel suo puzzle non ricomporrà la figura, perché la figura resta un’utopia.
Ma intanto è sceso in strada, cacciatore su un’utilitaria, a spiare la vita.
E mentre guarda la macchina con l’ennesimo clone di suo figlio (o è suo figlio?) sembra proprio il Don Giovanni del film che Murray all’inizio guarda in televisione. Quel Don Giovanni che guarda sornione il suo funerale in corso e che ammette di trovarlo divertente.
Quant’è amara la malinconia, quant’è duro il senso di una paternità mancata e quello di una vita che non ha logica proprio come un romanzo giallo irrisolto; ma soprattutto quant’è grande Jarmush a raffigurarci, a ironizzare sulle nostre vite sbilenche, unico, da maestro qual è, nel farci ridere anche dinanzi ai nostri funerali. Che ci chiamiamo Don (Giovanni) o meno.

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