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Greed

Greed

Abuso del caro vecchio Von Stroheim e del suo più brillante capolavoro nell’introdurre questo documentario, perché Greed (id., Eric Von Stroheim, 1924) dimostra quanto già nei primi anni del novecento si capisse come l’America sarebbe diventata con gli anni e col potere. Questo film non è solo la precisa cronaca di uno scandalo finanziario ma è uno specchio della mentalità made in Usa, dove il denaro più di ogni altra cosa è l’obiettivo, la causa e la ragione di tutto.
L’opera di Gibney, che mira a far luce sulle beghe delle classi dirigenziali, prosegue il discorso iniziato qualche anno fa da Moore e portato avanti negli anni sempre più frequentemente da autori indipendenti americani, a tal proposito si ricordano almeno i più celebri The corporation (id., Jennifer Abbott e Mark Achbar, 2003) e Supersize me (id., Morgan Spurlock, 2004).

I fatti noti ai più riguardano un gruppetto di manager che, a mo’ di Tanzi in Italia, per anni sono riusciti a far credere di essere la più innovativa impresa americana (la Enron, operativa in ambito energetico) e quella che guadagnava più soldi di tutti. Per dieci anni, anche se sembra folle, hanno falsificato i bilanci e mascherato i debiti enormi nei modi più fantasiosi e crudeli (attraverso società fantasma e lo sfruttamento della liberalizzazione del mercato energetico in California), fino al giorno in cui il loro castello di carta all’apparenza di marmo è crollato, lasciando in tre settimane trentamila dipendenti a casa e una perdita agli azionisti di sei miliardi di dollari. I fatti raccontati fanno accapponare la pelle e impallidire. Finiscono un po’ tutti nella schiera dei cattivi, compresi Schwarzy e i Bush, che come loro consuetudine non mancano mai di avere una posizione rilevante in scandali di questo tipo.
Tecnicamente il lavoro di Gibney è impeccabile, la narrazione è ottimamente costruita, si potrebbe definire persino fordiana nel suo svolgimento lineare e nell’uso sistematico di colpi di scena capaci di rendere avvincente oltre che interessante la sequenza degli eventi. La cronaca è suddivisa in capitoli che presentano prima gli attori protagonisti di questa saga della falsità e poi i momenti culminanti di questa tragedia di stampo shakespeariano.

Il film, in Italia presente in pochissime sale e sottotitolato, è articolato però in modo troppo specifico. I laureati in Economia e Ingegneria certamente faranno meno fatica ma concetti come mark-to-market e deregulation, per quando esplicati in modo comprensibile, non permettono una chiarezza totale delle tesi riportate. Va detto in sua difesa che forse, raccontato in altro modo, questo documentario non avrebbe lo stesso impatto sul pubblico.
Non voglio sembrare moralista ma bisognerebbe far vedere questo film a scuola, per far capire quanto il mondo a volte sia più folle di quanto non sembri già. La triste realtà invece è che questa pellicola sarà vista da pochi spettatori e che i grandi capi della Enron e i loro grandi avvocati, quando nel 2006 si troveranno davanti un giudice per difendersi da novantotto capi d’accusa, rischieranno di farla franca ancora una volta.

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