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cultura dell'immagine e della parola

Five six seven eight!

Five six seven eight!

La musica e le immagini che i ballerini disegnano sul palcoscenico coinvolgono lo spettatore fin dal primo momento e ci si ritrova immersi nella Chicago fine anni ’20 ricostruita nel film. I balletti iniziali sono tutti da gustare e da tenere ben stretti, soprattutto perché quelli che seguiranno percorrono, dal punto di vista della qualità, una parabola discendente. Il musical risale al 1975 ma la sua versione cinematografica resta attualissima e fortemente critica di molti aspetti della realtà sociale di ieri come di oggi. La lettura critica dell’opera è, per dire il vero, agli antipodi della lussureggiante, travolgente e briosa messa in scena teatrale, e fotografa uno spaccato di quotidiano che angoscia. La protagonista è una fedifraga, narcisista ed egocentrica con la mania di apparire a tutti i costi e cura la propria immagine in modo particolareggiato e metodico. Il suo amante è un approfittatore, cerca piacere fisico ed evasione da una famiglia probabilmente allo sbando dove deve mantenere 5 figli, e non esita a mentire egoisticamente per ottenere ciò che vuole. E’ un violento e viene assassinato. La diva Velma Kelly è gelosa e vanitosa, non esita ad uccidere (non si sa se dopo aver bevuto in abbondanza oppure no); finisce in carcere. Qui la secondina è una corrotta, familiarizza con le detenute ma solo a pagamento, orienta le proprie simpatie a seconda della convenienza e del denaro, fa presto a cambiare partito. Più o meno della stessa pasta è l’avvocato, con l’aggravante di dissimulare il vero interesse morboso per i soldi dietro un buonismo di facciata. I quattrini per lui contano tanto quanto il culto di sé, sicuramente molto di più delle sorti dei clienti, utili solo per coltivare la propria immagine pubblica di uomo di successo. E’ impassibile nel dire menzogne, spregiudicato nella pianificazione delle azioni. E poi ci sono i giornalisti. Dei perfetti babbei che scrivono quello che gli si fa credere, conniventi con il sistema che gli fornisce gli scoop, veri o falsi che siano, chiave d’accesso per la manipolazione della massa. Gli unici onesti sono i fessi, quelli che ci rimettono. Uno è il marito fedele e lavoratore di Roxie che viene abbandonato, schernito e spennato per le spese processuali della moglie. L’altra è una detenuta straniera, presumibilmente unica innocente tra le sue compagne di cella, che, debole dal punto di vista socio-economico, sarà anche l’unica a finire giustiziata. Questa è forse la cosa più agghiacciante del film. L’esecuzione di una condannata, innocente, rimane come un’ombra a turbare la rappresentazione spensierata della macchina sociale che incurante delle sue contraddizioni procede con brio. Possiamo sorridere su tutto, provare a giustificare molti atteggiamenti, ma questa è un’accusa pesante, su cui pensare veramente. Più reale di Moulin Rouge nonostante i personaggi da commedia dell’arte, più divertente nonostante l’inquietudine di fondo, estremamente coinvolgente. Renée Zellweger è irriconoscibile dai tempi di Bridget Jones, Zeta-Jones subisce la concorrenza della compagna, una grande Queen Latifah ci ricorda la supremazia delle tonalità afro in fatto di musica e canto. Certo 13 oscar sono molti ma il lavoro è decisamente ben fatto.

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