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cultura dell'immagine e della parola

Da Vienna a New York, senza ritorno

La riduzione cinematografica del “Doppio Sogno” di Arthur Schnitzler trasporta nella New York degli anni novanta le atmosfere rarefatte, sfocate, inquietanti della Vienna a cavallo tra Ottocento e Novecento. La novella, datata 1926, ma già abbozzata a partire dal 1907, ha come titolo originale “Traumnovelle”: dunque una “novella del sogno”, un racconto onirico. Il nucleo del romanzo, come quello del film, consiste proprio nei due sogni di Fridolin e Albertine, marito e moglie. Sogno a tutti gli effetti quello della donna, ma così intenso e sconvolgente da sembrare reale, ed esperienza concreta quella del marito, e insieme talmente assurda e incredibile da sembrare generata dal sonno. I momenti principali del film si discostano poco dal racconto: anzi certe parti sono ricalcate direttamente, e quasi ogni elemento del libro è riportato nella versione per immagini. Anzi è proprio quest’ultima ad aggiungere elementi, come quello della donna che il dottore soccore durante la festa iniziale, e che in seguito si rivelerà di grande importanza. Tuttavia nella pellicola l’estensione delle due “esperienze oniriche” è invertita; l’allucinante convegno notturno a cui assiste il medico è nel libro meno esplicito: Fridolin non fa in tempo ad assistere allo spettacolo orgiastico dei convitati, ma può solo intuire, tormentarsi con l’idea di ciò che in quella villa può diventare realtà. Tutto il suo desiderio si concentra su quella figura di donna che in seguito lo salverà, che lo proteggerà senza averne motivo. Il sogno di Albertine, al contrario, è nel racconto molto più ampio, particolareggiato, ricco di dettagli che non sia nel film; dettagli che possono sembrare insignificanti e che invece lo rendono psicanaliticamente più completo: qui l’influenza che la nascente scienza esercita sull’autore emerge con decisione.
Nel Doppio Sogno ci è dato di capire come il dottore continui a sentirsi, anche dopo tutte le peripezie notturne, ancora in diritto di vendicarsi dell’avventura solo sognata dalla moglie, e tutto il suo girovagare, il suo ricercare l’avventura, l’insolito, rimanga poi sempre un qualcosa di insoluto, patetico. Albertine invece, senza agire, senza cercare vive un’esperienza più completa di quella del marito, anche se irreale. Nel libro il lettore è reso partecipe dei moti interiori del dottore, delle sue pulsioni segrete, del misto di odio-tenerezza che prova verso sua moglie alla scoperta di questa nuova dimensione del loro rapporto, di questa realtà non confessata fino a quel momento, forse nemmeno a loro stessi, che mina ogni apparente sicurezza e stabilità: il giorno successivo ai “sogni” dopo aver passato alcuni momenti con la famiglia, egli si rende conto che “(…) tutto quell’ordine, quell’armonia, quella sicurezza della sua esistenza non erano che apparenza e menzogna.”
Inevitabilmente chi si trova a dover tradurre per immagini un testo letterario si trova subito di fronte ad un’ enorme difficoltà: fare capire per “visioni” ciò che sulla carta può essere spiegato con pienezza, e, nel caso di un grande scrittore, pieno possesso di mezzi espressivi. [img4]Specialmente poi se il testo da tradurre in cinema è prevalentemente basato su moti interiori, su pulsioni individuali, indecifrabili persino per chi le prova, ecco che l’impresa è quanto mai ardua. Ma il cinema è pieno di film resi grandi da personaggi che riescono in quest’impresa: il colonnello Kurtz di “Apocalypse Now” tanto per citarne uno tornato d’attualità. Più che il regista, o al pari di esso, può forse l’attore: e Tom Cruise, che interpreta il dottore, chiamato a così alta impresa risponde con dignità, ma senza sapere infondere al personaggio quella profondità interiore che dà alla finzione il soffio della vita. Forse “Eyes Wide Shut” si blocca qui: non fa rimpiangere “Doppio Sogno”, ma neanche riesce ad ottenere vita autonoma dal libro, da cui rimane dipendente.
Chissà se per la coppia Cruise-Kidman interpretare marito e moglie sulla scena non sia stato, invece che un vantaggio, una difficoltà… o se anche loro, come Fridolin e Albertine, siano stati toccati, magari proprio mentre giravano le sequenze oniriche, da “quell’ombra di avventura, di libertà e di pericolo” che fa vacillare l’edificio delle nostre ottuse, puerili, umanissime illusioni.

Traumnovelle, Arthur Schnitzler; (1926). Edizione italiana: Doppio sogno, Adelphi (1988)
Eyes wide shut, Stanley Kubrick (1999)

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