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Sotto quel cielo – Berlino 2012, giorno 2

Il giovanissimo Thomas Horn sul red carpet di Molto forte, incredibilmente vicinoFuori concorso passa oggi a Berlino una delle pellicole più attese, Molto forte, incredibilmente vicino di Stephen Daldry, tratto dal secondo omonimo romanzo dello scrittore americano Jonathan Safran Foer (dal primo, Ogni cosa è illuminata, Liev Schreiber riuscì a realizzare un bellissimo film presentato qualche anno fa alla Mostra di Venezia). La tragedia dell’11 settembre 2001 visto attraverso lo sguardo di un bambino di 9 anni, Oskar (lo straordinario debuttante Thomas Horn) alle prese con la difficile morte del padre (Tom Hanks) avvenuta a New York in quel giorno indimenticabile. Da quei momenti, e dal quel poco che il padre è riuscito a dire al figlio (nella segreteria telefonica), prima di morire dentro la torre, e a lasciare (una busta scoperta per caso con all’interno una chiave), Oskar dovrà ricercare quei tasselli mancanti per riuscire a superare quel dolore, insieme anche alla madre (Sandra Bullock), ma soprattutto a portare a termine una missione fino a quel momento incompiuta. Da quel nome, Black, scritto sulla busta, Oskar inizia a cercare, pianificando, incontrando persone, ascoltando le loro storie, dapprima solo, poi con l’aiuto dell’anziano affittuario muto della casa della nonna, interpretato da Max Von Sydow. Non trova la verità che cerca, ma ogni incontro gli restituisce qualcosa, un regalo, perché da una tragedia, anche la più insensata, si può ancora rinascere. Daldry si attiene al romanzo di Foer, eccetto per la parte narrativa su Dresda, lavorando in maniera minuziosa, quanto empatica, alternando evocazione ed emozione, sulla perdita tanto quanto sull’essere impreparati e vulnerabili. Ma la pellicola parla anche di come rialzarsi, guardando avanti, facendosi forza con chi è rimasto, e con quello che c’è rimasto, dandosi una ragione anche nella disperazione più profonda. Thomas Horn è incredibilmente bravo, un talento sbocciato anche grazie al lavoro con Daldry (uno dei registi maggiormente sensibili nel lavoro con gli adolescenti, basta pensare a Jamie Bell in Billy Elliot), è lui il protagonista assoluto ovviamente, insieme a Von Sydow, candidato all’Oscar per questa interpretazione, che qui tira fuori tutto il meglio del suo repertorio teatrale fatto di gesti, sguardi, mimiche, mai banali, per un interprete sempre vivo, interessante anche nei suoi silenzi. Non è un film memorabile, ma ha il potere di risvegliare la memoria, anche di chi vorrebbe dimenticare, ma non può.

Il concorso principale va avanti con altre due pellicole. À moi seule (Coming Home), del francese Frèdèric Videau, narra la storia di un rapimento di una bambina e del successivo rapporto tra la ragazza e il suo carceriere, anni in cui i due diventano quasi complici, tanto che una volta liberata, non riuscirà più a essere serena nella sua casa d’origine. Il senegalese Tey invece, diretto da Alain Gomis, racconta la storia di un ragazzo nel suo ultimo giorno di vita prima di essere sacrificato a nome della Comunità. In un “viaggio” di un giorno incontrerà tutte le persone della sua vita, ripensando a quello che è stato, in attesa che il destino possa compiersi definitivamente. Proprio questa pellicola, accolta un po’ freddamente dalla stampa, potrebbe inaspettatamente rivelarsi come una delle più mirate del programma.

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