hideout

cultura dell'immagine e della parola

Sex and the City

Sex and the City

Corpi con un’anima fuori sync camminano per la città che non dorme mai. Un ritratto dolente e addolorato quello di Brandon, trentenne di successo dalla interiorità malata. Facile vedere in questo personaggio un simbolo di una società occidentale post/in crisi (d’astinenza?), capace di vedere la “corretta strada” e incapace di percorrerla. Una parabola patinata e laica, in cui la vergogna per se stessi è l’alibi più facile a cui attaccarsi per non cambiare. «Corrotti, viscidi, lascivi» sono le prime parole che sentiamo pronunciare nel film (a parte un messaggio in segreteria telefonica), ma non sono un attacco, bensì un messaggio promozionale, utile ad autoassolversi. Come a dire: se la società fa schifo, non guariamola, troviamo qualcosa con cui sostituirla. Ecco allora che la città, una New York plastica, livida, patinata, ma anche sporca e stranamente spoglia, fa da perfetta cornice alla vergogna di Brandon per la propria povertà emotiva, tempestandolo di pubblicità di studi medici, cure e metodi di auto-aiuto, in un continuo sos subliminale.

Uno strano male quello della dipendenza da sesso, che slega la gioia dal piacere, riducendo l’orgasmo a mero impulso chimico. Eppure il malato/drogato Brandon si è creato una normale quotidianità di masturbazione, prostitute, riviste e chat erotiche, nel quale riesce a (sopra)vivere senza mettersi alla prova. L’arrivo della speculare sorella Sissy – rumorosa, colorata, emotiva, altrettanto malata – mette Brandon (e lo spettatore) in crisi. La sua voce lo fa stare bene, la sua presenza lo disturba. Riflesso in lei, sente una mancanza, ma contemporaneamente si riconosce e si spaventa. La vergogna che sa tenere sotto controllo, si libera e si amplifica. Per Sissy è lo stesso e la ricerca del tassello mancante denominato amore diventa fin troppo dolorosa. Perché nella società iperconnessa post/in crisi (d’astinenza, ma di cosa?), l’intimità è ciò che ci spaventa di più.

Possiamo farci avvicinare da una canzone, da un cartoon alla tv, ma la vergogna e la paura dell’inadeguatezza serpeggiano, scindendo desiderio e volontà. E mentre Brandon e Sissy brancolano verso un (im)possibile «a brand new start of it, in old New York, New York», sentiamo che la loro parabola parla di noi, delle nostre paure, dei nostri troppi percorsi da intraprendere. Una volta chiesa, famiglia, società, politica ci fornivano mappe e indicazioni, divieti e imposizione. Oggi, lasciati a noi stessi, ancora immaturi e ancorati al nostro residuo neandertaliano, sentiamo che ogni direzione è quella buona, è quella sbagliata. Noi restiamo vivi e tornare indietro ci fa provare troppa vergogna.

Nota a margine: Shame è l’opera seconda di Steve McQueen, autore di Hunger (2008), sempre con Michael Fassbender, uno dei Dispersi più amati dalla redazione di Hideout. Un’opera seconda più classica e meno spiazzante, ma che si regge su una regia rigorosa e un’interpretazione inattaccabile. Non sarebbe ora di distribuire Hunger almeno in dvd? Steve McQuenn ci ha detto di sapere che in Italia il film non è stato distribuito a causa di un nudo integrale di Michael Fassbender. Visto che Shame lo ha “sdoganato” non sarebbe ora di correre ai ripari?

Curiosità
Il film ha portato enorme fortuna ai due attori protagonisti Carey Mulligan e, soprattutto, a Michael Fassbender, che oltre alla Coppa Volpi a Venezia, ha vinto numerosi altri premi, imponendosi finalmente all’attenzione della stampa internazionale

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento!

«

»