hideout

cultura dell'immagine e della parola

L’eleganza della solitudine

L'eleganza della solitudine

Un film d’esordio così non si ricordava da tempo. Soprattutto se l’esordiente in questione è Tom Ford, 49 anni, stilista fondatore dell’omonimo marchio, una vita per la moda e soprattutto per quella della maison Gucci. Una carriera lasciata all’apice del successo per dedicarsi al cinema, appena 5 anni fa, quando ottenne i diritti del libro A Single Man di Christopher Isherwood, il primo vero romanzo gay della storia (era il 1964), scandaloso e seminale. Una narrazione, quella del libro (fedelmente seguita da Ford), che ha al centro la quotidiana solitudine di George, anziano professore di letteratura e anziano inglese omosessuale trapiantato a Los Angeles, che soffre la recente scomparsa del suo compagno di vita con cui ha condiviso 16 anni, morto in un incidente stradale. Rincorso da flashback continui, come fantasmi mai implacabilmente dimenticati, George ripercorre la sua storia d’amore in un presente in cui non trova nessuna ragione di vita, su uno sfondo in cui ammicca maliziosamente l’America degli anni Sessanta, quella della crisi dei missili a Cuba, quella sull’orlo dell’annientazione nucleare.

Fin da subito è visibile la capacità del Ford regista. E’ infatti un’eleganza quasi geometrica a fare da sovrana nel film, nei vestiti e negli interni e in una fotografia che non soltanto ricorda, ma fa perfino respirare gli anni Sessanta. Un’atmosfera in cui ogni dettaglio è curato nei minimi particolari e quasi brilla di una luce propria. Gli oggetti, i movimenti più comuni, i primi e primissimi piani: tutto è pulito e asettico, tutto è magistralmente sistemato in un puzzle sofisticato, nel quale lo spettatore si perde quasi magicamente. Ford in questo senso appare quasi un maniaco della perfezione, fedele alla sua vocazione estetica e stilistica: nel suo film ogni accendino, ogni sigaretta rosa, ogni capo di abbigliamento o trucco da donna è un feticcio che racchiude un mondo a sé. Ma sarebbe fin troppo facile fermarsi con l’occhio alla ricercata accuratezza di A Single Man. L’estetica non uccide l’etica, anzi, avanza sullo stesso binario fino a sprigionarsi in una spiritualità altissima. Non a caso Isherwood, autore del libro, scrisse anche saggi sui manoscritti indù: allo stesso modo Ford riesce a giostrare la narrazione all’interno di un universo quasi “new-age” (soprattutto le scene girate in acqua, che quasi ripropongono una nuova placenta per il protagonista, una nuova nascita, una resurrezione). I temi della diversità e dell’amore perduto, ma su tutti quello della paura della solitudine serpeggiano per il tutto il film, accompagnati dalle lettura di Huxley, eppure non esplodono (come le bombe atomiche sovietiche che minacciano l’America dell’epoca). Se infatti “il futuro è la morte”, Ford sembra suggerire che la vita racchiude una caotica bellezza, che è salvezza non in quanto armonia statica, ma in quanto “tendenza” che si muove in modo imprevedibile, da vivere e consumare giorno per giorno, senza guardare né avanti né indietro.

Con una straordinaria e toccante interpretazione di Colin Firth (coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia) e una Julianne Moore mai vista così (quasi uscita da un film di Cassavetes), A Single Man sembra riconsegnare alla macchina da presa una dignitosissima capacità di raccontare l’anima di una storia struggente, confezionandola in una cornice che è cinema puro al suo massimo potenziale. E – fidatevi – non è affatto poco nella settimana di uscita dell’Avatar in 3d e del “non sarà mai più come prima”.

Curiosità
Il libro a cui il film è ispirato è dedicato esplicitamente a Gore Vidal che più tardi definì Isherwood il “migliore scrittore in prosa del secolo”.

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento!

«

»