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Centro di detenzione temporanea per non umani

Centro di detenzione temporanea per non umani

Sebbene spesso rappresenti storie che possono apparire lontane nello spazio e nel tempo, la fantascienza è un genere che immerge le mani nella materia organica del mondo che la genera. Mascherata con tecnologia futuribile e mondi possibili di ignota natura, la fantascienza rappresenta uno specchio della società contemporanea di indiscutibile valore. Come la paura degli ultracorpi degli anni Cinquanta poteva essere letta (forse in modo riduttivo) secondo la chiave di lettura della minaccia rossa incombente durante la Guerra Fredda, anche un film come District 9 appare significativo in una realtà dove il concetto di “alieno” e di “diverso” diventa sempre più d’attualità nel dibattito politico internazionale. Così come accade per gli alieni costretti, loro malgrado, a rimanere sulla terra, così decine di migliaia di profughi vengono detenuti nei centri di permanenza temporanea per stranieri, vere e proprie prigioni di disperazione, muri su cui si infrangono i sogni di chi lascia tutto alla ricerca di una speranza. Neil Blomkamp, con lo zampino di Peter Jackson, vuole raccontare le problematiche legate al concetto di diversità (di specie anziché di razza, ma l’idea è la medesima), e lo fa con il meccanismo del documentario, che gli permette di mischiare le carte in modo camaleontico, creando un pastiche (almeno fino a metà film, quando la fiction prende il sopravvento) che esalta il realismo della narrazione.

Blomkamp gioca infatti a mescolare tre diversi registri per raccontare la storia di un “naufragio interstellare”. Elemento preponderante per l’economia narrativa sono le sequenze drammatiche legate alla vicenda di Wikus che, contagiato da un virus alieno, diventa l’anello di congiunzione tra gli esseri umani e gli “altri”, diverso per antonomasia, cacciato dalla gente e ricercato dal governo e dai trafficanti. Sebbene si tratti di fiction, Blomkamp insiste sull’uso di camere a mano, movimenti sporchi e stacchi rapidissimi, in una mimesi linguistica con l’immagine da documentario o da reportage di guerra. District 9 è un film denso di immagini crude, brutali, violente e apparentemente autentiche. Un secondo livello è costruito da video realizzati diegeticamente, come il caso di quello istituzionale che apre il film, in cui il protagonista parla in camera a una troupe per spiegare di cosa si occupi la MNU. Il passo successivo è il falso documentario, realizzato da una seconda unità indipendente, che ha cercato di imprimere uno stile diverso dal precedente, intervistando decine di attori o persone comuni, lavorando poi in fase di montaggio per creare gli effetti di senso desiderati. Il film è completato da un terzo livello, composto da veri filmati realizzati dalla enti giornalistici come la South African Broadcasting Corporation, la Reuters e altre agenzie di informazione. Materiale d’archivio necessario per creare il substrato di realtà che conferisce un valore aggiunto alla pellicola.

Gli alieni di Blomkamp sono una figura nuova nel panorama della storia del cinema extraterrestre. Non sono nemici, ma non hanno nemmeno un comportamento amichevole. Hanno un aspetto a metà tra un insetto e un crostaceo, ma hanno una postura e dei comportamenti da umanoide, il che ne fa degli esseri al contempo uguali e diversi da noi. Una potente metafora sulla diversità per un film più reale di quanto si possa pensare.

Curiosità
Il progetto di District 9 nasce dal cortometraggio Alive in Joburg (2005) che ha suggerito l’idea a Peter Jackson di realizzare un lungometraggio utilizzando la forma del mockumentary. Alive in Joburg è stato realizzato grazie ai software sviluppati per girare alcuni spot che erano stati commissionati allo stesso Blomkamp.

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