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PlayBack in the Usa

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Copycat
Il cinema di genere, per stilemi, precedenti, riferimenti, è da sempre uno dei campi più insidiosi della settima arte, dal più incensato dei registi all’ultimo degli Ed Wood. Le pietre miliari stabilite nel corso dei decenni hanno, infatti, creato una sorta di cartina tornasole delle opere che saranno ricordate, almeno come riferimento negli anni della loro realizzazione, e quelle che passeranno, senza colpo ferire, agli archivi. Sfida senza regole appartiene, senza ombra di dubbio, alla seconda categoria. Forte di una campagna pubblicitaria enorme dovuta alla convivenza di due tra i più celebrati attori degli ultimi trent’anni, Robert DeNiro e Al Pacino, che da sempre, secondo mitologia, sono stati molto riluttanti all’idea di condividere il palcoscenico, è stato presentato quasi fosse una sorta di erede dei due precedenti che legarono, in passato, i suoi protagonisti: Il Padrino parte II (The Godfather: Part II, F. Ford Coppola, 1974) e Heat – La sfida (Heat, Michael Mann, 1995).
Purtroppo, e senza troppe difficoltà, occorre ammettere che siamo ben lontani dagli standard fissati dalle due pellicole appena citate, facenti parte, a tutto diritto, di quelle pietre miliari indicate in apertura di articolo. Jon Avnet, pur mostrando una discreta padronanza della tecnica registica e avvalendosi di un collaboratore d’eccezione alla sceneggiatura, Russell Gewirtz, pare non essere in grado di definire il carattere della stessa, annaspando tra classico e moderno, poliziotti tutti d’un pezzo e schegge impazzite alla The Shield. Lo script, dal canto suo, non aiuta una vicenda che pare svilupparsi nel modo più ovvio e scontato possibile, senza lasciare dubbio alcuno sulla risoluzione della trama fin dalle prime scene: ad aggravarne la situazione, dialoghi che vorrebbero fare il verso al pulp tarantiniano e all’iperrealismo ma che finiscono per essere semplicemente, e tristemente, volgari.

I soliti sospetti
A questo punto, pare ovvio che tutto il peso del successo e della valutazione critica della pellicola ricadano sulle spalle delle due superstar protagoniste: ma anche qui, e duole sempre dirlo, rispetto agli attori di cui si scrive, è in agguato la delusione. DeNiro e Pacino, vincitori di Oscar e premi in tutto il mondo, capaci, in passato, di regalare al pubblico interpretazioni indimenticabili, da Jack LaMotta a Lefty Ruggero, da Carlito Brigante a Noodles, paiono l’imbolsita imitazione di se stessi, offrendo il triste ritratto di due grandi artisti in profonda crisi d’ispirazione. Il primo, alle prese con il personaggio solo apparentemente più complesso, l’istintivo Turk, pare imbalsamato nell’espressione caricaturale di Al Capone filtrata attraverso la mal riuscita imitazione dell’azzeccatissimo protagonista di The Fan – Il mito (The Fan, Tony Scott, 1996); il secondo, gomma da masticare e sguardo acceso, ripropone il classico Pacino a muso duro e tutto d’un pezzo del succitato Heat e di Americani (Glengarry Glen Ross, James Foley, 1992), senza mai raggiungerne neanche lontanamente la forza espressiva, e mostrando al contrario il fianco alla stanca sovraesposizione alla macchina da presa.
Lo stesso confronto finale fra i protagonisti appare totalmente privo di fascino e spessore sia per soluzione narrativa che nel confronto stesso fra gli attori, che paiono, dopo quasi quarant’anni e, finalmente, una pellicola davvero condivisa, essere disposti ad accantonare le loro divergenze artistiche per mettersi al servizio di una “causa comune”.
Peccato che questa causa non sia il cinema.

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