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cultura dell'immagine e della parola

Carramba! che tristezza

Sarebbe un ottimo soggetto per un racconto grottesco. Una cosa alla Stefano Benni, nella migliore delle ipotesi. Immaginate un paese in forte recessione, dove a pagare gli sprechi e le incompetenze della classe dirigente sono i giovani, tagliati fuori dai processo decisionale e privati della possibilità di pianificare il proprio futuro. Un paese in cui la meritocrazia è stata abolita in favore di un rodato sistema di raccomandazioni, dove i soldi sono pochi e non passano mai di mano. Ecco, in questo paese c’è un programma televisivo dove una vecchia signora vestita come una Polly Pocket e circondata da un allegro gerontocomio porta in scena una caricatura di quello che era il mondo dello spettacolo durante i cosiddetti “anni d’oro” (quelli in prima del collasso economico). Ci sono vecchi attori e vecchi cantanti, vecchie ballerine e vecchi coreografi. Tutti ricchi e felici: ridono in modo esagerato e fingono che sia ancora il 1970. Ogni tanto alzano il telefono e, senza motivo apparente, regalano a qualche altro vecchietto rovesciato in poltrona in un villaggio di campagna una quantità di denaro pari a tre anni di stipendio di un precario con due lauree e un master. I pochissimi giovani presenti in studio i Sonohra, per fare un esempio), sono vestiti esattamente come si presume che un bisnonno immagini dovrebbe essere abbigliato un diciottenne, e sembrano assecondare la conduttrice con la segreta speranza di raccogliere qualche briciola a fine puntata.

Peccato che questa non sia una fantasia apocalittica, bensì il riassunto di quanto accade ogni mercoledì sera su Rai Due nel corso di Carramba! che fortuna. Un programma che potrebbe sollevare ondate d’indignazione degne di uno tsunami, se solo ci fosse qualche trentenne sintonizzato su Rai Due il mercoledì sera. Complice un attacco d’influenza e un telecomando rotto, io mi ci sono imbattutto. E mi sono sorbito l’intera puntata, con lo spirito del riccio che vede due fari avvicinarsi nel buoio della superstrada. Visto che a nessuno di voi lettori capiterà mai di vedere questa trasmissione (ho un’alta stima di voi), mi sento in dovere di darvi almeno un’idea di quello che succede nel corso della trasmissione, che ovviamente è pagata con i vostri soldi. Vi prego di prendere il seguente elenco di malefatte per quello che è, cioè un atto di denuncia. Nel corso del programma infatti, senza che peraltro vi fosse alcuna costruzione narrativa di fondo, ho sentito Boncompagni e Arbore cantare delle rumbe flamenche. Ho visto la Carrà ballare (ancora!) Pedro-pedro-pedro-pé (coreografata da Marco Garofalo). Ho ammirato la freddezza con cui Violante Placido ha risposto alla domanda “come è iniziata la tua fortuna?” (ma porca puttana, il suo cognome non vi dice nulla?) per poi venire comunque sbugiardata dalla proiezione di un filmato in cui a cinque anni è ospite su Rai Uno insieme a papà. Ma soprattutto, ho strabuzzato gli occhi vedendo alcune scene di pubblica commozione che per falsità avrebbero potuto rivaleggiare con una banconota da tre euro. A tale proposito vorrei suggerire agli autori che forse la riproposizione ossessiva del format per cui la Carrà pesca qualcuno dal pubblico, lo inchioda sul divano raccontandone l’intera vita, sottolinea che non vede da molti anni qualcun altro e poi fa apparire quel qualcun altro in un tripudio di lacrime, ne ha un po’ minato l’efficacia e sicuramente ne ha ridotto a zero la credibilità.

A fare da corollario al tutto, gli agghiaccianti siparietti della Lotteria Italia, quelli in cui – appunto – nel corso di una telefonata da quindici secondi, lo spettatore di turno (e sono almeno quattro a puntata) si porta a casa qualche decina di migliaia di euro. Alla faccia della crisi. O, forse, proprio come diretta conseguenza della crisi. Già, perché io una mia teoria sulla funzione di Carramba! che fortuna me la sono fatta. A mio parere, si tratta fondamentalmente di un potente narcotico usato per sedare una popolazione ampiamente affetta da demenza senile mantenendola a debita distanza dalla realtà. Tenendo conto che l’Italiano medio è un pensionato di settant’anni con la quinta elementare (e non lo dico con spregio, ma dati alla mano), credo che tre ore di spezzoni di Canzonissima e soldi sparsi a caso, abbiano una funzione di controllo sociale pari grossomodo alla somministrazione di quella pastiglia gialla che ti fa dormire tranquillo tutta la notte mentre sogni che le cose non hanno mai smesso di andare a gonfie vele. Il tutto a un costo minore e senza grossi problemi logistici (povate voi a girare casa per casa distribuendo il suddetto pastiglione). Triste vero? Tristissimo, e indegno di un paese cosiddetto “civile”. Eppure una via d’uscita io la vedo, un antidoto a questo rincoglionimento istituzionalizzato. Non un’alternativa telesiviva, sia chiaro. Anche perché la Tv è solo uno strumento, non il nocciolo del problema. L’alternativa è sociale. Basterebbe infatti un graduale riallacciamento dei rapporti tra le diverse generazioni. La mia umile proposta: che ciascun nipote vada a spiegare ai propri nonni come funzionano le cose adesso in Italia. Probabilmente la Carrà perderà qualche punto di share, a vantaggio della qualità media del prodotto Rai. E di riflesso – particolare questo non secondario – i nonni potrebbero iniziare a sentirsi forse meno sollevati, ma in qualche modo più felici.

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