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cultura dell'immagine e della parola

Il cinema di
Wes Anderson

A base di latte
Bottle Rocket (1996), Rushmore (1998)

Un mondo di visioni distorte e estremamente nitide, profonde, dove su Max Fisher, <i>Rushmore</i>” />più piani le storie si dipanano e si intrecciano. Gli attori, gli amici, i fratelli, la famiglia: i mondi di Wes Anderson diventano le storie di Owen Wilson, di Max Fisher, di Bill Murray, di Antony e Dignan, di Jason Schwartzman, dei Tenenbaum, di Anjelica Huston, dei Zissou, di Luke Wilson, dei fratelli Whitman. I legami si allungano attraverso tutti i film creando una firma autoriale e la storia filmica inizia a esistere oltre gli attori e i suoi creatori. O forse, proprio grazie alla loro pelle.</p>
<p><strong>L’orizzonte e il tempo</strong><br />
Due segni andersoniani, due modi di vedere che si installano già dalle prime visioni. La “banda” che spara con le pistole, che disegnano una traiettoria orizzontale nell’inquadratura; la scena del pestaggio di Dignan oltre il vetro rettangolare del pub spagnolo; il carrello dell’inserviente spagnola che prende tutta l’inquadratura uscendo nel fuoricampo; la professoressa Cross oltre il vetro della sua aula; il tuffo in piscina di Blume; lo spazio cementato dove atterra l’areoplanino di Max.<br />
<strong>I racconti di Anderson si sviluppano in orizzontale</strong>, anche quando sono su più piani, anche quando la profondità acquista il potere di narrare contemporaneamente più personaggi e più scene. La tensione di Anderson è quella di condurre i personaggi da un punto all’altro della loro vita, lungo una linea diritta, curiosa ma diritta.<br />
L’evoluzione rassicurante dei suoi personaggi, che finiscono, inevitabilmente “da qualche parte” viene sottolineata e resa eterna dai suoi <strong>ralenti espressivi, che dilatano il momento senza che ne si perda la purezza</strong>.<br />
<img class=Hotel Chevalier?) e un veliero (forse un sottotesto che anticipa Zissou (2004)? Certamente, poco dopo ecco apparire un emerso: Max legge Alla ricerca di tesori sommersi di Costeau). Inevitabilmente il sipario si apre su una messa in scena, su un sogno, tanto realistico e nitido da sembrare vero. Un sogno in cui il giovane Max cerca di fuggire dalla sua realtà.
Piccolo grande uomo che recita la parte dell’adulto responsabile (fondatore di club, capoclasse, portavoce), Max si appresta a entrare nel mondo, impersonando un personaggio che non gli si addice, ancora. Interessato soprattutto a sostituire la figura paterna che non è alla sua altezza, Fischer trova un padre putativo in Herman Blume, e una madre di cui innamorarsi nella professoressa Cross.

L’improbabile personaggio interpretato dall’allora 18enne Jason Schwartzman sembra provenire da un mondo parallelo e antico: novello Edipo, Max racconta il passaggio dall’infanzia al mondo adulto in una storia incredibile, a cui si crede senza difficoltà. Gli amici/nemici, padre/figlio, fratello maggiore/minore, i due amici Blume e Fisher crescono insieme e insieme si liberano, girando attorno a una figura femminile che qui (nel precedente film era l’inserviente sudamericana del motel) sembra essere unica e integra, forte e senza macchia.

<br />Dignan, <i>Bottle Rockett</i><br />‘><br />Dignan, <i>Bottle Rocket</i><br /></TD></TR></TABLE> Forse solamente ingabbiata in un passato difficile da dimenticare, legata a un uomo che non c’è più. Ma Anderson vira il melodramma in un grottesco gioco “al massacro” dove i due rivali, figlio e padre putativo, combattono per la stessa donna con mezzi infantili.<br />
L’elemento ironico sboccia quindi da una sovrapposizione dei ruoli: <strong>l’adulto e il bambino si trovano alla stessa altezza</strong> (spesso inquadrati uno di fianco all’altro, l’uno altro, l’altro basso, sembrano curiosamente di pari livello, senza un tipo di gerarchia a dividerli).</p>
<p>Max Fisher è contemporaneamente la malattia e la cura, così come il Dignan di <em>Bottle Rocket</em>. <strong>Entrambi personaggi in evoluzione e in ricerca</strong>, hanno la capacità quasi magica di modificare le persone attorno a loro. Per arrivare a un traguardo.</p>
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					<em>A cura di Francesca Bertazzoni</em><br />
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Il cinema di
Wes Anderson

Yogurt nostalgico
I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004), Il treno per il Darjeelin (2007).

La trilogia del colore

Per onorare la morte di uno dei pirati che ha attaccato la Belafonte e Royal Tenenbaum, <i>I Tenembaum</i>” />che è stato poi ucciso da Zissou, Klaus cita San Paolo: <strong>«Senza stirpe nessun uomo può guardare a se stesso con amore».</strong><br />
Con le dovute, ma non eccessive, distanze, questo è un concetto che delinea il nucleo fondante del cinema di Wes Anderson (nello specifico la sua <strong>trilogia del colore</strong> composta da <A href=I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e l’ultimo Il treno per il Darjeelin con la parentesi produttiva di The squid and the whale di Noah Baumbach). Un cinema che si presenta sempre con forme originali, sorprendenti, stravaganti e innovative, improntato sull’idea di famiglia come luogo delle relazioni primitive e/o necessarie per la sopravvivenza dell’animo umano.

La famiglia rappresenta quindi il primo tassello di un discorso più ampio che appartiene a tutto il cinema di Anderson, una sorta di sistema reticolare che si aggancia al precedente e anticipa il successivo. Un po’ come avviene in Il treno per il Darjeelin, dove lo spazio narrativo, l’energia e il desiderio della narrazione sono contaminati dalla presenza del cortometraggio Hotel Chevalier (prologo corporeo squisito e individuale che, collocato in universo più grande, amplifica tutto il suo valore).
Una fiamma che brilla nella mente dello spettatore che fa scattare, di continuo, nuovi stimoli. La famiglia, le relazioni, i rapporti tra i soggetti attivi o passivi, spenti o accesi, coraggiosi o spaventati, nostalgici o arrabbiati, sono le coordinate che consentono di riconoscere, ad un primo livello, che quello di Anderson è un corpus in continuo aggiornamento.

La famiglia intesa come possibilità e quindi come luogo Steve Zissou, <i>Le avventure acquatiche</i>” />delle relazioni. <strong>È, prima di tutto, un luogo. Uno spazio scenico, finto e vero, manipolato e genuino, nel quale i personaggi trovano la propria dimensione fisica</strong>. Dalla villa dei Tenenbaum, alla nave del team Zissou, fino al treno Darjeeling, i luoghi nel cinema di Anderson prima esistono e un attimo dopo non esistono più. Così come le pareti, le mura, le porte, le finestre, gli oblò, i vagoni, i bauli. Tutto è inaccessibile e poi tutto è aperto.<br />
Sono luoghi forse metaforici che rincorrono il senso del gioco, lo stupore dell’immaginazione ludica, la simpatia per l’invenzione e l’improvvisazione (il teatro è per questo una magnifica ossessione: basti pensare a Max Fisher in <em>Rushmore</em>, al ruolo di Margot Tenenbaum, drammaturga anoressica di spessore mondiale, e al fatto che <em>]<A href=Zissou sia ambientato inizialmente all’interno di un teatro). Lo stesso Owen Wilson, corpo significante del suo cinema e co-creatore di quei mondi, è attore dalle notevoli abilità di improvvisazione.

In Anderson il trucco c’è e si vede. È un maestro della contraffazione della verità perché mescola un pizzico di realtà a quintali di finzione. Così, di conseguenza, attraverso il cinema, lo studio dell’inquadratura, il movimento attoriale, Anderson crea l’illusione di uno spazio infinito e sempre accessibile.
Il linguaggio cinema non è mai messo in secondo piano perché è la chiave per entrare in contatto con i personaggi goffi, le decorazioni surreali, le storie incredibili dei suoi film. Dall’uso del ralenti per sottolineare le emozioni, alle carrellate laterali o all’indietro, dagli zoom usati a ripetizione alla naturalezza deformante della macchina a mano; tutto è funzionale a ciò che Anderson vuole raccontare.
Un sistema narrativo complesso e indirizzato a un modo nuovo di raccontare e di fare cinema, dove la narrazione viene affrontata come una interpretazione degenerata. Anderson coglie l’essenza dei generi e ne sovrappone le parti, così il romanzo di formazione si alterna al road movie, il family drama all’action anni ’70, il viaggio mistico-iniziatico al I fratelli Whitman, <i>Il treno per il Darjeelin </i>” />cinema surreale e d’avanguardia delle origini, il <em>b-movie</em> al telefilm pop. </p>
<p>Così come la villa, la nave e il treno ricordano tre diversi modelli(ni) di giocattoli (in questo senso anche la presenza fissa di animali – il falco, gli elefanti, le creature marine, i serpenti – può essere letta come un ritorno alla fiaba, all’infanzia o all’epica), <strong>i protagonisti dei suoi racconti permettono di tracciare un secondo livello strutturale del suo cinema: l’anti eroismo</strong>.<br />
Royal Tenenbaum era un uomo avido e meschino che, presagendo la fine della sua esistenza di uomo, marito e padre, aveva deciso di provare a rimediare agli sbagli del passato e a ridare forma a una famiglia geniale ma sgangherata; Zissou si presenta come un idolo, ma si rivela un clamoroso flop (uno stralunato e molto meno epico, ma genuino, capitano Achab); i tre fratelli Whitman salgono sul treno dei sogni, ma rappresentano l’instabilità affettiva, fisica, mentale e relazionale (ognuno i loro giunge infatti nel luogo della vicenda prendendo le distanze da qualcuno e qualcosa: Peter è un quasi padre, Francis ha avuto un incidente e Jack ha il cuore a pezzi). </p>
<p><strong>I protagonisti del cinema di Anderson sono costruiti rispettando i [img4]binari della genuinità e del talento.</strong><br />
Il primo criterio non manca mai, è quello che fa la differenza, il valore aggiunto che rende l’uomo o la donna agile di pensiero.<br />
Il secondo criterio è come un treno che passa e che non si ferma. Una costante da acciuffare prima che svanisca.<br />
Così i tre prodigiosi Tenenbaum, Chas (esperto di finanza internazionale), Richie (campione di tennis) e Margot (commediografa di successo) restano intrappolati nel loro passato a causa dei tradimenti, dei disastri e dei fallimenti del padre che virtualmente cancella tutto. Lo stesso Steve Zissou, che insegue un sogno che diventa incubo, è sull’orlo del fallimento e nasconde insistentemente il suo disagio fino al riscatto.</p>
<p><strong>È un cinema, poi, colorato e sfumato dai sentimenti, dall’umorismo e dal senso della morte. Non un banale umorismo rosanero, bensì un discorso vitale sull’esistenza.</strong> Il tragicomico è un elemento portante del <em>corpus</em> andersoniano, perché rappresenta la più originale scommessa dell’autore. Dietro al profilo di ogni personaggio si nasconde una doppia entità completa ma in un perenne stato confusionale, quasi ambiguo, di lotta, redenzione e riscatto. L’attimo di romanticismo che si assapora è seguito da un vortice di nostalgia, la risata grossolana preceduta dalla lacrima, la vitalità dalla morte, dalla perdita, dalla lontananza. </p>
<p><strong>Nel cinema di Anderson, si muore per davvero. Ma poi si rinasce.</strong> Si risorge grazie alla luce dell’immagine, alla forza delle colonne sonore, alla magia degli effetti speciali (e in questa direzione autoriale è fondamentale la collaborazione con il direttore della fotografia Robert Yeoman).<br />
È un cinema che mescola differenti codici per raggiungere differenti stati d’animo, molteplici punti di vista. <TABLE align=right cellpadding=3 border=0><TR><TD align=center valign=center><img src='articoli/darj5.jpg' alt='<br /> I fratelli Whitman, <i>Il treno per il Darjeelin</i><br />‘><br />I fratelli Whitman, <i>Il treno per il Darjeelin</i><br /></TD></TR></TABLE>Un cinema che ama la citazione, che per molti è solo il manifesto di un sistema calligrafico snob e feticistico, ma che, invece, fa leva sulle varianti dell’esistenza umana per raccontare sempre con fantasia e immaginazione l’imprevedibilità del percorso di ciascuno. È uno sguardo amaro che non finisce mai di sperare nell’altro e nel diverso, che racconta l’essere anche dalla sua parte più vulnerabile.<br />
Anderson rivaluta, mischia le carte, scopre nuove strade, destruttura convinzioni e piaceri. Ama ricercare nuovi sapori, mescolare, scomporre e ricreare. In questa direzione andrà il suo prossimo <em>The Fantastic Mr. Fox</em>, film d’animazione tratto da un racconto di Roal Dahl, dove, forse, potrà inseguire il tracciato intrapreso con le animazioni surreali e dolci di Steve Zissou.</p>
				<p class= A cura di Matteo Mazza
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