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cultura dell'immagine e della parola

L’innocenza dell’immaginazione

L'innocenza dell'immaginazione

Dopo La moglie del soldato (The Crying Game, 1992), Neil Jordan torna a raccontare la travagliata questione irlandese, ma sceglie questa volta un narratore d’eccezione. Si tratta di Patrick/Kitten Brady, un travestito che lascia l’Irlanda alla volta di una Londra anni Settanta (accuratamente ricostruita nel film attraverso le sue mode stravaganti), alla ricerca della madre che non ha mai conosciuto e di un luogo dove sentirsi libero di manifestare le proprie inclinazioni sessuali. Questo personaggio, dalle caratteristiche originalissime, è scaturito in realtà dalla penna di Patrick McCabe, che, dopo The Butcher Boy (id., 1997), si trova a collaborare con il regista per la seconda volta, nell’adattamento cinematografico di un suo romanzo. La narrazione prende avvio sulle note di Sugar Baby Love dei Rubettes, a dimostrazione della grande attenzione di Jordan nella scelta del repertorio musicale per raccontare, anche con la colonna sonora, gli anni Sessanta / Settanta.

Tutta la storia è costruita poi su un lungo flashback, suddiviso in diversi capitoli, che ripercorrono i momenti salienti della vita del protagonista. Ma il regista in questo film opera la scelta di lasciare sullo sfondo (per quanto possibile) gli avvenimenti politici e le violente contestazioni dell’IRA. E così il racconto, in linea con le caratteristiche di Kitten (che rifiuta di essere serio per tutta la sua vita), assume da subito i toni ironici della commedia e anche gli avvenimenti più drammatici risentono dell’atmosfera leggera e spiritosa che pervade il resto del film, pur non mancando qua e là venature di malinconia. La scelta di una chiave comica per trattare il tema del travestitismo è un clichè ripetuto più volte dal cinema, ma qui Neil Jordan cerca di sviluppare l’argomento a 360°, cercando di non scadere (e non sempre ci riesce) nei soliti luoghi comuni.
Il regista, con grande abilità visiva, dà vita sullo schermo a quel mondo poetico e fiabesco che Kitten fa scaturire dalla sua inesauribile fantasia. La sua capacità immaginativa lo porta a modificare quello che non gli piace e lo spettatore è trasportato da subito in quel mondo di cui egli è unico abitante consapevole. Un mondo in cui indossa gli abiti che desidera e in cui i pettirossi parlano tra loro, commentando quel che succede. Un mondo in cui basta una spruzzata di profumo Chanel per difendersi dai “cattivi” della storia. L’originalità del film scaturisce proprio dal modo che ha Kitten di guardare il mondo, un modo sfacciatamente ingenuo e innocente. Questo aspetto offre diversi spunti umoristici e un punto di vista assolutamente unico da cui osservare gli sconvolgimenti di quegli anni.

Straordinaria a dir poco è l’interpretazione che Cillian Murphy fa del protagonista, capace di trasformare continuamente la propria immagine e di regalare al personaggio una delicatezza e un’eleganza che non lo rendono mai volgare. A questo proposito, molto interessante si rivela lo studio dei diversi look del protagonista che, oltre a servire lo scopo di veridicità storica, assumono una funzione simbolica. Dall’infanzia all’età adulta lo stile di Kitten si fa sempre più sfrontato e audace, segno questo della sua progressiva consapevolezza e sicurezza in se stesso. Ma c’è di più. Attraverso i suoi accessori si vuole mostrare anche un suo progressivo avvicinamento alla figura della madre, immaginata come una bionda star del cinema. Breakfast on Pluto è indubbiamente un film molto particolare, ma se lo spettatore si lascerà condurre in questo nuovo mondo scoprirà con stupore che esiste una differente prospettiva rispetto a quella “terrestre” per osservare ciò che già si conosce. Provare per credere!

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