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cultura dell'immagine e della parola

Project Runway

Galeotta fu Victoria’s Secrets.

Tyra Banks e Heidy Klum. Due supermodelle di grido, star della passerella nella sfilata più cool degli ultimi anni, Victoria’s Secrets. Da angeli della lingerie a tiranniche diavolesse del teleschermo.
Due donne in carriera, balde e carismatiche, due bambole che si reincarnano conduttrici.

America’s Next Top Model, il reality in cui la terribile Tyra giudica irremovibile delle aspiranti giovani modelle.

Project Runway (Sky Vivo 109), il programma in cui Heidy guida dodici stilisti in una gara a suon di taglio e cucito. Per il vincitore la possibilità di far sfilare le proprie creazioni durante la settimana della moda newyorkese più 100.000 dollari di premio. Per Heidy, una fama in continua ascesa.

Terribile, come ogni reality che si rispetti, una vera guerra più che una gara. Mettersi in gioco, sempre. Nessun cedimento, nessuna emotività.
Prontezza di spirito, fermezza e capacità di sopportare qualsiasi tipo di critica.
Queste le caratteristiche principali, per vincere.
Ultima, ma non per importanza, la dote Dea: versatilità, capacità di adattarsi, sempre, a ciò che richiede il mercato. Come già in America’s Next Top Model.

Dimenticate la tanto osannata immagine dello stilista come puro artista, lontane le mirabolanti (e spesso importabili) creazioni del genio John Galliano o di Vivienne Westwood. Altrettanto lontano il gusto estremo quanto eversivo dei nostrani Dolce e Gabbana. Dimenticate l’haute couture, dimenticate il compianto Gianni Versace.
In Project Runway non si parla di creatività, né tantomeno di gusto. Tutto diviene omologazione.

Al bando ogni estremismo, al bando ogni ricerca estetica, al bando ogni “visione”, solo vestitacci di dubbia eleganza come espressione “mediata” del presunto “stile” di ciascun concorrente.
La realtà, semplicemente. Una supertop che attira l’audience, e dodici modellisti (il vero talento è ben altra cosa) pronti a pugnalarsi alle spalle tra finti sorrisetti e creazioni rubate.

Durissimo, disincantato. Una palestra di vita. Giudizi lapidari quanto sommari pendono come una spada di Damocle sulla testa dei concorrenti e Heidy non si risparmia in freddezza.
Dentro o fuori, promosso o bocciato: il gioco è semplice.
L’importante è seguire la regola.

Colpisce spesso l’eccessiva sicurezza in sé degli stilisti, suona quasi come arroganza immeritata.
Committenze d’eccezione (Nikky Hilton, per fare un esempio), gare volte a dimostrare ecletticità e non specializzazione.
È questo ormai il vero talento?
Penso di no.
Ma è ciò che vogliono farci credere.

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