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Intervista a Gabriel Range

Il regista inglese Gabriel RangeIl regista del falso documentario sulla morte di George W. Bush ci racconta la genesi di un film che sta facendo molto discutere.

Qual era l’obiettivo di Death of a President – Morte di un presidente?

Ciò che volevo fare con questo film era offrire un’altra prospettiva su quanto è accaduto negli ultimi cinque anni, e vedere come la Guerra del terrore, e l’invasione dell’Iraq stiano cambiando l’America. Quel che maggiormente mi disturba riguardo quello che sta accadendo oggi è la compiacenza. Accadono cose terribili e nessuno le nota. È mia convinzione che questa compiacenza sia largamente dovuta al modo in cui i media presentano i fatti. Essendo stato anch’io per lungo tempo un giornalista televisivo, so molto bene di cosa parlo. Sono inglese, ma ho passato moltissimo tempo negli Stati Uniti, sia come residente che come giornalista. Ho molti amici qui, molti dei quali hanno dei famigliari che sono stati impegnati o lo sono tuttora in Iraq. Sento di avere un legame molto forte con questo paese.

Come ha preso alcune reazioni negative a questo suo film?

Ho sempre saputo che sarei stato condannato per l’idea alla base di questo film, ma credo che alle volte il fatto che l’arte sia oltraggiosa, sia non solo accettabile ma necessario. Viviamo in un periodo di grande paura. Quando la gente ha paura, entra nel panico e spesso fa cose di cui poi si pente – ad esempio, l’incarcerazione dei giapponesi – americani durante la seconda Guerra Mondiale. La condanna a priori di questo film da parte di politici e sapientoni che non lo hanno visto – e forse non vedranno mai – riflette il clima di terrore nel quale viviamo oggi, e al quale il mio film cerca di rivolgersi. In ogni caso, come dicevo, ho sempre saputo che ci sarebbe stata una controversia sul film, ma credo seriamente che la premessa sia giustificata, e che chiunque veda il film non pensi che sia gratuita. Mi è costato molto ritrarre l’assassinio come un atto terribile, ed è stato fatto nel modo più scarno possible.

Qual è stato il suo ritratto di George W. Bush?

È molto importante che Bush venga mostrato come un essere umano, amato e rispettato dalle persone che lo circondano. Non può essere solo un simbolo. Ovviamente, il film ha una sua visione politica, ma non è una polemica in stile Michael Moore. Spero che la gente che vedrà il film percepisca il fatto di vedere qualche cosa di relativamente equilibrato, e non apertamente di parte.

Perchè presentarlo nella forma di un documentario e non di una fiction?

I documentari nascono inevitabilmente in seguito ad un evento di importanza mondiale, e seguono uno stile molto particolare. Possiedono un genere di gravità molto particolare. Penso che sia molto più coinvolgente così, perchè siamo una generazione televisiva. Se avviene un incidente catastrofico, ne facciamo esperienza per mezzo dei media. E fino a quando non lo vediamo sulla Cnn, o sulla Fox, per noi non è del tutto reale.

Dev’essere stato complicato il lavoro sulle banche dati di immagini per poter ottenere un buon risultato…

È stato proprio come cercare un ago nel pagliaio. Per ogni singola sequenza del Presidente Bush o di qualunque altro, cercavamo delle cose molto specifiche, e bastava il vestito sbagliato, la cravatta sbagliata per far sì che quello che altrimenti sarebbe stato un pezzo molto promettente di immagini d’archivio, si trasformasse in materiale completamente inutile. Così è stato un percorso lungo e arduo. Vi sono comunque alcuni luoghi in cui l’abbigliamento del Presidente Bush è stato cambiato e il suo viso è stato insertato nella limousine in vari momenti. Dovevamo aggiungere alcuni dei nostri personaggi in alcune delle riprese in cui appariva il Presidente. Ci sono diversi effetti speciali, ma sono molto brevi, cosa che spero li faccia scivolare nel subconscio.

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