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Perso nell’acqua di una fontana

Perso nell'acqua di una fontana

Qualche anno fa Darren Aronofsky era davvero un autore definibile come “di culto”. I suoi primi due, bellissimi film non sono praticamente usciti in Italia. Pi greco – Il teorema del delirio, complesso e indefinibile a partire dalla scelta del formato (1:1), venne distribuito solo pochissime sale in un caldo e desolato agosto, mentre il crudo e sorprendente Requiem for a dream passò per la prima volta direttamente su Sky. Ora, che negli ultimi sei anni gli unici riferimenti ad Aronofski siano stati i reiterati utilizzi delle sue colonne sonore da parte degli autori di Studio Aperto e Lucignolo, certo non è il massimo per chi aveva ritenuto le (stupende) musiche di Clint Mansell appunto parte di un “culto”.

Immaginatevi quindi quanto grande fosse l’attesa per il nuovo film del giovane autore newyorkese, considerando anche le difficoltà trovate nel girarlo. Sarebbe dovuto infatti uscire nel 2002 questo The Fountain, con un budget elevato e interpreti come Brad Pitt e Cate Blanchett. Ma quando il bel Brad, dopo uno screzio con il regista, decise di mettersi elmo e scudo per recitare in Troy, il set fu chiuso e il film sembrava fallito. Fortunatamente però Aronofsky conobbe Rachel Weisz, ed entrambi trassero dei notevoli vantaggi da questa nuova conoscenza. Lei riuscì finalmente a partorire un figlio, lui un film. Non si sa quale dei due travagli sia stato più complicato, perchè guardando L’albero della vita (traduzione italiana di The Fountain), si finisce per pensare che Aronofsky abbia forse troppo riflettuto su come girare questo film, su quale sentiero fargli percorrere. Troppo celebrale per raccontare una storia d’amore, troppo spiccio per figurare un pensiero filosofico. Il fatto che abbia preso e ripreso più volte in mano la sceneggiatura pare evidente. Tutto il messaggio di fondo, che soprattutto nel finale vorrebbe essere la base dell’intero film, appare raffazzonato, e l’idea di raggiungere l’immortalità per amore sembra più un messaggio da volantino new age piuttosto che quel ragionamento filosofico che forse il regista voleva affrontare.

Non è un film completamente da buttare, ovvio, ma se per salvare un’opera di Aronofsky bisogna elogiare l’interpretazione della sua compagna o gli effetti digitali della Intelligent Creatures, allora c’è qualcosa che non va. Per lo meno avrà fatto felici gli autori di Italia 1. Per altri cinque anni Studio Aperto avrà a disposizione nuove musiche da usare come sottofondo per terribili storie di cagnolini scomparsi in giro per l’Italia. Se invece qualcuno è davvero interessato ai temi appena accennati da questo film, provi a leggere l’ultimo straordinario romanzo di Michel Houellebecq, La possibilità di un’isola. Forse avrebbe dovuto farlo anche Aronofsky.

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