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Quello sventurato scambio di identità

Quello sventurato scambio di identità

Esiste una “mossa”, detta di Kansas City, cosa sia esattamente e da dove derivi il suo nome non è noto. Unico indizio: un fatto di sangue avvenuto nel passato che ha a che fare con un cavallo drogato, una corsa truccata, degli allibratori sanguinari e un padre di famiglia che, avuta la soffiata, gioca tutto il suo futuro su quel cavallo e quella corsa sicuro di vincere…
Slevin soffre di “atarassia”, o almeno così lui stesso definisce questa strana malattia, che gli impedisce di provare ansia o turbamento persino nelle situazioni più pericolose. Sarà per questo che, quando si ritrova, complice uno sventurato scambio di identità, debitore di sessantamila dollari nei confronti del Boss Morgan Freeman, reagisce con buffa irriverenza. O forse no.

Morgan Freeman e Ben Kingsley vivono da vent’anni chiusi in cima a due palazzi identici, uno di fronte all’altro, si odiano e si temono. Dalle grosse vetrate del suo attico / torre il Boss spia il rivale Rabbino, nove centimetri di vetro antiproiettile a testa gli assicurano l’immunità dall’avversario. Immagine evocativa giocata benissimo nell’equilibrio dato dall’ironia della vicenda e dall’ aggraziata e lucida interpretazione dei due attori.
Bruce Willis, oscuro personaggio dall’identità mutevole (c’è chi lo chiama Mr. Smith, chi Mr. Goodkat) sembra muovere le fila di questo complicato intreccio.
Lucy Liu, sbarazzina come sempre, irrompe nella vita di Slevin, e nel film, come un uragano. Stanley Tucci (il mitico Richard Cross del telefilm anni 90 Murder One), poliziotto volitivo quanto ambiguo, fa di un pulmino il suo quartier genera, aggirandosi freneticamente per le strade di New York. La sua missione: incastrare i due boss che da anni spadroneggiano sulla “sua” città.
Un gran pasticcio indubbiamente (specialmente se raccontato) che come ogni gran pasticcio che si rispetti si dipana lentamente e perfettamente senza una piega, da gomitolo ingarbugliato a filo nitido.

Tempistica perfetta, ironia misurata, recitazione notevole (e come potrebbe essere altrimenti quando si assolda un cast così eterogeneo?) tengono in pugno il bandolo della matassa e del film. Una New York atemporale (e che nel tempo si perde) evoca gangster story del passato condite da atmosfere vagamente fumettistiche.
Personaggi ben calibrati e ben raccontati richiamano tipi umani già sperimentati nella commedia latina (il giovane di buon cuore beffato dal caso, i vecchi prepotenti che alla fine si trovano a loro volta beffati) e nel mondo dei supereroi (i 2 signori del male dirimpettai), che tuttavia, senza straripare nel passato rimangono sempre attuali.
Dialoghi veloci e brillanti, garantiti dal retaggio televisivo dello sceneggiatore, accompagnano con furbizia (tipica del piccolo schermo) il ritmo della vicenda, garantendo un’equilibrata caratterizzazione dei protagonisti.
Alla fine del film tutti i dubbi vengono sciolti, si intuisce perfino cosa possa essere la famigerata “mossa di Kansas City”. Un’unica pecca può essere notata da occhi attenti: dall’inizio si riesce già a intuire qualcosa.

Curiosità
Paul McGuigan ha già diretto Josh Hartnett in Appuntamento a Wicker Park (Wicker Park, 2004). Lo sceneggiatore Jason Smilovic, grande amico di Hartnett, deve il suo background al mondo della televisione e ha ideato diversi serial come Karen Sisco e Kidnapped.

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