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Nella famiglia a quattro zampe

Nella famiglia a quattro zampe

Pellicola dal carattere documentaristico, serba i pregi di una regia inappuntabile e di una fotografia tanto affascinante quanto efficace: Il cane giallo della mongolia è un’abile metafora dei tempi che cambiano.
Diretto e sceneggiato da Byambasuren Davaas, la regista de La storia del cammello che piange, inaspettato grande successo nel 2004, il film narra l’estate di Nansa, bellissima e vivace primogenita di una famiglia di agricoltori nomadi dediti alla pastorizia nelle desolate valli della Mongolia.

La piccola è il tramite ideale tra la propria famiglia e la modernità che inevitabilmente raggiunge anche le valli più isolate di questo (micro) mondo. Vive e studia in città, per unirsi poi al resto del nucleo familiare durante la pausa scolastica estiva: un periodo nel quale Nansa viene svezzata al lavoro dei propri genitori e indirizzata così a un futuro di consolidamento dei valori della tradizione.
A impedire tutto ciò sarà l’incontro tra la piccola e un cucciolo di cane in una caverna, un incontro del tutto simile a quello narrato da un’antica leggenda mongola di una giovane ragazza che, per guarire da una malattia incurabile, avrebbe dovuto abbandonare il cane da lei trovato nella cavità rocciosa. Qui invece, ironia della sorte, sarà proprio lui, il cucciolo, a salvare l’equilibrio dell’intera famiglia dopo essere stato osteggiato dai genitori di Nansa.
Il film è un viaggio attraverso la presa di coscienza della modernità che avanza, una modernità duplice: fisica e morale.

Un contatto fra documento e favola in cui però non esistono transizioni. È un cinema del vero, filtrato dalla finzione che ridisegna la cronaca con le sue qualità e i suoi modismi: narrato e stile, forma e sostanza. Ne scaturisce il prodotto tra la natura dominante e lo scandire lento ma fermo di tutti gli atti della vita nomade, che sospesa fra antiche tradizioni e un’attualità solo accennata, sa sempre approdare alla poesia.
È forte ed intensa la dimensione del viaggio, come il momento della raccolta della propria tenda, la forza semantica del gesto di riporre la propria casa, la propria dimensione domestica e modificarsi. Come in un rito, l’accettazione di un vero che avanza prevalendo sulla realtà stessa.
Qui, nelle messi raccolte in un carro, termina l’era e finiscono le tradizioni dei nomadi.
Qui termina il documento ed il cinema diventa favola.

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