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Nel cuore di tenebra della bestia

Nel cuore di tenebra della bestia

La caratterizzazione del regista Carl Denham, dipinta da Jackson nelle oltre tre ore di King Kong, ha portato alla mente di molti la figura di Orson Welles. Certo è che Jack Black abbia il physique-du-rôle capace di ricordare il celebre autore di Quarto potere (Citizen Kane, 1940) ma appare anche evidente come Denham rappresenti l’ulteriore gradino di una singolare riflessione autobiografica dello stesso Peter Jackson. Jackson si proietta nella figura di un altro regista dalle idee iperboliche, capace contro ogni aspettativa di vedere tutto in grande (meglio se enorme, come in King Kong), con una luce negli occhi che solo ai sognatori è permesso conoscere. Deham / Black è infatti un sognatore, al punto da rubare alla società di produzione le attrezzature di ripresa, sicuro che il successo al suo ritorno avrebbe risolto ogni questione. Ma Peter Jackson non è più il regista sognatore di film splatter a budget modesto (Fuori di testaBad Taste, 1987 – e Splatters, gli schizzacervelliBraindead, 1992), è invece reduce da uno dei progetti più colossali della storia del cinema, la trilogia de Il signore degli anelli, realizzato contro ogni pronostico. La storia lo ha trasformato da regista a demiurgo.

La possibilità di realizzare qualsiasi sua immaginazione (grazie agli effetti speciali della Weta) ha riportato alla mente di Jackson un progetto che lo tormentava fin dalla gioventù. King Kong è stato il film che a otto anni gli fece capire quale sarebbe stata la sua strada, diventando un feticcio con il quale avrebbe dovuto confrontarsi. Dalla stop-motion del modello originale creato da Willis O’Brien, Jackson ha scelto la via digitale passando alla tecnica del motion capture e ha richiamato l’attore Andy Serkis che, strano a dirsi, ha recitato nei panni di un gorilla di otto metri. Serkis ha trasferito nella memoria di un computer la propria recitazione attraverso sensori applicati sul suo corpo e il processore li ha trasformati nei movimenti del mastodontico gorilla. Ciò che stupisce sono la gamma di espressioni offerte dal volto dell’animale, non perfettamente coincidenti con quelle umane, ma tradotte dai software Weta con quelle analizzate da un gruppo di etologi. Il film tocca infatti i suoi apici poetici nei momenti rubati alla frenesia della giungla (sia quella dell’isola “che non c’è” sia quella di asfalto di New York) in cui la bestia è sola con la bella che gradatamente comprende come la solitudine dell’ultimo dei gorilla giganti sia incolmabile se non da un amore impossibile. Forse Jackson, edipo moderno, ha così ucciso i suoi padri spirituali, per liberarsi dei fantasmi che lo tormentavano.

Il film, pur essendo molto fedele all’originale del 1933, è qualcosa di più di un remake. È un omaggio, un atto d’amore per il cinema ma anche un tentativo di celebrare la grandiosità dell’originale superandolo in grandezza. Jackson ricostruisce una New York post-depressione che sembra uscita da una cartolina, senza Torri Gemelle perché non ancora costruite (piuttosto che abbattute). Questa scelta è motivata anche dalla ricerca di stupore che Jackson vuole creare nei suoi film. Oggi non esiste più alcun luogo sconosciuto, come si è perso quel senso di stupore che Jackson ha iniziato a conoscere a otto anni al cinema con King Kong stesso. Forti sono inoltre i richiami al cinema d’avventura che dal 1933 ha portato a oggi, ma evidente è anche il senso di distacco che Jackson vuole dare con questo film. I richiami a Cuore di tenebra di Conrad rappresentano una via di discontinuità fra il cinema alla Jurassic Park (id., Steven Spielberg, 1993) e l’opera di Jackson. “Non è un romanzo di avventura” viene detto di Cuore di tenebra, come King Kong non è un film d’avventura.

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