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L’individuo e l’America

L’individuo e l’America

Che nel raccontare la storia di Jim J. Braddock Ron Howard non intendesse sconvolgere i canoni del cinema, sicuramente ce lo potevamo immaginare già prima dello spegnersi delle luci in sala. Cinderella man è un perfetto biopic, la storia romanzata e raccontata ai limiti dell’agiografia di un pugile che, caduto in disgrazia, trova la forza e il coraggio di ripresentarsi sul ring e riaffermarsi contro ogni realistico pronostico. Il tutto dipinto nella cruda cornice della Grande Depressione che seguì la crisi del ‘29.
È sicuramente una storia di buoni sentimenti, forse addirittura stucchevole per qualcuno, ma indubbiamente ben raccontata, ben girata, ben diretta e ben montata. E soprattutto, ben interpretata da Russell Crowe che ritorna sullo schermo dopo aver vestito i panni di ammiraglio nell’ultima pellicola di Peter Weir (Master and Commander – id., 2003), sempre in formato Oscar.

Il titolo della pellicola deriva dall’appellativo che la stampa attribuì in quegli anni a Braddock, pugile che trovò gloria solo a fine carriera, passando dalla mensa dei poveri e dalle file per il sussidio al grande ballo del Madison Square Garden: la “Cenerentola del Ring” resistette ed infine demolì corpo e certezze di Max Baer, un boxeur famoso fino a quel giorno per aver ucciso due contendenti sul quadrato.
L’irlandese trova nella boxe – e quindi nell’espressione più ferale e sicuramente poliglotta dello sport – e in un allenatore fiducioso fino al masochismo l’occasione per riemergere, per ridare lustro alle proprie velleità, ai propri sogni. Contro ogni pronostico, grazie ad una marmorea forza di volontà, riesce a diventare l’icona di un paese colpito al cuore da una crisi che aveva lasciato dietro di sé più di un fantasma dal nome Tom Joad.
Tutto questo, accompagnato dall’idea che esiste il cinema d’intrattenimento – e certamente in America è molto apprezzato –, fa di Cinderella man un buon prodotto. Sia chiaro che nessuno potrà trovare la poesia del recente e ottimo Million Dollar Baby (id., Clint Eastwood, 2004) nelle immagini volutamente sgranate dell’opera di Mr. Howard. Il regista dagli occhi di ghiaccio aveva sapientemente intrecciato alcune relazioni umane sullo sfondo del sottoproletariato urbano statunitense e della sua rivalsa per mezzo della “nobile arte”, insistendo su alcune domande generazionali e totalizzanti, ma senza mai enunciare alcuna risposta. Alla stessa stregua di come, di fronte al parroco irlandese, vacillava la fede di chi non riconosceva appagata la propria ansia di svelare i dogmi della religione.
Ron Howard dipana invece una storia in cui la risposta è già intrinsecamente svelata. E cioè: il Sogno Americano non è altro che il sogno e la speranza di migliaia di uomini che senza apparente coesione hanno costruito la nazione indiscutibilmente più potente del globo. Forse viene da qui l’interesse nel raccontare una vicenda ambientata durante il periodo più buio della storia di questo paese. Un po’ come voler ricordare che con la forza e i sogni dell’individuo si è ricostruita, e si ricostruirà, l’America.

Durante la conferenza di presentazione Russell Crowe ha affermato che gli americani dovrebbero ricordarsi più spesso di quando sono stati poveri. Perché la ricchezza è sempre più mal distribuita, negli Stati Uniti come nel mondo.
E se fosse ciò che ha reso così forte il sogno americano a non esistere più?

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