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	<title>hideout &#187; fantasy</title>
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		<title>Dark Shadows: Che pasticcio Mr. Burton</title>
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		<pubDate>Sat, 26 May 2012 14:56:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Brumana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tim Burton torna a farci divertire pur mostrando un invecchiamento, non tanto anagrafico, quanto poetico. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-18826" title="dark-shadows_1" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/dark-shadows_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Usciti dalla sala dopo aver visto <em>Dark Shadows</em>, si viene presi da un dubbio. Ma se Tim Burton avesse girato questo film vent’anni fa, quando era al massimo della sua vena creativa, il risultato sarebbe stato lo stesso? Probabilmente no. Perché <strong>il Tim Burton di oggi è indubbiamente invecchiato</strong>. Il suo spirito ribelle e anticonvenzionale che era inconfondibile in film come <em>Beetlejuyce – Spiritello porcello</em> (<em>Beetle Juice</em>, 1988) e <em>Edward mani di forbice</em> (<em>Edward Scissorhands</em>, 1990) oggi è diventato più borghese e reazionario. È vero, sono riconoscibili gli elementi tipici della sua poetica: c’è Johnny Depp, ci sono le guglie nere sopra le case, c’è una fotografia perfetta (in questo caso realizzata dal Bruno Delbonnel di <em>Amélie</em> e <em>Harry Potter</em>), per non parlare dei cameo di Christopher Lee e Alice Cooper. Ma i suoi personaggi non sono più “i diversi” che appassionano proprio per il loro non appartenere alla società massificata che gli sta intorno. Si, il protagonista è un vampiro, ma in realtà è un ricco nobile a cui piace la bella vita. E non è un elemento da poco, perché cambia il senso stesso del film: non è un freak adottato e rigurgitato dal mondo, ma parte del sistema e quindi accettato perché già parte del sistema.</p>
<p><a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/dark-shadows_2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-18827" title="dark-shadows_2" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/dark-shadows_2.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a>Dopo quell’ultimo capolavoro che è <em><a href="http://www.hideout.it/big-fish">Big Fish</a></em>, Burton ha realizzato quasi solamente remake op adattamenti, e <em>Dark Shadows</em> non è un eccezione. Prende un film (o una soap opera in questo caso) a cui è legato, ci stende sopra un velo di burtonismo, e il gioco è fatto. E funziona, visto che i suoi ultimi titoli hanno incassato benissimo. Però <strong>manca quel tocco che lo aveva fatto tanto amare negli anni Ottanta e Novanta</strong>. Tolto questo, <em>Dark Shadows</em> rimane tutto sommato ben fatto e divertente. Tutti gli attori sono perfettamente in ruolo: l’immancabile Johnny Depp è affiancato da un ottimo cast femminile: dall’altra burtoniana Helena Bonham Carter, alla rediviva Michelle Pfeiffer, fino alle giovani Chloë Moretz e Bella Heathcote. Ma l’attrice più in parte è Eva Green, perfetta strega cattiva dalle unghie affilate. Una volta sarebbe stata lei, vessata odiata diversa, la vera trionfatrice.</p>
<p><a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/dark-shadows_3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-18828" title="dark-shadows_3" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/dark-shadows_3.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a>I più giovani conoscono Tim Burton solo per il deludente <em><a href="http://www.hideout.it/alice-in-wonderland">Alice in Wonderland</a></em>, e quindi <strong>si divertiranno molto con questa commedia nera</strong>, nonostante l’autore si lasci prendere la mano (ad esempio nella scatenata scena di sesso tra Depp e la Green), ma tiene comunque un livello elevato anche grazie alla sagacia di Seth Grahame-Smith, l’autore di <em>Orgoglio e Pregiudizio e Zombie</em>, qua scrittore della sceneggiatura. Chi invece è da sempre fan di Burton, non potrà che aspettare il prossimo <em>Frankenweenie</em>, lungometraggio tratto da un suo corto giovanile, prova del nove del nove definitiva prima di tornare a confrontarsi con un’opera originale. Se mai lo farà.</p>
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		<title>Biancaneve: Una favola barocca, priva della sua anima nera</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la dimenticabile parentesi di Immortals, Tarsem Singh torna a dimostrare la sua capacità di rendere l’immagine cinematografica preziosa quanto quella di un dipinto. Lo fa attraverso un film barocco, che incanta soprattutto per gli splendidi costumi e le architetture simili a quelle che potremmo vedere in un sogno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/una-favola-barocca-priva-della-sua-anima-nera_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Togli a una fiaba il suo lato oscuro e non otterrai altro che una bella storia. Perché le fiabe sono crudeli, specchio di una saggezza ancestrale, di un inconscio dove le pulsioni di vita combattono perennemente con le pulsioni di morte. In una bella storia il “vissero felici e contenti” è un finale obbligato; nelle fiabe, solo un’opzione tra le tante, che prevedono la morte del personaggio o una vittoria raggiunta anche ricorrendo a strumenti poco leciti. Proprio per questo motivo, <strong><em>Biancaneve</em> di Tarsem Singh non può essere definita una fiaba nel senso più autentico del termine</strong>. Della vicenda, infatti, il regista non rappresenta l’aspetto più inquietante e morboso, a cui nemmeno Disney aveva rinunciato: la profonda, radicata, crudele gelosia della Regina nei confronti di Biancaneve. Una gelosia che cercava la sua pace nelle trame della magia nera e della morte e che solo nella morte trovava il suo epilogo.</p>
<p><strong>La reinterpretazione operata dal regista indiano è, invece, decisamente orientata ad ottenere un effetto comico</strong>; comicità scaturita dal ribaltamento delle situazioni e dei ruoli, secondo un filone già brillantemente rappresentato dalla serie di <em>Shrek</em> e affini. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/una-favola-barocca-priva-della-sua-anima-nera_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />La debole e impaurita principessa è ora una ragazza moderna, dolce ma sicura di sé; il principe, lungi dall’essere un coraggioso salvatore di fanciulle, è in realtà un uomo leggermente effeminato, decisamente sciocco, non più capace di “portare i pantaloni” (che, va detto, perde continuamente in corso d’opera); i nanetti, dopo il monopolio dell’immaginario disneyano, si rivelano una banda di ladri, che paga sulla propria pelle l’ostracismo dovuto alla loro diversità. La vera rivelazione del film è però la Regina, interpretata da una Julia Roberts perfetta nel ruolo della moderna donna di mezza età, preoccupata delle rughe e desiderosa di uomini più giovani di lei, attenta più al conto in banca che alle trame della magia nera.</p>
<p>Di magico, in realtà, c’è ben poco (sebbene ci siano alcuni momenti davvero memorabili) e <strong>la declinazione in chiave moderna della fiaba è dimostrata anche dal riferimento a tematiche tratte dalla nostra quotidianità</strong> (la donna alla ricerca dell’autoaffermazione del proprio Io; l’allontanamento di chi è giudicato diverso; il difficile rapporto tra il tempo che passa e un mondo materialista che ci porta a perseguire con ossessione la giovinezza e la bellezza). Il tutto, però, è stemperato nel clima comico, e passa decisamente in secondo piano rispetto al vero punto di forza del film: l’aspetto visivo. Il regista indiano si dimostra capace di infondere all’immagine filmica il colore, la luminosità, la preziosità di un’immagine pittorica e questo perfetto ibridismo si manifesta nei costumi stupendi e nelle scenografie, che alternano citazioni tratte da Gaudì e dallo stile liberty ad atmosfere preistoriche, una preistoria rarefatta e aliena. È nella componente visiva, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/una-favola-barocca-priva-della-sua-anima-nera_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />più che nella trama, che ritroviamo l’aspetto fiabesco, in questo connubio tra un barocco estremo e luminosissimo e la semplicità macabra della capanna in cui è custodito lo specchio e i suoi artifici magici. Trama e immagine viaggiano, dunque, a binari separati. Se la prima, a conti fatti, opta per una comicità semplice, di poco sopra il livello “elementare” e spesso “già sentita”, la seconda è costruita con quell’attenzione che spesso ha portato il regista ad essere tacciato di manierismo. L’unione è ritrovata nel finale in stile Bollywood, un “e vissero felici e contenti” divertente e coloratissimo, che permette allo spettatore di dimenticare certe banalità e ingenuità della storia per uscire dalla sala con gli occhi ancor colmi di Meraviglia.</p>
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		<title>La furia dei Titani: noia mitologica</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bocedi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un azzardato tentativo di scrivere un seguito a un mito classico, permeandolo di tutta la cultura statunitense contemporanea; un tripudio di azione e scontri armati che non riescono a frenare lo sbadiglio. Una pellicola che unisce noia, banalità e approsimazione in una triade che sarà fatale allo spettatore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/la-noia-mitologica_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Perseo sconfigge il mostro marino e salva la bella Andromeda da morte certa: una storia che da millenni tutti gli appassionati di mitologia conoscono molto bene. Ma cosa successe dopo? Che fine fece l&#8217;impavido eroe dai calzari alati? In nostro soccorso vengono, per fortuna, Dan Mazeau e David Leslie Johnson, gli sceneggiatori, che inventano di sana pianta &#8220;<strong>una nuova avventura, che apparisse perfettamente adeguata</strong>&#8221; a funzionare come seguito ideale del mito.</p>
<p>Ma la combinazione letale tra blockbuster &#8220;Usa Style&#8221; e mitologia greca, tranne in pochi fortunati casi, non ha mai prodotto risultati di pregio, e anche questa pellicola può essere inserita in questo affollato filone: ed è così che ritroviamo un attempato Zeus (Liam Neeson) che con il diafano fratello-traditore-redento Ade (Ralph Fiennes) si diverte a combattere a colpi di fulmine e onde energetiche di Dragonballiana memoria un lavico Crono. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/la-noia-mitologica_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />La storia non decolla mai, procedendo su topoi classici del cinema d&#8217;azione (il giovane Agenore scapestrato ma dal grande futuro come spalla del protagonista, il decaduto Efesto, vecchio e mezzo matto, che recupera l&#8217;antica gloria attraverso il sacrificio della vita non più immortale) e talvolta incagliandosi in paludi da sbadiglio, come lo scontro tra i fratellastri Perseo e Ares o l&#8217;avventura nei labirinti del Tartaro con fugace comparsa di un Minotauro, la cui presenza appare un po&#8217; fuori contesto (colpa di una confusione tra labirinti?). <strong>Approssimazione nei dettagli, eccessiva semplificazione della trama e scarsa profondità dei personaggi</strong> indeboliscono un prodotto già di per sè inteso come &#8220;di consumo&#8221; ma che difficilmente potrà registrare incassi record al botteghino, penalizzato anche dal non poter fare leva su una storia immortale e largamente conosciuta, come nel caso del precedente episodio <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=4927">Scontro fra Titani</a></em>. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/la-noia-mitologica_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Nonostante un cast di primissimo livello, in cui Sam Worthington si misura con attori del calibro di Liam Neeson o Ralph Fiennes, non si esce dall&#8217;impressione di un film di maniera, in cui i protagonisti non caricano i propri personaggi di forti e specifiche connotazioni, ma lasciano al contrario la sensazione che molti ruoli potessero essere intercambiabili</p>
<p>L&#8217;utilizzo del 3D, come in altri precedenti casi, <strong>non sembra dare allo spettatore un reale valore aggiunto</strong>, limitandosi a fargli apprezzare lapilli, pietre o freccie durante le principali scene di azione, non fornendo tuttavia un motivo che valga davvero la pena della scomodità degli occhiali.</p>
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		<title>Hugo Cabret: venite a sognare con me</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sagrati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<b>Martin Scorsese</b> ci ricorda che il cinema è un'invenzione con (ancora) un futuro e lo fa realizzando un atto d’amore: dal primo libro in cui sono le parole a descrivere le immagini (<i>La straordinaria invenzione di Hugo Cabret</i> di Brian Selznick) al primo film (in 3D) cui i movimenti danno senso ai fotogrammi, commuovendoci 24 volte al secondo.<br /><A href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&#038;id=5552" class=titolo>Guarda il trailer di Hugo Cabret</A>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/venite-a-sognare-con-me_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Che nessuno si azzardi a storcere il naso per il 3D. O almeno, per questo 3D: fidatevi, <em>Hugo Cabret</em> è da vedere necessariamente in stereoscopia. Martin Scorsese realizza <strong>una straordinaria dichiarazione d’amore al cinema</strong>, raccontando le origini della Settima arte attraverso le tecnologie che, secondo alcuni, la rendono moribonda. E invece reinventa, libera, vola e da creatore di sogni, dona la scintilla dell’emozione a una Parigi anni Trenta ricostruita digitalmente e abitata da sogni e speranze di chi ancora sapeva immaginare un mondo migliore.</p>
<p>Hugo Cabret è un orologiaio, i cui meccanismi ricordano e hanno ispirato quelli di un proiettore. Isabelle è una fervente lettrice e vuole vivere un’avventura. Papà Georges è un illusionista giocattolaio in cerca di riscatto. L’ispettore ferroviario insegue i ragazzini perché non ha ancora imparato a sorridere. <strong>Un cast perfetto per una storia semplice, adatta ai ragazzi, ma capace di narrare molto di più</strong>. Per esempio la carica emotiva di un mondo di artigiani e meccanici, di fioraie e matrone, in cui la fine della guerra aveva lasciato campo libero all’immaginazione e alle opere dell’ingegno. Così come era accaduto al Cinema, «un’invenzione senza futuro» secondo Antoine Lumière (papà dei fratelli), diventato poi «l’occhio del Novecento» (definizione di Francesco Casetti). <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/venite-a-sognare-con-me_2.jpg" alt="" width="250" height="172" /><em>Hugo Cabret</em> racconta tutto questo, e molto di più, con infinita leggerezza. <strong>Solo Martin Scorsese, da cinefilo con l’animo puro di un dodicenne innamorato del cinematografo, poteva dare vita, 24 fotogrammi al secondo, al fantasmagorico libro illustrato di Brian Selznick</strong>. Un’opera che sembra una <em>straordinaria invenzione</em> e invece prende spunto da una incredibile storia vera. Senza anticipare troppo, raccomandiamo, una volta visto il film, di consultare questa <a class="titolo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Méliès" target="_blank">pagina di wikipedia</a> per mantenere vivo il ricordo di come sia possibile un lieto fine anche fuori dalla sala cinematografica.</p>
<p><strong>Dopo numerosi film non convincenti, ma pur sempre stilisticamente ineccepibili, Scorsese ritrova un’altra giovinezza</strong> rifocillandosi alla fonte del Cinema (con la C maiuscola) e usando il 3D, non per stupire, ma per donare profondità all’emozione (fidatevi) e ritrovare l&#8217;anima del raccontare: la fiaba. Già nel prodigioso prologo scopriamo il mondo di Hugo in piano sequenza attraverso cunicoli e meccanismi, rimandando la nostra memoria inconscia di <em>figli del Novecento </em> a Chaplin, Keaton, Lloyd, ma anche a Hitchcock. Una storia in cui il passato viene evocato attraverso il rumore di un proiettore («potrei riconoscerne il rumore a chilometri di distanza», dice papà Georges) e non a caso il flashback è nato proprio con il cinema. Per non parlare della forza con la quale il 3D riporta in vita, più e più volte, la locomotiva che entra in stazione (di lumeriana memoria). Ma in qualunque modo cercheremo di descrivere la potenza visiva ed emozionale <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/venite-a-sognare-con-me_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />(non solo cinefila, ma anche storica e umanistica) messa in campo da Scorsese sarebbe riduttivo (e se ne scriveranno di saggi!). La verità è, <strong>come spiegano i buoni maestri, che il Cinema è figlio di due madri: la Scienza e la Magia</strong>. E mai come oggi, con gli occhi rigonfi di lacrime e il cuore di commozione, questo concetto è diventato chiaro.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Martin Scorsese appare nel film e si ritaglia, probabilmente con gran divertimento (e desiderio), la parte del fotografo che immortala il personaggio (che continuiamo a non voler nominare) di Ben Kingsley. Quando si dice metametacinematografico.</p>
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		<title>Breaking Dawn Parte 1: La morte ti fa Bella</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antiniska Pozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arriva sul grande schermo l’attesissima e quarta parte della saga Twilight: praticamente inguardabile dai non-fan, il penultimo capitolo affidato alla regia di Bill Condon segna qualche piccolo punto in più rispetto ai precedenti due film. Niente sesso, poco sangue, ma un pizzico di (auto)ironia qua e là e un discreto ritmo nella seconda parte. In ogni caso, astenersi detrattori della saga, cinefili d’antan, casalinghe non disperate e ultratrentenni prive di spirito teen.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/la-morte-ti-fa-bella_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Insomma ci siamo: dopo ben tre film d’amorosi sospiri e tranquillissima quiete (dei sensi), questo è IL capitolo. Quello in cui succede tutto insomma, tutto quello che le appassionate delle saga bramano di vedere da anni: nell’ordine, Bella e Edward si sposano, trombano (forse per rispetto a Stephenie Meyer bisognerebbe dire “consumano il matrimonio”) e fanno pure un figlio. E, dulcis in fundo, Bella entra finalmente nel mondo dei morti, diventando &#8211; negli ultimi due minuti di pellicola perchè nel resto del film è emaciata e anoressica &#8211; la gnocca che fu, anzi meglio, visto che i vampiri di questa saga sono tutti belli, brillantinati al sole, con lo sguardo penetrante e l’eleganza dell’immortalità. <strong>Certo che la prima parte (matrimonio+luna di miele) non è degna di nota se non per qualche ventata d’ironia qua e là</strong> (gli amici di Bella al matrimonio, lei che si depila prima della prima notte di nozze – ma perchè sotto il vestito bianco poche ore prima non era depilata?!).</p>
<p>Il momento del matrimonio è a dire il vero piuttosto sbrigativo, e corre veloce per lasciare posto al vero momento clou, quello della luna di miele: sarebbe bello poter fare qualche spoiler, <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/la-morte-ti-fa-bella_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />peccato che non ci sia praticamente niente da spoilerare, e tutto quello che si vede nel film si era già visto nel trailer. Del resto il main target sono giovanissime adolescenti dalla sensibilità esasperata, e già mostrare un letto a baldacchino devastato la mattina dopo chissà che immagini tremende infonde nelle loro caste (??!) testoline. Poi, come nella migliore tradizione delle trame teen-romantiche, al primo colpo la poverina resta incinta, anche se qui non si può mica rimproverarla troppo, la Bella neosposa, poichè effettivamente credeva di farlo con un morto, scattante e fico, ma pur sempre morto. Ma nel fantasy tutto può succedere, anche di restare incinta di un vampiro, scatenando le ire dei branchi di uomini-lupo preoccupati dall’avvento dell’erede/mostro. E qui poteva forse innestarsi una vena horror/splatter interessante, poichè il feto vampiro riduce in fin di vita la protagonista a cui devono letteralmente strapparlo via dal ventre, per poi vampirizzarla subito dopo (con una siringona di veleno? Scusate in mezzo a tutto questo miele almeno un morsetto salva-vita ci stava!). Il fatto è che <strong>questo, come gli altri precedenti film, è un prodotto destinato a una determinate nicchia di pubblico, che vuole vedere determinate cose in un determinato modo</strong>, e la produzione non ha fatto altro che dargliele, ancora una volta. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/la-morte-ti-fa-bella_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Incassando, ancora una volta, un sacco di soldi (139,5 milioni di dollari alla prima nazionale e un lancio a livello mondiale che gli è valso un incasso di ben 283,5 milioni di dollari).</p>
<p>La cosa migliore del film resta la scena di apertura: Jack esce furente di casa sotto la pioggia, getta a terra l’invito al matrimonio di Bella e… si toglie la maglietta!!! Poichè non se la toglie più per tutto il resto della pellicola, vogliamo credere che si tratti di una piccola autoironia della saga su se stessa. In fondo, <strong>guardare le cose con le lenti dell’ironia a volte è l’unico modo per vederle davvero</strong>. Tra un anno, nel 2012, l’ultimo, definitivo, capitolo della saga più amata/odiata degli ultimi anni.</p>
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		<title>Immortals: noia immortale</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Soranna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finalmente il talento visivo di Tarsem Singh può trovare il giusto spazio con un blockbuster. Ma il regista non sfrutta tale opportunità (forse troppo vincolato dai fini commerciali) costruendo un’opera piatta e noiosa senza pregi né dovuti dagli attori né tanto meno dall’utilizzo della tecnica 3D.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/noia-immortale_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Giacomo Leopardi l’aveva detto e ridetto: un’attesa delusa può fare molto male. Questo concetto è applicabile anche all’attesa di vedere un film ad alto budget diretto dal piccolo genio di Tarsem Singh. Dopo averci deliziato grazie al suo talento visivo con <em>The Cell</em> (2000) e <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=4777">The Fall</a></em> (2006) <strong>Tarsem non sfrutta per niente la magniloquenza del suo nuovo blockbuster</strong>, costruendo un film debole da ogni punto di vista. <em>Immortals</em> prova a prendere spunto dalla mitologia greca creando un pot-pourri che si distacca completamente da qualsiasi racconto o leggenda e che narrativamente risulta piatto e noioso. Il film non è nemmeno supportato dai suoi attori che si limitano, nel migliore dei casi, a restituire personaggi stereotipati ma tutto sommato credibili (vedi il temibile tiranno interpretato da Mickey Rourke).</p>
<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/noia-immortale_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Il talento visivo del regista rimane celato per tutta la durata della pellicola, forse costretto dai fini commerciali imposti dalla produzione. Il problema è che così facendo, il film risulta una sorta di brutta copia di <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=2783"> 300 </a></em>. È impossibile non notare le affinità con la pellicola di Zack Snyder: guerrieri a petto nudo che sfoderano addominali scolpiti, battaglie riprese con insopportabili e ripetuti ralenti. Se però il film del 2007 aveva una base solida sulla quale appoggiarsi e trarre spunto (la graphic novel di Frank Miller), <strong>Immortals non gode dello stesso vantaggio e ne risente molto</strong>.</p>
<p>La ciliegina su questa torta per nulla riuscita è ovviamente l’uso della terza dimensione. Come tutte le pellicole in cui il 3D viene inserito in <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/noia-immortale_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />postproduzione, anche <em>Immortals</em> lo utilizza male e in maniera piuttosto fastidiosa, <strong>mai calibrato per dare profondità o per esplorare nuovi campi</strong>. Si spera che questo capitolo ad alto budget sia stato solo una brutta parentesi nella carriera del regista, sperando in un suo ritorno più indipendente e ad atmosfere nelle quali trovarsi più a suo agio.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Il regista si è presentato alla prima riunione con i produttori di Immortals con una valigetta piena di riproduzioni di dipinti presenti nei musei, per illustrare la sua visione inconsueta della pellicola: Tarsem Singh infatti ha proposto di basare le immagini del film sul lavoro di Caravaggio.</p>
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