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	<title>hideout &#187; emanuele crialese</title>
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	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
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		<title>Gente di mare</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Vantellini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia e candidato italiano alla corsa per gli Oscar, Terraferma costituisce il logico sviluppo del cinema di Crialese. I temi cari al regista si fondono con argomenti attuali, sullo sfondo di un mare mosso da un vento di cambiamento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/09/gente-di-mare_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Il mare, quello non addomesticato dal turismo, fa parte del DNA di Emanuele Crialese. Lo ribadisce la prima, lunga sequenza di <em>Terraferma</em>, che inquadra le reti dei pescatori nelle profondità marine. Approdato al Lido di Venezia, il film racconta, come sempre in modo sincero, una storia fresca, attuale e italianissima. <strong>La pellicola si inserisce logicamente nel percorso di “ritorno alle origini” del regista siciliano, che, a partire da <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/respiro">Respiro</a></em> (2002), traccia l&#8217;evoluzione di un microcosmo insulare del Sud, ritraendolo nei suoi pro e nei suoi contro</strong>. Dalla distanza che separa il mondo industrializzato dal mondo statico, ma emotiva-mente instabile di <a href="http://www.hideout.it/respiro"><em>Respiro</em></a>, osservato con uno sguardo “verista” nel senso verghiano del termine, Crialese passa attraverso l’apertura al <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/nuovomondo/">Nuovomondo</a></em> (2006) per toccare, finalmente, la terraferma. “Terraferma” come presa di coscienza della necessità di aprirsi al cambiamento, di trasgredire le tradizioni e le consuetudini insulari improvvisandosi timidi imprenditori di se stessi. <strong>“Terraferma” anche come ricerca di un’identità perduta, posta sul confine tra la generazione dei padri e quella dei figli</strong>. In questa “epifania”, a cui giunge non senza dolore Giulietta (Donatella Finocchiaro), s’insinua, come sempre nel cinema di Crialese, l&#8217;apparentemente scomodo straniero, qui rappresentato dalla figura del profugo africa-no. Una scelta quanto mai attuale, essendo l’immigrazione clandestina fonte di accesi dibattiti e di conseguenza oggetto d&#8217;interesse di molto cinema (vedi <em>Il villaggio di cartone</em> di Ermanno Olmi, presentato fuori concorso a Venezia 68, ma anche il tenero <em>Io sono Li</em>, di Andrea Segre, nella sezione Giornate degli autori).<img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/09/gente-di-mare_2.jpg" alt="" width="250" height="172" /></p>
<p>In effetti, nella piccola comunità di <em>Terraferma</em>, c&#8217;è chi ha già capito come gira il mondo e quali sino le regole del gioco. Anche in termini d’immigrazione. È il caso di Nino (Beppe Fiorello), il cognato di Giulietta, che ha trovato il modo di fare facili quattrini con il turismo. Le sue idee progressiste e l’attenzione alla legalità nell’esercizio della propria attività non trovano seguito, com’è ovvio, tra chi tiene saldo il legame con le proprie radici, perché ritenute quasi “immorali”, contro natura. <strong>Succede così che soccorrere i clandestini diventa reato per la legge italiana, ma è visto come comportamento spontaneo da chi, come nonno Ernesto, obbedisce alle leggi del mare e dell’uomo</strong>. Proprio questa è la scintilla che manda in frantumi il fragile equilibrio che esiste tra giusto e sbagliato, destabilizzando d’un colpo le proprie certezze. È quanto accade al più giovane della famiglia, Filippo (Filippo Pucillo), che sperimenterà sulla propria pelle quanto sia profonda e insanabile la contraddizione che esiste tra l’obbedienza alla legge della terraferma e al proprio senso innato di dovere verso il prossimo.</p>
<p>La progressiva e simbolica tensione verso la terraferma, da parte di isolani e immigrati, si rispecchia stilisticamente: il sorriso prevale sul dramma di <em>Respiro</em> e il lungometraggio risulta più accessibile allo spettatore medio, nonostante la scelta di usare spesso il dialetto siciliano, avvicinandosi &#8211; specialmente con la scena della traversata in barca al ritmo di Maracaibo &#8211; al cinema italiano più “vacanziero”. <strong>Il ricorso a immagini simboliche abbonda, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/09/gente-di-mare_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />ma fluisce inavvertito per tutto il lungometraggio: dalle reti per la pesca, che evocano la costrizione e l’ancoraggio a tradizioni obsolete, fino allo strappo materiale e metaforico da parte del giovane Filippo</strong>. Crialese ci regala un nuovo affresco della realtà italiana più remota, fondendo insieme argomenti di attualità a una poetica dell&#8217;insularità fisica e psicologica della gente dei mari del Sud.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Timnit T. è una vera sopravvissuta di un viaggio della speranza e ha convissuto con la troupe sull’isola di Linosa (la stessa location di <a href="http://www.hideout.it/respiro"><em>Respiro</em></a>) durante le riprese, così da creare un’emotività reale dentro e fuori dal set</p>
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		<title>Aspetta e spera4 settembre 2011</title>
		<link>http://www.hideout.it/2011/09/06/venezia-2011-4-settembre-2011/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Mazza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al giro di boa sono soddisfatto a metà. Aspetto e spero delle sorprese, che finora non ci sono state. Intanto McQueen, Crialese e Solondz.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/09/-i-aspetta-e-spera-i-br-4-settembre-2011_1.jpg" alt="Filippo Pucillo in una scena di Terraferma" width="250" height="172" />Steve Rodney McQueen, classe 1969, videoartista inglese di fama mondiale, ha esordito nel 2008 con <a href="http://www.hideout.it/hunger/"><em>Hunger</em></a>, tremendamente dimenticato dalla distribuzione italiana (nonostante i tanti applausi e la quintalata di premi raccolti nel mondo). Sceglie Venezia per presentare il suo secondo film, intitolato <em>Shame</em> e interpretato, come <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/hunger/">Hunger</a></em>, da Michael Fassbender che, come in <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/hunger/">Hunger</a></em>, sprofonda in un tunnel senza uscita.</p>
<p><em>Shame</em> racconta la vicenda di Brandon, giovane newyorkese benestante che non riesce (vuole) ad avere relazioni sentimentali, non riesce a controllare il suo impulso sessuale che lo conduce a mantenere un atteggiamento compulsivo, distruttivo, a senso unico. Il precario e apparente equilibrio che mantiene con gli altri è scombussolato dall’arrivo della sorella (Carey Mulligan) cantante, pure lei non tutta a posto.<br />
<strong>È un film tosto, da cui difficilmente non si viene rapiti</strong> (in un senso o nell’altro), che McQueen ha catalogato come film politico perché, fin da subito, mette in scena il corpo come prigione della libertà. E visto che anche <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/hunger/">Hunger</a></em> affrontava, in modi diversi, la stessa tematica, mi pare di essere di fronte a un autore potente (e la corsa “liberatoria” sembra essere il ponte ideale e ideologico con gli arrabbiati del Free Cinema degli anni Sessanta), in grado di scalfire lo sguardo dello spettatore.</p>
<p>Anche se <em>Shame</em> mi è piaciuto meno di <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/hunger/">Hunger</a></em>, anche se <em>Shame</em> mi è parso fin troppo programmatico, esplicito (non per le scene di sesso, piuttosto nel motivare lo stato d’animo del protagonista e le motivazioni che lo spingono ad agire in un certo modo contro se stesso e contro la sorella: “non siamo cattivi, veniamo da un brutto posto” dice lei verso la fine) e desolante, <strong>è un film sulla solitudine dell’uomo, pieno di umanità smarrita.</strong></p>
<p>Emanuele Crialese, classe 1965, nato a Roma ma cinematograficamente siciliano, torna a Venezia con <a href="http://www.hideout.it/nuovomondo/"><em>Nuovomondo</em></a>, magico, del 2007. Alcune idee belle come il contrasto tra “legge dello stato” e “legge del mare”, o come l’analogia uomo-animale, alcuni personaggi ben riusciti e alla base un’idea interessante e inappuntabile: accogliere chi è nel bisogno e fare i conti con la realtà. Fin qui tutto bene, anche perché le inquadrature dell’Isola innominata (i riferimenti sono chiaramente a Lampedusa, ma il film è stato girato a Linosa) sono belle e in alcuni momenti i film funziona.<br />
<strong>Poi però il campo si restringe invece di espandersi, e il film rallenta e inciampa indugiando un po’ troppo su un pietismo che sfiora il patetico piuttosto che il poetico, il riduttivo al complesso.</strong> Nel finale si ripiglia ma l’impressione è che sia troppo tardi. Peccato, nell’ultima immagine (dall’alto, il mare, una barca, il blu scuro) si raccoglie una conclusione terribile: nessuna certezza (ma questo già lo sapevamo).</p>
<p>Crialese, uno dei pochi nuovi autori italiani, con <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/nuovomondo/">Nuovomondo</a></em> era riuscito a rinnovarsi alla grande dopo l’ottimo <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/respiro/">Respiro</a></em> (recuperateli, nel caso). Con <a href="http://www.hideout.it/terraferma/"><em>Terraferma</em></a> mi sembra che l’autore abbia scelto un sentiero più tranquillo, più facile, per proseguire nel suo personale percorso.</p>
<p>Todd Solondz, classe 1959, dal New Jersey: <em>Dark Horse</em> è il suo settimo film. Racconta la vita fallimentare di un perdente d.o.c., Abe, fannullone e mammone. Cerca il riscatto e l’amore, troverà frustrazione e guai. <strong>Non c’è indagine sociale (stiamo parlando di Solondz!) ma c’è amarezza ovunque e si ride facilmente delle tragedie della vita.</strong> Troppo facilmente, a tal punto che alla fine ci si chiede perché tanto accanimento. E sorge una domanda: l’autore Solondz cosa ha aggiunto al suo cinema con questo film?<br />
Per ora, il film peggiore visto alla Mostra è <em>The Invader</em>, di N. Provost, in Orizzonti. C’è anche Stefania Rocca nuda. Ah, sì, chissenefrega. Ma chi gliel’ha fatto fare?<br />
Al giro di boa sono soddisfatto a metà. Aspetto e spero delle sorprese, che finora non ci sono state.</p>
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		<title>L’al di qua sa di latte e fregatura</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Sep 2006 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Carrieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo di fronte a un grande affresco. Un racconto che non si può dimenticare, non si può tralasciare. Un’opera importante che ribadisce il talento di <b>Emanuele Crialese</b> e la sua dedizione al rispetto della realtà. Un film che porta da un mondo all’altro, incantando, commuovendo, ricordando. Senza pretese, come un bel regalo inatteso.<br /><A href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&#038;id=2210" class=titolo>Guarda il trailer di Nuovomondo</A>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2006/09/l-al-di-qua-sa-di-latte-e-fregatura_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Crialese è un maestro. Sbaglio lo so, quando si scrive non bisogna mai dare niente per appurato. Occorre dimostrare le proprie tesi; eppure chi vede <em>Nuovomondo</em> difficilmente può contraddirmi.<br />
Magari potrà ammettere di essersi annoiato e di aver sofferto in certi punti per la particolare lentezza, ma non potrà negarne la bellezza, <strong>quella sua carica di immagini che persiste nella mente</strong>, come un tatuaggio non si estingue dalla pelle.<br />
I Mancuso sono le figure scelte per rappresentare un’avventura umile e grandiosa allo stesso tempo: sono dei piccoli personaggi che camminano a piedi nudi sulle pietre, sognano un futuro migliore dove l’oro cade dagli alberi e che non dimenticano i valori sacri della famiglia e dell’onore. Crialese li segue con amore come se fossero i suoi Malavoglia, muove la sua intensità ponendo sempre al centro i loro passi, le loro cadute, i loro pensieri. E’ un grande cinema antropocentrico, alla Visconti, questo di <em>Nuovomondo</em>, dove si catturano le fregature delle speranze, le ingenuità di chi aspetta di poter nuotare nel latte, come se davvero esistessero torrenti di quel sapore.</p>
<p><strong>L’autore cattura, non corregge, non giudica, guarda, rispetta</strong>. E mentre scruta questo cosmo dove ogni dettaglio è qualcosa di indispensabile e l’umanità è radiografata con una cura degna dei vari Courbet, Millet o Daumier, ci rendiamo conto che in quella messa in scena noi siamo parte integrante, ci siamo anche noi ad attraversare l’oceano, ci siamo anche noi ad affrontare quelle prove d’intelligenza. Già in <a href="http://www.hideout.it/respiro/"><em>Respiro</em> </a>(2003), Crialese aveva provato a illustrarci il significato della parola “straniero”, dell&#8217;essere fuori contesto. Grazia era isola nell’isola, i Mancuso sono isole nel continente. Solo che a differenza della precedente opera in cui il regista aveva comunque spinto su toni più fiabeschi, <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2006/09/l-al-di-qua-sa-di-latte-e-fregatura_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />qui impone maggiormente la sua volontà filantropica, di narratore che esalta la grandezza dei piccoli sotto i colpi inflitti dai grandi, nascondendola in rivelazioni, apparizioni, piccole fantasie. Un po’ come lo stesso Dickens faceva nei suoi libri.<br />
I Mancuso scappano col desiderio di essere principi, ma finiranno per essere umiliati, maltrattati come se la loro diversità fosse un reato, un diritto all’espulsione dall’Eden ricercato.<br />
Il Nuovo Mondo ha una religiosità inversa, di burocrazia e crudele intelligenza che emargina le anomalie e i difetti di produzione. Tutto quindi in perfetto stile americano.<br />
C’è un Dio che caccia i suoi Adamo ed Eva non perché abbiano mangiato la mela a tradimento, ma perché non sono stati abbastanza furbi a raccoglierla.<br />
Il Vecchio Mondo ha un’escatologia di vacche che pascolano al ritmo delle nuvole e di incubi di carote giganti, mentre le case sono di pietre vulnerabili.<br />
Il Nuovo Mondo è l’ordine, l’infallibile geometria e la successione corretta causa-effetto, il Vecchio è la non necessità dell’ordine, l’eversione, l’asimmetria e quindi l’astrazione e la creatività.<br />
Non si subisce il bastone della logica, perché si segue ancora la pulsione, il residuo di umanità che a Ellis Island hanno già compresso in carne da lavoro, alienata e dolente.</p>
<p>Tuttavia <strong>Crialese non eccede in un accentuato manicheismo, semmai ne illustra con misericordia il passaggio</strong>, il transito con le sue contraddizioni e le sue perplessità. E ama guardare dall’alto, per aumentare la nitidezza e il coraggio dell’occhio.<img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2006/09/l-al-di-qua-sa-di-latte-e-fregatura_3.jpg" alt="" width="250" height="172" /><br />
Sbaglio lo so, dando per certa una tesi, che questo sia un piccolo capolavoro.<br />
Sbaglio eppure lo ribadisco. Ma non intendo eccedere in discorsi tecnici, perché questo è un film che va spremuto solo assorbendone i colori, i contrasti e i tempi. Non servono fiumi di parole.<br />
Basta vederlo per capire che tanto Crialese ha già fatto tutto.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Il film ha vinto all’ultima edizione del Festival di Venezia il Leone D’ Argento – Rivelazione. Era la prima volta che Crialese partecipava alla prestigiosa kermesse. Vincenzo Amato, l’attore protagonista, insieme a Francesco Casisa e Filippo Pucillo avevano già recitato per il regista romano nel precedente <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/respiro/">Respiro</a></em>.</p>
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		<title>Le reti tristi</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jun 2002 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo film di Emanuele Crialese, promettente regista che si è fatto notare a Cannes, vincendo la “Semaine de la critique”. Ha cominciato la sua avventura cinematografica negli Stati Uniti, al Sundance Festival di Redford, poi è sbarcato in Italia con questo film molto delicato, tenero, materno. Un buon film italiano che non si fa dimenticare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2002/06/le-reti-tristi_1.jpg" alt="" width="182" height="120" />Ognuno ha la sua favola da raccontare. Anche Lampedusa. Il regista Crialese al suo debutto dice di aver ripreso una leggenda del posto e di averla trasformata a suo modo. La realtà è che si incontra in tutto il film uno sfondo immaginifico e una sorta di sogno e morbidezza fatata, nei respiri, nelle parole, nei gesti di ogni attore. Sembra che tutti gli abitanti si lascino trasportare in gesti primitivi, in movimenti morbidi e passionali.</p>
<p>Valeria Golino è Grazia, gioviale donna con tre figli, alquanto bizzarra e affascinante, ma anche ghiacciata e passionale. Vive a Lampedusa, con il marito Pietro (Vincenzo Amato); pescatore, diviso tra l’amore per la moglie e il disprezzo della comunità per la “diversità” di lei.</p>
<p>Nei tuffi improvvisi in acqua, nelle corse e le botte tra ragazzini, nel pesce da raccogliere di notte: tutto assume una sorta di catena primordiale del cibo, della mente. Ognuno ragiona attraverso il sentimento del minuto, e così Grazia si butta con le scarpe in mare, Marinella insegue con gli occhi il carabiniere Pier Luigi, Pasquale non dubita a portare la madre nella grotta. Anche il villaggio poi, si rifugia nelle preghiere per cancellare il proprio senso di colpa, trasformando la donna in una sorta di santa.</p>
<p>La religione: simbolo e cultura del paese, muta in gallina sulla pancia di Pasquale, si trasforma poi in una branchia nel corpo di Pietro, aiutandolo così simbolicamente a sistemare la statua della madonna in fondo al mare.</p>
<p>Il colore e la forma: qual è il colore del respiro? Come disegneresti la sua forma?<br />
Le immagini ti opprimono in una sola unica e definita apparizione: l’acqua.<br />
Il blu e le bolle diventano meccanico motore della mente per darti un’ idea, una espressione di libertà sociale paragonabile alla libertà che ti da l’ espirare anidride carbonica ogni cinque secondi dai tuoi polmoni.<br />
Inspirare &#8211; buttare fuori l’ aria.<br />
Cercare di capire il mondo attorno &#8211; tirare fuori le proprie emozioni.</p>
<p>Pier Luigi, il carabiniere, è la figura a me più vicina, e non solo perché è l’unico del nord che non conosce gli usi e i costumi dell’isola, ma perché è la sola persona che rifiuta i suoi istinti, ma alla fine, ne viene contaminato, negli occhi e nell’agire, nel prendere le galline, nell’amare.<br />
Il figlio di Grazia, Pasquale, scappa dalla dipendenza, dal lavoro, dalla famiglia, nascondendo prima la madre in un nuovo ventre, riscattando così il ventre di feto;<br />
poi sviene, cullato dal suo respiro lento e poco nevrotico.</p>
<p>L’immagine: gli occhi di Golino e i suoi gesti, gli occhi grigi che guardano il figlio, le sue tende bianche di pizzo che velano e nascondono il dolore del respiro nascosto, della voglia di vivere l’amore come “Grazia”.</p>
<p>Ognuno ha la sua carabina. Sembrerebbe solo A Lampedusa.<img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2002/06/le-reti-tristi_2.jpg" alt="" width="225" height="150" /></p>
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