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	<title>hideout &#187; sci-fi</title>
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	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
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		<title>Hunger Games: Che la fortuna sia con voi</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antiniska Pozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sbarca finalmente sugli schermi italiani il più grosso successo letteral-cinematografico degli ultimi tempi: The Hunger Games, tratto dal romanzo teen di Suzanne Collins e presentato come il nuovo Twilight, è però fatto di tutt’altra pasta. Più cupo e dai temi più maturi, il film non è esente da imperfezioni e per diversi aspetti rappresenta un’occasione mancata, ma fondamentalmente risponde bene al suo ruolo di entertainment per ragazzini, mostrandosi proponibile anche per gli adulti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/che-la-fortuna-sia-con-voi_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Dopo mesi e mesi di attesa arriva anche in Italia <em>Hunger Games</em>, da molti presentato come <strong>nuovo fenomeno in stile <em>Twilight</em></strong>, con il quale però ha in comune assai poco, almeno a giudicare da questo primo episodio (sembra assai palese dal finale che ce ne saranno altri). Per chi fosse all’oscuro di tutto, in breve la pellicola è tratta dall’omonimo bestseller di Suzanne Collins &#8211; che per la cronaca ha collaborato alla sceneggiatura e compare anche tra i produttori esecutivi – ed è ambientata in un futuro post-apocalittico, in cui il Governo della nazione di Panem situato a Capitol City (realtà distorta e ipertrofica, ipercolorata e grottesca) domina indisturbato su 12 Distretti, dai quali preleva a sorte ogni anno, nel Giorno della Mietitura, due giovani tra i 12 e i 18 anni, un maschio e una femmina, che vengono costretti a partecipare agli <em>Hunger Games</em>, al grido di Che la fortuna sia con voi, sempre). Una sorta di reality a metà tra l’<em>Isola dei Famosi</em> e il <em>Grande Fratello</em>, con la sola differenza che tutti concorrenti muoiono tranne uno, il Vincitore (praticamente il reality che molti italiani vorrebbero vedere).</p>
<p>La premessa è interessante, perché parte da una realtà distopica ma molto vicina al nostro mondo: <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/che-la-fortuna-sia-con-voi_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />i temi messi in campo sono il confine tra vero e artefatto, tra realtà e finzione televisiva, tra pietas umana e disumana crudeltà, tutti visti dalla duplice prospettiva dei distretti periferici poveri e ancorati alla terra, e della capitale in cui tutti sono drogati di showbiz. La storia regge: c’è l’eroina di turno, Katniss Everdeen, del Dodicesimo distretto, che si offre volontaria per salvare la sorellina estratta dalla (mala)sorte per i giochi – una Jennifer Lawrence in gran forma, col piglio dell’amazzone – c’è il coprotagonista belloccio e sensibile, Peeta, con il quale sboccia l’amore; c’è anche sullo sfondo, un terzo del triangolo, l’amico speciale di Katniss rimasto nel dodicesimo distretto a fare da spettatore, anche se si intuisce che qualcosa accadrà (e forse lì si giocherà la partita dei prossimi episodi, sul peso che verrà dato all’elemento romantico). C’è un supercattivo interpretato da Donald Sutherland, un antagonista temporaneo che dura il tempo dei giochi e così via. E <strong>l’occasione mancata è forse proprio questa: avere a disposizione una bella storia e tanti personaggi che tuttavia restano superficiali</strong>, non riuscendo ad acquisire spessore nel corso della vicenda. Eccezion fatta (e neanche troppo) per Katniss, sulle cui spalle si regge e traina l’intero film, tutti gli altri appaiono e scompaiono dallo schermo senza lasciare una qualche traccia emozionale. Tuttavia la storia ha il suo fascino e viene narrata registicamente in modo non troppo classico: molti, a volte troppi, sono i movimenti della camera a mano, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/05/che-la-fortuna-sia-con-voi_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />le inquadrature ravvicinate e traballanti che a fatica fanno capire cosa sta accadendo, la fotografia è adeguata all’habitat e allo svolgersi della vicenda.</p>
<p>Nonostante tutto <strong>il film non annoia e offre diversi spunti di riflessione: considerato il pubblico al quale è destinato non è poco</strong>. E il botteghino sta ripagando la fatica produttiva: il film, costato 78 milioni di dollari, ha stabilito il record per il miglior esordio negli Usa di un non-sequel con 152.5 milioni di dollari, registrando il terzo miglior dato di sempre dopo <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/harry-potter-e-i-doni-della-morte-parte-2">Harry Potter e i doni della morte: Parte II</a></em> (169 Milioni di dollari) e <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/il-cavaliere-oscuro">Il cavaliere oscuro</a></em> (158 milioni di dollari).</p>
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		<title>Battleship: Niente di nuovo sul fronte del consumo</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Vanin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nuovo film di guerra/fantascientifico/catastrofico di Peter Berg è all’insegna dell’esagerazione e si muove al confine tra serietà e autoparodia. Un film fracassone, in cui i difetti del genere si sprecano. Tuttavia, il ritmo è incalzante e il divertimento non manca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/niente-di-nuovo-sul-fronte-del-consumo_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Ispirato dall’omonimo gioco da tavolo della Hasbro, <em>Battleship</em> è un film alla Michael Bay, tanto per intenderci. Fin qui nulla d’insolito. Ma durante la visione sorge spontanea una domanda: <strong>il film c’è o ci fa?</strong> Insomma, fino a che punto <em>Battleship</em> si prende sul serio e quanto è sua intenzione abbracciare l’autoparodia? Inizia in un bar. I due fratelli Hopper festeggiano il compleanno di Alex. Fin dalle prime battute è chiara l’opposizione caratteriale tra i due: il marinaio Stone è equilibrato, ligio al dovere e con la testa sulle spalle; Alex è ribelle, senza un obiettivo e disoccupato non preoccupato di esserlo. Stone sta facendo le consuete ramanzine al fratello, quand’ecco che entra in scena la bionda tettona Samantha che ordina un chicken burrito. Ma la cucina è chiusa. Alex non ci pensa due volte, smette di ascoltare Stone e si fionda da lei, promettendole un chicken burrito entro cinque minuti. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/niente-di-nuovo-sul-fronte-del-consumo_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Rapinerà un supermercato, si farà malmenare dalla polizia, ma consegnerà a Samantha il chicken burrito e lei gli consegnerà il suo cuore.</p>
<p>Gli stereotipi del genere ci sono tutti (lo sciagurato bisognoso di disciplina, la bella da conquistare) e <strong>la resa comicizzante e caricaturale dissipa ogni dubbio: è un’autoparodia</strong>. Ma il tono dei discorsi sull’onore, il coraggio e l’eroismo (soprattutto se messi in bocca a un attore dalla professionalità indiscussa come Liam Neeson) è di una serietà tale da mettere a rischio la natura intrattenitrice dell’operazione. L’intera sequenza, poi, dedicata ai mutilati di guerra è assolutamente dissonante con l’essenza fracassona ed eccessiva del film, una nota anti-militarista in un film che è un’apologia alla spettacolarità delle esplosioni e alla super-tecnologia delle armi più avanzate. E come giustificare allora le citazioni, assolutamente gratuite, di <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/niente-di-nuovo-sul-fronte-del-consumo_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Omero e Sun-tzu? È ancora autoironia o un estemporaneo anelito a un tono più impegnato?</p>
<p>Ma, <strong>tutto sommato, il gioco funziona</strong>. Il ritmo è incalzante e il divertimento non manca. <em>Battleship</em> è ancora una volta un esempio di cinema iperbolico dove i colpi di scena si sommano a tal punto da diventare prassi e gli interventi provvidenziali all’ultimo secondo messi sempre a raddrizzare l’esito tendente a favore dei cattivi, e dove tutto alla fine torna, persino la “corazzata” (battleship in inglese, per l’appunto) Missouri tornerà utile ai protagonisti, obsoleta e meno tecnologica dei moderni cacciatorpediniere ma più resistente ai colpi.</p>
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		<title>L&#8217;arrivo di Wang: l’ordalia della comunicazione</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La fantascienza low budget secondo i Manetti Bros è un’efficace metafora dei nostri giorni, pur ricordando fin troppo lo stile della fiction tv.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/l-ordalia-della-comunicazione_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Chi è il signor Wang? Forse un immigrato cinese, magari un criminale, spia di un paese nemico. Oppure, più semplicemente, un diverso, forma di vita estranea, che pone gli uomini di fronte a quell’eterno problema che è la necessità di comunicare. <strong>Una necessità che a volte nasce dal desiderio, altre dall’obbligo</strong>, e che spesso è vista come un’ordalia a cui si vorrebbe rimaner sordi.</p>
<p><strong>Tutto il film dei Manetti Bros è fondato sul concetto di comunicazione e su quello di apparenza</strong>. Del primo è rappresentazione il personaggio di Gaia, la giovane traduttrice di lingua cinese, che con il suo lavoro e la sua personalità è il simbolo concreto del dialogo, dell’ascolto, del desiderio di comprendere gli altri. Al suo opposto, il personaggio di Curti (interpretato da un “cattivissimo” Ennio Fantastichini) che sin dalla sua indefinita figura professionale (non ci è dato sapere chi sia realmente e cosa faccia) appare come una forza che al dialogo si oppone, preferendo contrapporre una sordità volutamente ottusa, una forza violenta e apparentemente ingiustificata. Tra questi due opposti, fortemente estremizzati e forse anche per questo decisamente stereotipati, si erge la misteriosa figura del signor Wang, che rappresenta il secondo concetto alla base di questa sci-fi: l’apparenza. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/l-ordalia-della-comunicazione_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />A lui, i due registi affidano il compito di sorprendere sia i protagonisti che gli spettatori, sorprendendoli, illudendoli e, proprio per questo, rendendoli complici inconsapevoli di una colpa. È un duello quello che i Manetti Bros mettono in scena; un duello tra categorie universali (giustizia e ingiustizia; umanità e disumanità; razzismo e fratellanza) che si svolge nelle pareti strette e anguste di una stanza di cemento; stanza più consona a un film di guerra o ad un poliziesco. In verità, <em>L’arrivo di Wang</em> potrebbe benissimo afferire a questi due generi: cos’è quella tra Curti e Gaia, se non una guerra tra due diversi modi di vedere il “diverso”? Che cos’è la ricerca della verità da parte di entrambi, se non un’indagine, che avrà il suo epilogo in un finale venato di comicità nera?.</p>
<p>Le idee buone, nel film di Marco e Antonio Manetti, non mancano di certo; e di certo per fare un buon film non servono effetti speciali mirabolanti, come <em>L’arrivo di Wang</em> dimostra e come avrebbe potuto ulteriormente dimostrare se i dialoghi e, soprattutto, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/l-ordalia-della-comunicazione_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />le interpretazioni dei vari personaggi, in primis quella di Ennio Fantastichini e Francesca Cuttica, non fosse stata così terribilmente vicina ai modi e allo stile di una mediocre fiction televisiva. Lo scontro tra Gaia e Curti avrebbe meritato una verve, un’intensità interpretativa maggiore; giustificare la stereotipizzazione del modus interpretativo come una scelta voluta da parte dei due registi potrebbe essere corretta, ma solo in parte. <strong>Rimane comunque un’opera che si guarda con interesse</strong>, una delle poche incursioni italiane nel genere fantascientifico che della sci-fi riesce a recuperare il valore più profondo: essere metafora capace di parlare dei giorni nostri guardando al futuro. O a un presente apparentemente troppo incredibile per esser veritiero.</p>
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		<title>Melancholia: Lars, il romantico!</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Danilo Sergio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Presentato in concorso al 64° Festival di Cannes, il film sulla fine del mondo scritto e diretto da Lars Von Trier ha letteralmente spaccato in due il mondo della critica cinematografica: gli apocalittici sbeffeggiano il cineasta danese, gli integrati se lo coccolano e parlano di “capolavoro”. Di sicuro, un'opera d'arte che fa discutere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Melancholia</em> di Lars Von Trier si articola e si sviluppa sui concetti di dolore e la noia teorizzati da <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/10/lars-il-romantico-_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Schopenhauer e una visione romantica dell’artista; si delinea peraltro <strong>una contrapposizione filosofica nel modo di procedere delle due protagoniste femminili</strong>: tra l’atteggiamento positivista dinanzi ai fenomeni naturali fondato sulla ragione e la scienza di Claire (che la ragione finirà per perderla) ed il concetto kantiano di Sublime del quale invece Justine sembra quasi del tutto posseduta.</p>
<p>I codici poetici e stilistici restano quelli tipici del cineasta danese: camera a mano, montaggio schizoide, slow motion per allungare e far sentire il tempo, suddivisione godardiana in capitoli, donna come organo e strumento conoscitivo dell’ignoto; tuttavia, essi appaiono qui arricchiti da una maggiore necessità di attingere da se stessi e dalla propria sofferenza (com’è noto il regista in passato soffrì di una non lieve forma di depressione) per la realizzazione di un’opera d’arte. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/10/lars-il-romantico-_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Il cineasta ha infatti utilizzato l&#8217;esperienza del male di vivere per costruire un prodotto artistico che fosse capace di <strong>interrogarsi sulle possibili reazioni che l’Umanità intera potrebbe avere di fronte a una catastrofe di origine naturale.</strong> Da un lato Claire cerca di affidarsi alla scienza, quindi si ostina a cercare risposte sulla sorte del pianeta nelle previsioni esatte degli studiosi e poi, presa dal totale sconforto, si dà alla fuga disperata, senza fine e meta alcuna, perdendo completamente il senno dinanzi al cataclisma ormai incombente. Dall’altro invece Justine, giovane donna in carriera, assume un atteggiamento di inerzia, apatia, inettitudine a vivere dinanzi alla situazione catastrofica: <strong>il Sublime dinamico e quello matematico di Kant si fondono nel personaggio interpretato dalla Dunst</strong> la quale, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/10/lars-il-romantico-_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />agli sgoccioli del film, suggerisce addirittura alla sorella di godersi lo spettacolo in terrazza bevendo vino e ascoltando la <em>Nona Sinfonia in Re minore</em> di Beethoven.</p>
<p><strong>Per mettere in scena l&#8217;Assoluto e il Sublime, Lars Von Trier ha bisogno però di un altro grande romantico: Wagner ed il suo <em>Tristano e Isotta</em></strong> che, per l&#8217;intera durata del film, cullano lo spettatore dinanzi allo spettacolo della fine del mondo.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Dopo Bodil Jørgensen, Bjork e Charlotte Gainsbourg, Kirsten Dunst è la quarta attrice diretta dal regista danese a ricevere un premo per la sua interpretazione.</p>
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		<title>Priest: Tamarri da un far west futurista</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pasticciaccio senza capo né coda, guazzabuglio di citazioni gratuite, collezione di banalità al limite del ridicolo, copia quasi perfetta del film Legion, diretto dal medesimo regista. Priest è l’ideale per chi voglia garantirsi un’oretta di sonno profondo o per i temerari che vogliano sfidare ottantasette minuti di noia purissima.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/tamarri-da-un-far-west-futurista_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Una precisazione, anzi, un avvertimento è d’obbligo: chi si accosti a questo film pensando (e sperando) di vedervi la trasposizione del celebre <em>manhwa</em> di Hyung Min Woo rischierà una colossale delusione. Perché con il famoso fumetto coreano il film di Scott Stewart ha in comune solo il nome, sebbene pare che il primo ne sia stato, in qualche modo, ispiratore. Se ciò fosse vero, si può ben dire che tale ispirazione non ha dato luogo ad alcun risultato concreto e che le due opere, oltre il nome e l’ambientazione nel selvaggio west, non hanno in comune assolutamente nulla. <strong>Il concetto di “nulla” risulta però fondamentale per chi voglia accostarsi criticamente a questo film, proprio perché risulta essere l’unica categoria concettuale a cui sembra che regista e sceneggiatore abbiano attinto</strong> e, a conti fatti, proprio perché risulta essere l’unica sensazione che rimane allo spettatore una volta concluso il film.</p>
<p>Un film, quello di Stewart, che <strong>non finge nemmeno di sforzarsi ad offrire qualche elemento di originalità</strong>. La trama è imperniata sulla ormai trita e ritrita lotta tra umani e vampiri; i personaggi si reggono in piedi non grazie ad una storia che dona loro carne e anima, ma in quanto sagome di altre storie già viste e già sentite, caricature di cui <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/tamarri-da-un-far-west-futurista_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />lo spettatore può intuire persino il minimo cambiamento di espressione e la più breve delle battute (cose, queste ultime, davvero non difficili, vista l’esiguità delle espressioni facciali e la pochezza delle battute di Bettany &amp; Co); le esplicite citazioni da altri film (da <em>Blade Runner</em> alla saga western di Sergio Leone), più che essere chicche per cinefili e spettatori attenti, sono così sfacciate e gratuite da risultare scontate.</p>
<p>Qualcuno potrà pur obiettare che tutti questi sono difetti comuni ad altri film in cui a far da padrone è lo spettacolo e non la storia in sé; eppure Scott Stewart, pur avendo a disposizione l’ormai inflazionato uso del 3D (il cui utilizzo risulta essere inutile nove volte su dieci) e una storia che ben si presta a scatenare almeno la creatività dell’elemento visivo, riesce a banalizzare anche la dimensione spettacolare. I costumi sono anonimi quanto e più dei personaggi; le armi non colpiscono per la fantasia del loro design e le motociclette utilizzate sono delle vecchie carrette a cui è decisamente mancato il tocco magico di Darren Gilford, le cui moto di puro design della luce hanno costituito l’unica, vera attrazione di un film dalla storia deboluccia quale è stato <em>Tron Legacy</em>. Persino nel concepire il simbolismo di Cathedral City, la città dominata dal potere dittatoriale della Chiesa, c’è stato un impegno concettuale e visivo pari allo zero. Ed è proprio questa, forse, la “colpa” più grave di <em>Priest</em>: non il suo essere un film banale e stereotipato sino al ridicolo, quando nel <strong>non essere riuscito ad essere l’unica cosa a cui poteva ambire, ovvero ottantasette minuti di mero <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/tamarri-da-un-far-west-futurista_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />spettacolo fine a se stesso</strong>, dove lo spettatore, pur spegnendo il cervello, avrebbe potuto rifarsi gli occhi gustando combattimenti in barba alle leggi di gravità, corse su veicoli capaci di scatenare la fantasia dei collezionisti di action figure e non, armi scaturite dalla fantasia di folli designer, mostri capaci di far concorrenza alle orribili creature di HR Giger (al massimo, i vampiri risultano essere la brutta copia dello splendido mostro ammazza bambini che compare in <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=2410">Il labirinto del fauno</a></em> di Guillermo del Toro). Ciò che tocca allo spettatore, invece, sono le solite pose alla <em>Matrix</em>, qualche scaramuccia tra tamarri vestiti da cowboy (o meglio ancora, tra mandriani vestiti da tamarri) e un’ora di vano, impari combattimento contro la noia e il sonno.</p>
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		<title>6 giorni sulla terra: Addotti da un comico destino</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sagrati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[sci-fi]]></category>
		<category><![CDATA[varo venturi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ispirato alle teorie del ricercatore in chimica organica all’Università di Pisa Corrado Malanga, uno sconclusionato film su alieni trafuga anime, Vaticano corrotto e militari accondiscendenti. Davvero troppo per un film solo, anche perché privo di ironia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/addotti-da-un-comico-destino_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Capita di rado di assistere alla nuova uscita di film di genere italiani. Una volta ne eravamo i maestri e gli ispiratori, ma oggigiorno tali produzioni risultano poche, soprattutto se riguardano la fantascienza. Per questo la curiosità a proposito di <em>6 giorni sulla Terra</em> era molta e foriera di numerose domande: saranno riusciti a creare un mondo fittizio credibile? Avranno usato degli effetti speciali? Come saranno gli alieni? Chi sarà l’eroe? L’attesa è però totalmente disillusa non appena diventa chiaro, durante la visione, che <strong>non si tratta di un film di fantascienza, ma di scienza</strong>, ovvero ispirato alle vere teorie di un vero ricercatore in chimica organica, tal Corrado Malanga.</p>
<p>Ora, lungi da noi giudicare anni e anni di lavoro di un ricercatore e di coloro che sostengono le sue ricerche, ma per renderci conto del tipo di film al quale ci siamo trovati di fronte, diremo in poche parole che il prof. Malanga afferma che i rapimenti alieni (in gergo adduzioni) non solo sono reali, ma avvengono molto più spesso di quanto crediamo. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/addotti-da-un-comico-destino_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Teorie provate ed espresse in molti libri attraverso metodologie che ovviamente la scienza ufficiale non approva. Trarre un film da tale, scottante materia diventa quindi assai pericoloso, perché il primo ostacolo per un buon regista/sceneggiatore è quello di ricreare un mondo verosimile per lo spettatore. Purtroppo Varo Venturi, che qui fa tutto, dal regista allo sceneggiatore, dal montatore all’autore delle musiche, non è in grado di trasformare queste teorie in un film, <strong>finendo nel labirinto della cospirazione, della mancanza d’ironia, delle battute finto giovani, del dogma caduto dall’alto</strong>. E così accadono cose al di là di ogni fantascienza, come per esempio la “normale” scelta di far curare una adduzione aliena dall’esorcista gesuita Plato, per di più pedofilo. Per non parlare dei buoni hacker romani, che vestono come punkabbestia anni Novanta e si esprimono a suon di “dammi il cinque” e “cool”.</p>
<p>In pratica <strong>un fallimento su tutta la linea</strong>. Se l’intento era didattico, infatti, l’esagerata mole di informazioni fornite diventa eccessiva e poco coinvolgente. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/addotti-da-un-comico-destino_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Se si voleva creare un’ambientazione credibile per un film d’intrattenimento, la mancanza di dialoghi credibili e l’insulsa detection distruggono ogni intento. Se si voleva dar vita a un film trash e fantascientificamente comico, allora bisognava esagerare e non abbandonare gli spettatori a poche e rade battute di involontaria comicità: “666. Cazzo l’anticristo!”. Ma forse siamo noi che non capiamo: “gesuita, non so se mi spiego!”.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Sono molte le informazioni che si possono trovare in rete su Corrado Malanga, tra cui anche un test per scoprire se c’è la possibilità di essere stati rapiti dagli alieni. Lo si trova <a href="http://www.sviluppodatabase.it/index.php?option=com_docman&amp;task=doc_view&amp;gid=5">qui</a></p>
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		<title>X-men &#8211; L’inizio: Le mutazioni di Vaughn</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicole Braida</dc:creator>
				<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[azione]]></category>
		<category><![CDATA[film del 2011]]></category>
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		<description><![CDATA[Il prequel della saga di X-Men riporta la storia dei mutanti al suo anno zero, l’anno della rivelazione al mondo. Episodio diretto dal regista e produttore inglese Matthew Vaughn, fattosi già le ossa con i supereroi con Kick-Ass.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/le-mutazioni-di-vaughn_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Dopo la direzione di un film di supereroi al di fuori delle righe, ovvero <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=5288">Kick-Ass</a></em> (idem, 2010), Matthew Vaughn è ormai diventato un regista di culto delle nuove generazioni, e soprattutto per i nerd. Risulta quindi azzeccata la scelta di affidarsi a lui per il reboot del franchise <em>X-Men</em>, soprattutto dopo un terzo capitolo loffio (<em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=2005">X-Men – Conflitto finale</a></em>) e uno spin-off alquanto sotto le aspettative (<em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=4415">X-Men le origini &#8211; Wolverine</a></em>). C’era bisogno di aria fresca, soprattutto perché il nuovo capitolo della saga dei mutanti, <strong><em>X-men: L’inizio</em>, si discosta temporalmente dai precedenti</strong>: è un prequel ed è ambientato quasi interamente negli anni Sessanta. E Vaughn risponde alle richieste apportando, come già in <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=5288">Kick-Ass</a></em>, uno stile registico in linea a quello visuale dei fumetti: split screen, colori pompati ed effetti speciali.</p>
<p><strong>Vaughn mette in primo piano il decòr</strong>: ogni ambiente spicca per i suoi colori e la sua scenografia. Se all’inizio il setting è quello della seconda Guerra Mondiale e dei campi di concentramento, dove la predominante è grigia, si passa poi alle tende rosso-porpora e bicchieri di cristallo nei salotti alto-borghesi, nascosti in night club immersi in una classica Las Vegas anni Sessanta. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/le-mutazioni-di-vaughn_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Le atmosfere si fanno giallo-polverose nella pampa western Argentina, dove si sono rifugiati i nazisti. Futuribili sono invece gli interni dei laboratori, che uno dei mutanti (laureatosi ad Harvard a 15 anni) gestisce, ma senza perdere la loro ambientazione sixties: non è un computer a stampare i dati, ma una banale macchina da scrivere. Fino allo scontro finale avverrà dentro un angusto spazio infinito, dove a moltiplicare la realtà sono una serie di specchi che si riflettono uno contro l’altro. <em>X-Men: L’inizio</em> racconta la nascita del conflitto tra gli stessi mutanti, tra chi non accetta le regole degli umani, e chi invece crede ancora di riuscire a trovare un giorno una convivenza pacifica tra le due specie. Se gli X-Men sono in fondo un’allegoria degli adolescenti che scoprono un corpo in cambiamento, in questo capitolo la svolta “storica” rivela che a cambiare il mondo nei lontani anni ’60 sono stati proprio loro, i mutanti. Nel cast spiccano in particolare i due protagonisti principali: il professor X, interpretato dallo scozzese James McAvoy, che pur essendo mutante non si lascia trasportare dalle proprie emozioni, e il futuro Magneto (Micheal Fassbender) che al contrario è mosso da un unico sentimento: la rabbia. Tra le file dei cattivoni anche la bellissima (ex mogliettina frustrata di <em>Mad Men</em>) January Jones, dura e indistruttibile come un diamante.</p>
<p>Non mancano questi spunti comici nella narrazione, soprattutto quando vengono dipinti i retroscena degli ambienti politici vouyeristi o ancor più tra gli eserciti russi e americani in attesa. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/le-mutazioni-di-vaughn_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />A volte le scene sono prevedibili (ma con una volontà di ostentarne la prevedibilità quasi). <strong>È un universo molto pop quello di Matthew Vaughn, colorato, divertente, e senza dubbio fumettistico</strong>. Non si può dire che non ci abbia messo un po’ del suo stile, ridando un tono alla saga dei mutanti, che oltre ad essere adolescenti in cambiamento, rappresentano un po’ tutti noi che ci sentiamo diversi in una società di consumisti di massa, così uguali l’uno all’altro.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Il personaggio di Erik, futuro Magneto, è stato scritto ispirandosi ad alcune caratteristiche di James Bond: colto, dandy, freddo e perfettamente addestrato.</p>
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		<title>Paul: A spasso con l’alieno</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sagrati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa succede se il regista di Adventureland e Suxbad – Tre menti sopra il pelo dirige una storia degli amici nerd Simon Pegg e Nick Frost (L’alba dei morti dementi e Hott Fuzz)? Si viaggia per gli States sulle tracce delle leggende sci-fi, alimentati da un pungente humor britannico. Se poi nella versione italiana ci si mette la voce di Elio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/a-spasso-con-l-alieno_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Non nerd, prego, astenersi. Quando due sci-fi addicted scrivono, e un forty-something afflitto dalla sindrome di Peter Pan dirige, non c’è scampo: o parli il loro linguaggio o rimani fuori dal gioco. Anzi, se fin d’ora queste righe vi appaiono dal significato oscuro, <em>Paul</em> non è il film che fa per voi. Niente di male, anzi, siete fortunati, perché <strong>la vita degli appassionati di fantascienza è dura</strong>: ci sono un sacco di battute da sapere a memoria, attori da riconoscere, costumi da preparare, strampalate teorie (fanta)scientifiche da comprendere e lingue aliene da imparare. E questa è la vita di Clive e Graem, due amici over 30, mai cresciuti e afflitti dalla loro stessa amicizia che li esclude dal resto del mondo. In parole povere due nerd sfigati.</p>
<p>Non sorprende né l’idea né i loro autori. Solo Pegg e Frost, amici nella vita, già copratogonisti dei cult <em>L’alba dei morti dementi</em> (<em>Shaun of the Dead</em>, 2004) e <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=3304">Hot Fuzz</a></em> <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/a-spasso-con-l-alieno_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />(idem, 2007), potevano concepire una storia bromance-nerd on the road (traduzione: il viaggio di due amici etero, ma attratti emotivamente l’uno dall’altro, appassionati di fantascienza e fumetti). Sorprende invece il risultato: la contrapposizione tra Stati Uniti e Inghilterra, Creazionismo e Darwinismo, risulta brillante. <strong>Le scorribande dei due ragazzotti rappresentano ovviamente una metafora sull’incontro con il diverso</strong> (l’alieno, lo straniero, il bifolco) e, sebbene sia evidente per chi parteggiano gli autori, ogni gag, ogni avventura riesce a strappare una risata e un’associazione d’idee con la realtà vissuta dallo spettatore. Impossibile non rivedere nella ipercristiana Ruth, la suora che ci vessava all’oratorio.</p>
<p>Purtroppo, <strong>tutto il meglio che questa storia poteva offrirci è diluito dall’effetto paradostico</strong>, in quanto si ride a crepapancia solo se si sanno a memoria un sacco di battute, si riconoscono personaggi e attori, si comprendono teorie strampalate e lingue aliene. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/a-spasso-con-l-alieno_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />In questo scenario è poi indubbio come la versione italiana, nonostante il buon lavoro di Elio, sia deleteria per una corretta comprensione. Paul è quindi un divertentissimo divertissement per nerd, ma anche una carrellata d’insulse baggianate per gli altri. E peggio per quegl’altri: in fondo, chi non vorrebbe essere un nerd a spasso con un alieno?</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
La voce di Paul nella versione originale è di Seth Rogen, che durante le riprese era impegnato anche sul set di <em>The Green Lantern</em>. Per questo motivo è stato spesso sostituito dall’attore Joe Lo Truglio (che nel film impersona O’Reilly) il quale ha imparato a imitarlo alla perfezione.</p>
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