<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>hideout &#187; biopic</title>
	<atom:link href="http://www.hideout.it/tag/biopic/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.hideout.it</link>
	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
	<lastBuildDate>Thu, 23 May 2013 12:36:52 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.1</generator>
		<item>
		<title>Marilyn: Chanel n° 5 annacquato</title>
		<link>http://www.hideout.it/2012/06/01/marilyn/</link>
		<comments>http://www.hideout.it/2012/06/01/marilyn/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 08:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Vantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[biopic]]></category>
		<category><![CDATA[film del 2011]]></category>
		<category><![CDATA[kenneth brannagh]]></category>
		<category><![CDATA[laurence olivier]]></category>
		<category><![CDATA[marilyn]]></category>
		<category><![CDATA[marilyn monroe]]></category>
		<category><![CDATA[michelle williams]]></category>
		<category><![CDATA[oscar 2012]]></category>
		<category><![CDATA[premio bafta 2012]]></category>
		<category><![CDATA[premio golden globes 2012]]></category>
		<category><![CDATA[sentimentale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.hideout.it/?p=18964</guid>
		<description><![CDATA[Raccontare il cuore del cinema e lo scontro tra due mondi opposti e paralleli è impresa ardua e questa sciatta fiction non colpisce nel segno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marilyn-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-18966" title="Marilyn 1" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marilyn-1.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a>My Week with Marilyn</em> (in Italia semplicemente <em>Marilyn</em>) è, in tutto e per tutto, una copia sgualcita. In primo luogo in quanto adattamento cinematografico di un romanzo in forma di diario che Colin Clark, terzo aiuto regista, scrisse per ricordare i giorni trascorsi a stretto contatto con la star hollywoodiana per antonomasia. In secondo luogo, perché vuole riportare in vita, senza sforzi interpretativi e senz’anima, due grandi nomi del cinema: quello della Monroe, com’è ovvio, e quello di Laurence Olivier (oltre che della bella moglie Vivian Leigh). Intenti alti, <strong>ma il film manca di un centro gravitazionale: nulla è ben focalizzato e la pellicola ricorda film tv patinati e di poco spessore</strong>, dove la troppa fedeltà ai fatti è controproducente alla storia nel complesso, privandola di fascino e interesse.</p>
<p>L’armonia del film è spezzata a metà: da una parte c’è la voglia &#8220;dall&#8217;interno&#8221; di catturare lo scontro professionale tra metodi di recitazione, quello classico di stampo teatrale e quello nato delle teorie di Stanislavskij; dall’altra il tentativo di raccontare il cinema (e lo scontro di due modi di farlo) attraverso uno sguardo esterno. <strong><a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marilyn-2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-18967" title="Marilyn 2" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marilyn-2.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a>I risultati si perdono tuttavia in ritratti poco azzeccati, dialoghi deboli e situazioni avvilenti e sconfortanti</strong>. Marilyn è l&#8217;ammaliante e capricciosa stella del cinema d’oltreoceano che si scontra con il sistema cinematografico inglese, rappresentato dal grande attore teatrale, prima che di cinema, Laurence Olivier. Dove sia la grinta, la vivacità e la rottura delle regole tradizionali di recitazione che Marilyn dovrebbe almeno simbolicamente rappresentare, è una questione aperta.</p>
<p>Le riprese di <em>Il principe e la ballerina</em> (<em>The Prince and the Showgirl</em>, 1957), di cui Olivier cura la regia, rappresentano una parte consistente dello sviluppo della storia. L&#8217;altra metà è costituita dal rapporto sbilenco e platonico tra Marilyn e Clark. <strong>Ma cosa veramente il regista voglia esprimere attraverso questa narrazione lenta, goffa e priva di carattere? Dov&#8217;è lo scontro di professionalità?</strong> Pare che il problema risieda nell&#8217;incapacità di romanzare un&#8217;avventura fuori dal comune: tutto è piatto, scontato, per niente <em>engaging</em> e <em>entertaining</em>. Gli attori non si esprimono al meglio: ilgrande Kenneth Branagh si perde in una caricatura mal approfondita; Marilyn è disarmonica, triste e scialba e di lei emergono solo le debolezze, pur oggettivamente esistite. Clark è un giovane di buona famiglia che magicamente perde il senno e vive esperienze fuori dal comune, come un pivellino che, improvvisamente, si sente investito di un potere che lo rende offensivo nei confronti della troupe.</p>
<p>La forza sprigionata dallo star system di Hollywood non si avverte, mentre le abitudini inglesi appaiono stantie e chiuse al cambiamento. <strong><em></em></strong>Ma era questa Marilyn? O meglio, è questa la Marilyn che tutti noi ricordiamo? <strong><em><a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marilyn-3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-18968" title="Marilyn 3" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marilyn-3.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a></em></strong>E si limitava a questo mix di rigidità professionale e recitazio<strong><em></em></strong>ne istrionica e artefatta il grande interprete di Shakespeare Laurence Olivier? <strong><em>Marilyn</em> pare un mero prodotto derivato, un’operazione </strong><strong>ricordo, opaca e pedissequa traduzione se non negli eventi, almeno nello spirito</strong>, di quello che può essere un diario scritto da un qualunque scrittore amatoriale. Sarebbe, dunque, interessante recuperare il racconto di partenza per potere valutare meglio pregi e difetti di una pellicola che pure ha fatto tanto parlare di sé e della sua protagonista femminile&#8230; quasi che il film fosse più un “evento” per l’azzardo di replicare Marilyn che altro.</p>
<p><strong>Curiosità:</strong> per la sua interpretazione di Marilyn (per la quale erano in ballottaggio anche Scarlett Johansson, che ha declinato, e Elaine Hendrix) Michelle Williams ha vinto il Golden Globe 2012 come migliore attrice di commedia/musical ed è stata nominata agli Oscar e ai BAFTA Awards.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.hideout.it/2012/06/01/marilyn/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le ferite del potere</title>
		<link>http://www.hideout.it/2012/01/29/the-iron-lady/</link>
		<comments>http://www.hideout.it/2012/01/29/the-iron-lady/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Valsecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[berlino 2012]]></category>
		<category><![CDATA[biopic]]></category>
		<category><![CDATA[film del 2011]]></category>
		<category><![CDATA[film su margaret thatcher]]></category>
		<category><![CDATA[meryl streep]]></category>
		<category><![CDATA[phyllida lloyd]]></category>
		<category><![CDATA[premio bafta 2011]]></category>
		<category><![CDATA[premio golden globes 2011]]></category>
		<category><![CDATA[premio oscar 2011]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.hideout.it/?p=18086</guid>
		<description><![CDATA[Un ritratto storico della "lady di ferro"? Niente affatto. Il biopic diretto da <b>Phyllida Lloyd</b> e interpretato da una grandissima Meryl Streep ci propone una critica spietata del potere politico e delle distorsioni che produce, lette come una diretta conseguenza del disagio psicologico di chi il potere lo esercita.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Paranoia e potere</strong> di Marco Valsecchi ********</p>
<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/01/le-ferite-del-potere_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />L’impressione è che le aspettative di qualcuno andranno largamente deluse dalla visione di questo film. Di certo non quelle degli estimatori di Meryl Streep, la cui interpretazione maiuscola val bene l’Oscar che critici e giornalisti paiono averle già assegnato in pectore. A tal proposito, c’è solo da sperare che la pellicola venga proiettata nelle sale anche in lingua originale, per rendere giustizia all’incredibile lavoro compiuto dall’attrice americana sulla propria voce e sul proprio accento. Chi con tutta probabilità è destinato a storcere il naso sono invece coloro che da questo biopic si aspettano un’analisi politica tout court che prenda le mosse da una minuziosa disamina dei fatti e che porti a una lettura storica degli eventi. L’obiettivo di <em>The Iron Lady</em> non è evidentemente questo. Qui <strong>non si ragiona da politologi puri, né tanto meno da storici</strong>. Volendo trovare una definizione con cui incasellare la poetica adottata dalla regista Phyllida Lloyd, potremmo forse parlare di “approccio psico-politico”.</p>
<p>Gli anni della seconda guerra mondiale, le prime campagne elettorali, l’ascesa al potere culminata nell’elezione a primo ministro, le stagioni a Downing Street, i successi economici e le immani proteste sociali causate dal Thatcherismo, le rivolte nordirlandesi, il conflitto delle Falkland e la lotta in seno al partito conservatore: in <em>The Iron Lady</em> nessuno di questi passaggi più o meno epocali viene esaminato in quanto tale. Non che vengano trascurati, anzi. Semplicemente non ci appaiono come capitoli di un libro di storia, bensì come immagini convulse filtrate dalla memoria di una anziana signora perseguitata dai propri fantasmi e ormai completamente in balia delle proprie costruzioni mentali. Una povera vecchina in stato allucinatorio, costretta a combattere contro le proiezioni della propria mente che continuano ad assediarla anche quando non vorrebbe fare altro se non immergersi placidamente nella realtà. <strong>Una prospettiva spiazzante e discutibile, certo. Ma portata avanti con coerenza all’interno di una struttura coraggiosa</strong> che nel corso della narrazione costruisce con spietata metodicità una teoria quantomeno interessante, secondo la quale il disordine mentale dell’ex-premier non pare essere tanto un effetto della senilità, quanto l’inevitabile contrappasso per una vita passata ad ascoltare solo le voci all’interno della propria testa, negandosi ogni possibilità di confronto col mondo esterno.</p>
<p>Una presa di posizione estrema che ci conduce a un paradosso notevole: <strong>nel suo dirci poco riguardo politica inglese, questo film ci dice moltissimo su come gli inglesi siano abituati a considerare la politica</strong>. Se agli occhi di uno spettatore italiano potrà sembrare crudele il fatto che la Thatcher ci venga mostrata come una persona vecchia e malata senza che questa immagine sia accompagnata da alcun sentimento di pietà, agli occhi di un anglosassone lo stesso procedimento apparirà invece giustificato dal ruolo critico che i media sono da sempre chiamati a svolgere nei confronti del potere. A tal proposito, vale la pena di tracciare un collegamento ideale tra due opere per certi versi omologhe come <em>The Iron Lady</em> e <em><a class="titolo" title="La verità fa male al mondo" href="http://www.hideout.it/il-divo/">Il divo</a></em>. A differenza di quanto avviene nel lavoro della Lloyd, nel film di Sorrentino il potente – nella fattispecie Giulio Andreotti – per quanto ci venga mostrato anche nella sua intimità, mantiene sempre dei tratti di imperscrutabilità. Un chiaro riflesso della distanza che ha caratterizzato il rapporto tra gli italiani e i loro governanti nel periodo della Prima Repubblica. A prescindere dal risultato (comunque ottimo), la distanza che separa i due approcci pare evidente. Se vogliamo cogliere a fondo il senso questa pellicola, forse noi mediterranei dovremmo concentrarci proprio sulla comprensione di questo scarto culturale. A quel punto, e solo a quel punto, sarà difficile sentirsi delusi.</p>
<p><strong>Una lama che non ha smesso di ferire</strong> di Saba Ercole ******<br />
<img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/01/le-ferite-del-potere_2.jpg" alt="" width="250" height="172" /><br />
L&#8217;intera società inglese nonostante la Thatcher sia scomparsa dalla scena da molto tempo, sta ancora &#8220;leccandosi le ferite&#8221;. Perché quel periodo ha provocato un cambiamento radicale, incredibile: così lo scrittore inglese Jake Arnott si è espresso a proposito di Margaret Thatcher, la “Lady di ferro” che per undici anni ha governato l’Inghilterra dal numero 10 di Downing Street. “Una ferita” che per alcuni ha reso il paese più forte, per altri ha posto le basi per una crescita diseguale della società. In entrambi i casi, ciò che si riconosce a Maggie è la capacità di aver inciso nella storia del suo paese come una lama nella carne, diventando uno dei personaggi più controversi del XX secolo. A questa donna forte e ostinata, la regista Phyllida Lloyd dedica <strong>un film che, più di una biografia, sembra essere un viaggio nei ricordi da parte di una Thatcher ormai anziana, malata, sbiadito ricordo della Lady di un tempo</strong>. In questo viaggio lungo il viale delle rimembranze, la donna è accompagnata dal “fantasma” del marito defunto (Denis Thatcher, interpretato da Jim Broadbent) che, alla stregua di un Virgilio ironico e accondiscendete, ripercorre con l’ex primo ministro le tappe della sua ascesa nella bolgia della politica.</p>
<p>Cosa è rimasto della forza, della tenacia di un tempo? Solo la volontà e i ricordi. La Maggie della Lloyd è una vecchia che non si rassegna a vivere in un presente fatto di malattia, in cui la sua volontà non può incidere né causare ferite; per questo, l’unico presente possibile è il passato, che l’ha vista, unica donna, farsi largo in un mondo di soli uomini. L’ascesa della Thatcher in politica è rappresentata in questo film come l’evidente sconfessione del binomio maschio = forza. Gli uomini che la circondano sono deboli, spesso inetti, più propensi al dialogo che all’azione, tendenti al raggiro e al tradimento. La capacità di decidere diventa una caratteristica femminile, per questo <strong>in <em>The Iron Lady</em> non vediamo una donna che deve farsi uomo per realizzarsi, bensì una donna che si realizza solo facendo leva su quelli che per lei erano gli attributi femminili</strong>; tra questi, il ruolo di moglie e madre assumono una valenza sicuramente secondaria. Nella corsa di questa donna, che ha consacrato la sua vita al paese, ciò che predomina è il singolo, l’individuo, l’ego. Nel suo chiedersi quando ha smesso di pensare agli altri, vi è un’esplicita (per lo spettatore), inconscia (per il personaggio) dichiarazione di fallimento politico, ancor più critica dei riferimenti che la regista fa alla guerra nelle Falkland o ad altre misure impopolari, come la poll tax, che mirano comunque a mostrare della Thatcher un ritratto non particolarmente edulcorante. Effettivamente, più che di un personaggio politico, sotto l’occhio della Lloyd la “Lady di ferro” assume le sembianze di una sovrana assoluta, cosa simboleggiata anche dalla fotografia, e dal linguaggio dei colori. Meryl Streep indossa il rossetto come se fosse il mantello porpora di una regina; il discorso di insediamento a Downing Street ripropone una preghiera di San Francesco d’Assisi (e i sovrani erano sempre legati alla dimensione del sacro); persino la sua uscita di scena avviene su di un tappeto di rose rosse, solenne come quello di una monarca.</p>
<p>I colori, così come i grandi spazi (le imponenti scalinate, la stanze del potere) appartengono però al passato. <strong>Il mondo presente della Thatcher è quello di una qualsiasi anziana, chiuso in una camera da letto priva di colori</strong>, bianca e nera, circondata da sole donne, che decidono per lei togliendole, dunque, la possibilità di agire, relegandola in quella dimensione “maschile” fatta di dialogo e non d’azione. Meryl Streep regge sulle sue spalle l’intero film, restituendo la Lady di Ferro attraverso un’operazione quasi calligrafica. A lei va il merito di essere riuscita, con la sua interpretazione, ad andare oltre la biografia, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/01/le-ferite-del-potere_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />restituendo il cipiglio e l’incrollabile volontà di un’imperatrice dell’Io, il cui mito vive nel ricordo di una ferita, forse, ancora non completamente cicatrizzata.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Il tema del rapporto tra disturbo mentale e potere politico non è una novità. Da questo punto di vista, <em>The Iron Lady</em> pare essere stato anticipato con una certa vena profetica dai Pink Floyd. Il brano The Fletcher Memorial Home, composto da Roger Waters per l’album <em>The Final Cut</em> (1983), propone infatti l’istituzione di una clinica dove i potenti della terra (tra cui la stessa Thatcher), una volta dichiarati incapaci di intendere e di volere, possano essere rinchiusi e lasciati in balia di se stessi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.hideout.it/2012/01/29/the-iron-lady/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Violenza e menzogne</title>
		<link>http://www.hideout.it/2012/01/06/j-edgar/</link>
		<comments>http://www.hideout.it/2012/01/06/j-edgar/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Vanin</dc:creator>
				<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[afi film festival 2011]]></category>
		<category><![CDATA[biopic]]></category>
		<category><![CDATA[clint eastwood]]></category>
		<category><![CDATA[drammatico]]></category>
		<category><![CDATA[film del 2011]]></category>
		<category><![CDATA[film su j. edgar hoover]]></category>
		<category><![CDATA[judi dench]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo di caprio]]></category>
		<category><![CDATA[naomi watts]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.hideout.it/?p=18056</guid>
		<description><![CDATA[Clint Eastwood racconta la storia di un’America violenta, spietata e bugiarda attraverso la biografia di un uomo che è riuscito a mantenere l’incarico di direttore dell’FBI solo per mezzo di ricatti e bugie, John Edgar Hoover, interpretato da uno straordinario Leonardo DiCaprio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/01/violenza-e-menzogne_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />L’ultimo film di Clint Eastwood batte le strade del biopic e del film politico, ma solo per accidens, come mezzo, non come scopo. L’intento principale, infatti, non è quello di delineare la figura di un “grande” uomo o il quadro politico degli Stati Uniti nell’arco di cinquant’anni, ma di ritrarre un Paese caratterizzato dalla violenza e dalle illusioni di promesse mai esistite attraverso la vita di uno che da quello stesso Paese ha ottenuto successo e gloria, forse per merito più delle sue bassezze e contraddizioni che delle sue virtù. <em>J. Edgar</em> si apre con l’esplosione di una bomba con la quale i rivoluzionari comunisti hanno attentato, fallendo, alla vita del procuratore generale Palmer e ripercorre <strong>le vicende di una nazione le cui colpe si lavano con il sangue, spesso innocente</strong>, come quello del piccolo Lindbergh, il cui scheletro in decomposizione, simbolo della purezza prostrata e martoriata dalle iniquità di un Paese abietto e falso, venne ritrovato per caso a poche miglia dalla tenuta di famiglia.<img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/01/violenza-e-menzogne_2.jpg" alt="" width="250" height="172" /></p>
<p>Ed è proprio in questa terra imperversata dalla violenza, in cui il passato è senza gloria e il futuro senza speranze, che può farsi strada una personalità come quella di J. Edgar Hoover. Uomo scrupoloso (fino alla patologia) nel suo mestiere quanto ipocrita con gli altri e con se stesso, impacciato con le donne (che vorrebbe conquistare per raggiungere uno status sociale inoppugnabile), omosessuale represso, ossessionato dall’ordine e dagli archivi catalogati, Hoover ha sempre vissuto con la madre, una donna autoritaria dalla quale ha imparato tutta quella serie di valori che egli riesce a rispettare servendosi della menzogna, del ricatto, dell’occultamento e della trasfigurazione della verità. Riesce a sopravvivere nelle <strong>intricate trame politiche degli Stati Uniti per mezzo secolo</strong> solo grazie a registrazioni di rapporti sessuali extraconiugali del presidente Kennedy e di lettere d’amore (lesbico) <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/01/violenza-e-menzogne_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />di Eleanor Roosevelt, alla mercificazione della propria immagine attraverso millantamenti di eroici arresti da lui mai effettuati e alla totale repressione dei propri sentimenti (come l’omosessualità) per raggiungere ordine e disciplina.</p>
<p><em>J. Edgar</em> si serve di una fotografia fosca e solenne per descrivere un’America senza luce e senza eroi. <strong>Un film oscuro, che forse pecca di troppa disinvoltura in un’alternanza di passato e presente che rischia di far perdere il filo</strong>, ma per il resto funziona a meraviglia, sfruttando appieno la solidità della sceneggiatura e le arcinote capacità registiche di Clint Eastwood. Nei panni di Hoover, DiCaprio è da Oscar.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.hideout.it/2012/01/06/j-edgar/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Bronson: La violenza come forma d&#8217;arte</title>
		<link>http://www.hideout.it/2011/06/14/bronson/</link>
		<comments>http://www.hideout.it/2011/06/14/bronson/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Lombardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[azione]]></category>
		<category><![CDATA[biopic]]></category>
		<category><![CDATA[Edward Bennett-Coles]]></category>
		<category><![CDATA[film del 2008]]></category>
		<category><![CDATA[film inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Katy Barker]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolas Winding Refn]]></category>
		<category><![CDATA[thriller]]></category>
		<category><![CDATA[tom hardy]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.hideout.it/?p=17726</guid>
		<description><![CDATA[Il Tarantino europeo, premiato per la regia all'ultimo Cannes con il suo Drive, fa capolino in Italia con un la la vera storia del detenuto più violento d'Inghilterra. Una visione surreale della brutalità come forma d'arte distruttiva e teatrale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/la-violenza-come-forma-d-arte_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Era necessario essere presenti al Torino Film Festival del 2009 per capire quanto la filmografia immersivamente pulp di Nicolas Winding Refn fu amata fin da subito da un pubblico, quello italiano, che a malapena conosceva il suo nome accostato a quella famosa “trilogia” low-budget di <em>Pusher</em> che solo pochissimi amanti del genere avevano avuto la fortuna di vedere. La retrospettiva <em>Rapporto Confidenziale</em> di allora ebbe il merito di portare all&#8217;attenzione di molti le straordinarie immagini di <strong>un autore capace di contaminare storie criminali di degrado metropolitano con uno stile registico mozzafiato</strong>, fatto di movimenti di macchina azzardati ma precisi: allucinazioni filmiche allo stato puro. E poi sangue. Tanto sangue.</p>
<p>Così, mentre all&#8217;ultimo Festival di Cannes, il nuovo film di Refn (<em>Drive</em>) si è portato a casa il premio per la miglior regia (forse l&#8217;affermazione definitiva per un talento europeo come ce ne sono pochi oggi), in Italia si inizia a distribuire i suoi film. Incominciando proprio con questo <em>Bronson</em>, che fra tutti i passati lungometraggi del regista danese è forse quello che segna un punto di svolta cruciale nella sua carriera: con <em>Bronson</em>, Refn sembra accettare le regole dello showbiz e delle medio-grandi produzioni. Ma, come vedremo, senza tradire la sua vocazione iconoclastica e autoriale, anzi, concedendosi il lusso di raccontare una storia totalmente “refniana” con mezzi più raffinati ma per questo non meno suggestivi. Eccolo dunque questo <em>Bronson</em>: un viaggio irresistibile nella vera storia del “detenuto più violento <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/la-violenza-come-forma-d-arte_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />del Regno Unito” (Michael Peterson interpretato da Tom Hardy), che ha sulle spalle (ancora attualmente da scontare) 35 anni di prigione, 30 dei quali in regime di isolamento (senza aver mai commesso crimini di sangue). Bronson è semplicemente, estremamente e allegramente un violento. Così violento da iniziare le sue risse picchiando il maestro di scuola elementare e scaraventargli una sedia sulla schiena. Così violento da distruggere le prigioni in cui lo ingabbiano, farsi un suo pubblico fra i detenuti ed essere costretto ad essere trasferito di volta in volta. Così violento che cambia il suo vero nome in Charles Bronson, con tutta l’evocazione di una violenza che diventa anche celebrità. Bronson andrà a perseguire così ostinatamente la sua devozione alla furia e alla brutalità fino a scardinare i meccanismi di un sistema che non prevede un elemento per cui la cella del carcere è “una camera d’albergo” e sarà costretto a liberarlo, rappresentando un costo esorbitante per le casse dello Stato. Il rimando ad <em>Arancia meccanica</em> (passando da <em>Natural Born Killer</em> fino a <em>Fight Club</em>) insomma è esplicito e diretto, ma <strong>la lettura della violenza nella società si spinge ben oltre i confini kubrickiani</strong>. Per il protagonista la violenza infatti diventa “vocazione”, destino da perseguire con tutte le forze per “creare un impero”, “diventare qualcuno”.</p>
<p>Refn, con uno stile registico condito da un’ironia travolgente (Bronson prima delle sue imprevedibili esplosioni di violenza è a tutti gli effetti un vero e proprio gentleman inglese), <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/la-violenza-come-forma-d-arte_3.jpg" alt="" width="250" height="172" /><strong>riesce a trasformare la violenza come una forma d’arte, uguagliabile alla pittura o al bel canto</strong>. E&#8217; con questa surrealtà che un sadico &#8211; accompagnato dalle musiche di Giuseppe Verdi &#8211; fa della propria indole feroce e del proprio stesso corpo, uno spettacolo raffinato. La violenza per il regista danese diventa insomma opera artistica distruttiva. Teatrale e devastante.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Al vero “Bronson”, Michael Peterson, le autorità non hanno permesso di vedere il film. Ma Refn ha saputo che il detenuto è riuscito ad “ascoltare” la sua opera al telefono. Considerandolo il film più bello di tutti i tempi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.hideout.it/2011/06/14/bronson/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Biografilm Festival 2011: Come Hughes nessuno mai</title>
		<link>http://www.hideout.it/2011/06/10/biografilm-festival-2011/</link>
		<comments>http://www.hideout.it/2011/06/10/biografilm-festival-2011/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sagrati</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[biopic]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.hideout.it/?p=4518</guid>
		<description><![CDATA[Parte il Biografilm Festival di Bologna: tra gli eventi una rassegna dedicata al companto John Hughes]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/come-hughes-nessuno-mai_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Giunto alla settima edizione, <strong>Biografilm Festival – International Celebration of Lives</strong> è il primo festival internazionale interamente dedicato alle biografie e ai racconti di vita. Dal 2005 si tiene a Bologna, presso la Manifattura delle Arti, con biopic, documentari, fiction quest’anno (dal 10 al 20 giugno) dedicati agli anni ’80 e più precisamente “85-86 L’inizio del futuro”. Anni effimeri, disimpegnati, ma particolarmente fertili per lo sviluppo tecnologico, la coscienza ambientalista, la globalizzazione (nel bene e nel male) che hanno profondamente segnato le decadi successive, cambiando le vite di tutti. A pensarci, che che se ne dica, gli anni ’80 hanno cambiato il mondo per sempre.<br />
Un processo più che mai inconfutabile, soprattutto riguardando alcune commedie tipicamente eighties in cui quei germi di cambiamento, nei costumi, nelle abitudini, negli ideali, sono più che mai rintracciabili. Per questo è particolarmente piacevole, soprattutto per chi oggi ha superato i 30, scoprire che il Biografilm Festival, insieme a miriadi di iniziative, ha dedicato una retrospettiva, la prima al mondo, ai film di John Hughes: Come Hughes nessuno mai, realizzata in collaborazione con Universal Pictures Italia e curata da Federica Aliano e Monica Ghisleri.<br />
John Hughes, prematuramente scomparso nell’agosto del 2009, modernizzò i teen movie americani definendo i confini dei cosiddetti High School Film, fu il padre del <strong>Brat Pack</strong> (letteralmente <em>banda di monelli</em>) ovvero quel gruppo di attori (allora) giovani, spesso lanciati dai suoi film, destinati a grande gloria futura (tra cui Rob Lowe, Demi Moore, Tom Cruise e Robert Downey Jr) e scopritore della regina rossa degli anni 80: Molly Ringwald. Le sue storie hanno “distrutto” milioni giovani menti, desiderose di vivere avventure simili a quelle ambientate a Shermer, Illinois, ovvero la cittadina fittizia dove erano ambientati quasi tutti i suoi film. Amori adolescenziali, avventure ingenue, miracoli tecnologici. Nei suoi film, anche in quelli più realistici, la magia (a volte in senso lato) ha sempre una parte importante. Una magia che in quegli anni ci faceva credere che tutto fosse possibile. I suoi lavori allora, come ancora spesso oggi, furono bollati come filmetti di serie B, ma in realtà hanno anticipato i tempi. Hughes aveva capito il futuro di quei giovani ragazzi (anche metacinematograficamente) e catturato la vera essenza di quegli anni, a metà strada tra effimero (la volontà di staccarsi dall’impegno dei padri) e slanci idealistici (riconquistando la centralità del concetto di amore). In fondo in fondo, tutti amiamo John Hughes, anche quando non lo sappiamo: vedere per credere.<br />
Tra i film della rassegna Bella in rosa (<em>Pretty in Pink</em>, 1986), <em>Breakfast Club</em> (<em>The Breakfast Club</em>, 1985), <em>Una donna esplosiva</em> (<em>Weird Science</em>, 1985), <em>Una pazza giornata di vacanza</em> (<em>Ferris Bueller’s Day Off</em>, 1986) e <em>Un compleanno da ricordare</em> (<em>Sixteen Candles</em>, 1984). Sarà proiettato anche <em>Don’t You Forget About Me</em> (idem, 2011) di Matt Austin Sadowski (ospite speciale della rassegna), primo ed unico biopic su Hughes, il cui titolo che prende il nome dalla canzone dei Simple Minds composta per <em>Breakfast Club</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.hideout.it/2011/06/10/biografilm-festival-2011/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
