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	<title>hideout &#187; Bifest 2012</title>
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	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
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		<title>Bifest 2012 &#8211; Diario, Giorno 6 e 7</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io sono Lì di Andrea Segre e Atmen del regista austriaco Karl Markovics sono i film premiati dell'ultima edizione del festival di Bari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/bifest-2012-br-diario-giorno-6-e-7_1.jpg" alt="La premiazione di Andrea Segre" width="250" height="172" />A quanto pare la famigghia non è un tema caro solo ai registi italiani: <strong>entrambi i film francesi in gara nella sezione <em>Panorama Internazionale</em> hanno come soggetto principale, appunto, la famiglia</strong>, preferibilmente allargata, apparentemente perfetta. <em>Les Adoptes</em>, primo lungometraggio di Melanie Laurent (nota al pubblico italiano per la sua interpretazione nei film <em>Bastardi senza gloria</em>, di Quentin Tanantino, e <em>Il concerto</em>, di Radu Mihaileanu) è la storia drammatica e strappalacrime di un rapporto che si spezza. Il rapporto in questione è quello tra due sorelle, non di sangue ma di affetti, divise per l’arrivo di un uomo, di un nuovo amore che si innesta su un amore già esistente, mettendolo in discussione. Tutte le famiglie che si son viste qui al Bifest sono fintamente felici (<em>Les Adoptes, Le Skylab</em>) o muoiono prima ancora che possano nascere (<em>Maternity Blues</em>).</p>
<p>Ma in questa terza edizione del festival del cinema di Bari si è parlato, e tanto di lavoro. E in Italia parlare di lavoro significa parlare della Fiat. Se l’anno scorso è stata protagonista la stessa famiglia Agnelli, nel documentario <em>Il pezzo mancante</em> di Giovanni Piperno, quest’anno sono gli operai ad essere oggetto dell’attenzione del documentario di Daniele Segre. <em>Sic Fiat Italia</em> gioca con la similitudine tra il nome dell’azienda “torinese” (le virgolette sono d’obbligo) e la similitudine tra la parola Fiat e il verbo latino che, tradotto, dà luogo a quella che sembra la chiusa di una preghiera, di una favola senza lieto fine. Così sia Italia: c’è qualcosa di granitico, di opprimente in questo titolo che racchiude le tante storie di operai che Daniele Segre ha osservato lungo la sua carriera di regista. Storie di diritti infranti, di ingiustizie legittimate da un sistema che si vanta di aver abbattuto le differenze tra classi. Mentendo. Le consegne del premio Fellini 8½ all’eccellenza artistica si concludono con la premiazione del regista John Madden e di Virna Lisi.</p>
<p>In conclusione, un Bifest che non ha particolarmente brillato, questo del 2012. Poche le opere davvero degne di lode, poche quelle che sono state davvero capaci di imprimersi negli occhi e nel cuore di chi guardava. Tra una sezione Opere Prime davvero incolore e una sezione Panorama Internazionale altrettanto anonima, più che meritati appaiono il premio per il Miglior Film ad <em>Io sono Li</em> di Andrea Segre e, soprattutto, il Premio Internazionale Bifest 2012 ad <em>Atmen</em> del regista austriaco Karl Markovics. Andrea Segre, in particolare, ha dato prova di essere non solo un eccellente documentarista ma, soprattutto, di essere un narratore capace di dare alle sue storie un respiro collettivo, universale; proprio quello di cui il cinema italiano, spesso bloccato in un angusto provincialismo, ha bisogno.</p>
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		<title>Bifest 2012 &#8211; Diario, Giorni 4 e 5</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si parla ancora di spazi, al Bifest. Dagli aeroporti di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, all'Africa di Andrea Segre e Stefano Liberti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/bifest-2012-br-diario-giorni-4-e-5_1.jpg" alt="Una scena da Il castello di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti" width="250" height="172" />Ancora <strong>spazi, questa volta immensi</strong>. Immensi quanto un aeroporto, quanto il mare. O almeno, così dovrebbe essere; così pensiamo che sia. Massimo D’Anolfi e Martina Parenti passano un anno girando tra i gates e i metal detector dello scalo di Malpensa e il risultato è una delle opere più interessanti tra quelle proiettate sin’ora al Bifest: <em>Il castello</em>. Proprio come la dimora di un re, simbolo del suo potere e delle sue ossessioni, l’aeroporto di Malpensa diventa in questo documentario il luogo in cui, come affermano i due registi, meglio si riesce a comprendere l’ossessione per la sicurezza, la paura dell’altro e la strategia del controllo che pervadono il nostro presente. Malpensa è il mondo brulicante che vien diviso in pacchi e valige, la mano che lascia filtrare l’acqua solo attraverso le dita. L’infinità finita.</p>
<p>Tale è anche il mare nei racconti dei rifugiati intervistati da Andrea Segre e Stefano Liberti. Uomini e donne provenienti dall’Africa martoriata dalla guerra, che nel 2009 hanno cercato nel mare una via di fuga, invano. <em>Mare chiuso</em> è, sin dal titolo, un’opera che colpisce come uno schiaffo sul viso: come può il mare essere uno spazio limitato? Eppure, il simbolo di una libertà da conquistare è stato trasformato dal nostro paese nella brutale negazione della stessa. In questo titolo, che par quasi un ossimoro, non solo vi è il dramma di questi uomini respinti dall’Italia verso la Libia (dove sono stati incarcerati e torturati), ma anche una conferma della vera e propria opera di risemantizzazione che la politica, la mala politica, ha operato nei confronti di uno dei simboli più potenti, a livello di immaginario collettivo, a livello di archetipo: quello del mare come luogo di libertà, di spazio infinito, senza confini, senza custodi. Divenuto solo una trappola, una terribile illusione.</p>
<p>L’edizione 2012 del Bifest sembra incentrato sul desiderio di ribaltamento degli archetipi, dei miti, dell’immaginario collettivo. Questo può avvenire in modo drammatico, come nel film <em>Maternity Blues</em> di Fabrizio Cattani (dove, ad essere ribaltato, è il binomio canonico maternità-vita, binomio dissolto dalle vicende delle quattro madri assassine protagoniste del film); ma può anche avvenire in un modo che sa anche essere divertente e toccante, come nel caso del documentario di Sabrina Varani, <em>Riding for Jesus</em>. Una storia “americana”, nel senso più folklorico del termine, che ribalta completamente la figura del bikers, visto come personaggio asociale, ai limiti della legalità. Pastor Paulee, il protagonista del film della Varani, è un personaggio che sembra stato creato dalla penna di un romanziere on the road; un predicatore evangelico che, a bordo della sua moto, diffonde la divina novella a uomini che hanno un passato legato alle droghe e alla violenza. Una storia vera, che ha lo stesso sapore romanticamente graffiante di una poesia di Bukowski.</p>
<p>Continuano al Petruzzelli gli appuntamenti dedicati al Premio Fellini 8½ per l’eccellenza artistica, premio che va a Richard Borg, amministratore delegato della Universal Pictures, e al regista Abbas Kiarostami. Davvero un peccato che la premiazione di Borg non abbia costituito anche un momento di riflessione sulle modalità e le logiche alla base della distribuzione in Italia; modalità e logiche che di fatto lasciano nell’oblio molte opere di grande valore, o ne decretano il loro arrivo con anni di ritardo (come Hideout ha dimostrato attraverso la rassegna <em>I Dispersi</em>).</p>
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		<title>Bifest 2012 &#8211; Diario, Giorno 3</title>
		<link>http://www.hideout.it/2012/03/29/bifest-2012-diario-giorno-3/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
				<category><![CDATA[festival]]></category>
		<category><![CDATA[Bifest 2012]]></category>
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		<category><![CDATA[vincenzo mineo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tema dello spazio, visto in relazione agli individui e al loro vissuto. Tre documentari ne parlano, utilizzando linguaggi e modalità completamente diverse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/bifest-2012-br-diario-giorno-3_1.jpg" alt="Una scena di Zavorra di Vincenzo Mineo" width="250" height="172" />Se un tema comune dovesse essere individuato tra le opere di questa terza giornata di Bifest, sarebbe sicuramente quello dello spazio, in particolar modo <strong>lo spazio domestico, visto in relazione agli individui e al loro vissuto</strong>. Il concetto di “casa”, osservato nel modo in cui l’esistenza degli uomini muta tale ambiente, ribaltando in modo radicale la visione della dimensione domestica, è il fil rouge che unisce tre delle opere più interessanti di questo lunedì qui a Bari.</p>
<p>Nessuno mai oserebbe definire casa un ospizio, struttura che nell’immaginario comune ha una valenza assolutamente negativa. L’ospizio è sinonimo di abbandono, di solitudine, di mancanza di affetti; tutto il contrario di quello che dovrebbe essere una casa. Ma tale è per molti anziani, inclusi quelli su cui lo sguardo di Vincenzo Mineo si sofferma nel suo documentario, <em>Zavorra</em>. Per questi uomini e queste donne una struttura asettica, di ricovero, è diventata custode del loro vissuto e dei loro ricordi, è diventata “casa”. Così come un istituto può diventare casa, allo stesso modo la propria dimora può diventare un istituto, un carcere, un luogo di reclusione, come accade ai protagonisti del film di Ruggero Dipaola, <em>Appartamento ad Atene</em>. Tra le mura di una casa ateniese durante il secondo conflitto mondiale, una famiglia è rinchiusa, privata della sua libertà proprio nel luogo dove dovrebbe maggiormente esprimersi. Spogliata del loro vissuto privato, intimo, gli Helianos diventano parte del vissuto della Storia. E la Storia li incatena, al pari di qualsiasi prigioniero di guerra.</p>
<p>Se la Storia è capace di trasformare la casa in carcere, bisogna cambiare la rotta del suo divenire per riacquistare la perduta libertà. E questo è possibile farlo solo esternamente alle mura, come hanno fatto i ragazzi protagonisti del documentario di Stefano Savona, <em>Tahrir, Liberation Square</em>. Un film dove è la famosa piazza della rivoluzione la vera casa della giovane generazione egiziana, il terreno su si vogliono fondare le basi di una nuova realtà politica.</p>
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		<title>Bifest 2012 &#8211; Diario, Giorno 2</title>
		<link>http://www.hideout.it/2012/03/28/bifest-2012-br-diario-giorno-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Seconda giornata tra documentari e fiction, con testimonianze storiche tra immigrazione e guerra. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/bifest-2012-br-diario-giorno-2_1.jpg" alt="Una scena da Pasta nera di Alessandro Piva" width="250" height="172" />Dopo un inizio decisamente sottotono, <strong>la seconda giornata del Bifest si rivela molto più ricca di opere interessanti</strong>. Tra i documentari, <em>Pasta nera</em> di Alessandro Piva attira fortemente l’attenzione, per la storia bella e toccante che racconta: l’ospitalità offerta, da diverse famiglie emiliane, ai bimbi poveri del sud Italia negli anni difficili del dopoguerra. Una storia poco nota (d’altronde, noi siamo il paese in cui l’ignoranza del proprio passato è sempre stato motivo di vanto), raccontata dando spazio esclusivamente alle voci di chi ospitò, di chi venne ospitato e, soprattutto, delle donne coraggiose che organizzarono questo progetto (tra cui una simpaticissima e combattiva Miriam Mafai). <em>Pasta nera</em> non è solo una testimonianza storica preziosa, ma anche un atto d’amore nei confronti della necessità di raccontare, di testimoniare, di ricordare. Da ogni inquadratura del film traspare questo bisogno del narrare che risponde ad un’urgenza fisica, vitale, quasi che raccontare la Storia sia tra i bisogni primari degli uomini. Un film gradevole anche perché appare evidente il piacere e il rispetto con cui Piva ha girato ogni singola intervista.</p>
<p>Altra opera degna di nota è <em>Io sono Lì</em> di Andrea Segre, storia d’amore tra una giovane immigrata cinese e un anziano pescatore slavo in una provincia veneziana umida di pioggia e di salsedine, anonima e grigia, in cui sboccia un amore puro, a cui si fatica a credere. Andrea Segre pone il paesaggio scolorito, la vita umilissima dei due protagonisti, in un contrasto volutamente stridente con i sentimenti brevi e preziosi che essi provano l’uno per l’altra. La gentilezza di Bepi, l’anziano pescatore slavo, ricorda quella di un antico cavaliere, e porta un tocco di gentilezza in un mondo brutale e materialista.</p>
<p>Di ben altro tono è <em>I primi della lista</em>, di Roan Johnson, storia divertente e surreale che, incredibile ma vero, è davvero accaduta a tre poveracci i quali, negli anni di piombo, credendosi braccati dai servizi segreti, chiedono asilo politico all’Austria, per poi finire incarcerati. Una commedia che sembra ideata per il teatro, in cui alla grande ingenuità di questi tre giovani corrisponderanno gli spazi ben più ristretti di una cella. La Storia, quella vera e drammatica, è al di fuori, di essa i protagonisti hanno preso solo la farsa. E con Johnson scopriamo che, in riferimento a quegli anni di stragi, si può anche ridere, senza però dimenticare tutti quei morti che ancora chiedono giustizia.</p>
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		<title>Bifest 2012 &#8211; Diario, Giorno 1</title>
		<link>http://www.hideout.it/2012/03/27/bifest-2012-diario-giorno-1/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l’inaugurazione della mostra dedicata ai disegni di Ettore Scola, ha inizio ufficialmente l’edizione 2012 del Bifest.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/bifest-2012-br-diario-giorno-1_1.jpg" alt="" width="150" height="210" />Con l’inaugurazione della mostra dedicata ai disegni di Ettore Scola, ha inizio ufficialmente l’edizione 2012 del Bifest. Sarà la crisi, ma una prima occhiata al programma mostra un calendario meno ricco rispetto a quello dell’anno scorso, soprattutto per quel che riguarda la qualità di molte opere in gara. La sezione Panorama Internazionale è sicuramente quella che stuzzica maggior interesse; tocca a <em>Le Skylab</em> di Julie Delpy aprire le danze. Quello della regista francese è un lungo flashback nei ricordi di un’estate, il dipinto di una grande e felice famiglia riunitasi per festeggiare il compleanno della pimpante matriarca. Tra abbracci, sorrisi e allegre scorpacciate (i pranzi luculliani di famiglia non sono, evidentemente, una specialità esclusiva del nostro Ferzan Ozpetek), si intravedono ombre nere che tacciono solo in virtù del quieto vivere e dell’amore fraterno.</p>
<p>Sempre corposa è la sezione dedicata ai Documentari in concorso, che in questa prima giornata sembrano esser accomunati da una stessa tematica: l’Africa e la sua gente. Gente in fuga dalla guerra, come mostra Mariangela Barbanente in <em>Ferrhotel</em>, opera che apre una finestra sulla vita trascorsa da un gruppo di rifugiati somali all’interno di un albergo occupato nella città di Bari. Un albergo abbandonato, trasformato da questi uomini e queste donne in una casa, perché tali sono i luoghi dove albergano le speranza, i dolori, le illusioni. Nei loro dialoghi si intendono benissimo difficoltà che gli spettatori conoscono o presumono di conoscere (la disoccupazione, il desiderio di ricongiungersi alle famiglie, la volontà di fermarsi e costruire la propria vita) ma, con grande sensibilità, la Barbanente ha voluto evitare di mostrarli come un blocco umano amorfo, fatto solo di problemi. È l’individuo nella dimensione domestica delle sue gioie e suoi dolori quello che mostra la regista; uno sguardo che non ci si sarebbe aspettati in questo albergo, in questo microcosmo invisibile agli stessi baresi. L’Italia della malagiustizia, dello Stato incapace di garantire ai suoi cittadini i loro diritti fondamentali, è invece il terribile protagonista di <em>148 – Stefano. Mostri dell’inerzia</em>, opera di Maurizio Cartolano che tenta di ricostruire la brutta vicenda legata alla morte di Stefano Cucchi. Un tema delicatissimo, sia per la vicenda trattata che per le persone, i sentimenti coinvolti, il cui rischio sarebbe stato quello di cadere in un eccesso di dramma e di retorica. Il valore dell’operazione di Cartolano sta nell’essere riuscito ad evitare questo rischio, cercando un approccio ai fatti che, seppur narrati unicamente dalla parte lesa (ma questo perché, come è poi esplicitato nel film, gli altri “protagonisti” di questa vicenda si sono rifiutati di comparire), riesce a offrire un quadro della morte di questo ragazzo senza ricorrere ad inutili partigianerie.</p>
<p>Se nelle opere citate motivo di lode comune è l’assenza di retorica, questa è invece abbondata fuori dalle sale, sotto forma della polemica che imperversa, fin dalle passate edizioni, tra gli enti regionali che organizzano il Festival del Cinema di Bari e il Comune e la Provincia di questa città. Quest’anno, in particolare, Felice Laudadio, direttore artistico del festival, ha sentito la necessità di far partecipi anche gli spettatori di questa diatriba che ha a che fare più con la politica (e i partiti) che con la cultura, lanciando strali a Comune e Provincia direttamente dalle prime pagine di benvenuto del programma cartaceo. Una cosa che ci si sarebbe volentieri risparmiati.<br />
Gli organizzatori del Bifest non si sono lasciati scappare la “ghiotta occasione” costituita dalla recentissima morte di Tonino Guerra, cambiando all’ultimo minuto alcune parti del programma; così, al ricordo di Carmelo Bene (celebrato con una lunga serie di appuntamenti), si aggiunge quello del grande poeta e sceneggiatore. Vien da pensare che, fortunatamente, gli organizzatori non si son ricordati per tempo della morte del musicista pugliese Enzo Del Re (avvenuta nel 2011) altrimenti, più che festival del cinema, questa edizione 2012 si sarebbe potuta benissimo intitolare “Festival del Grande Estinto”!.</p>
<p>A Liliana Cavani, che apre la lunga serie di premiazioni previste, va il Premio <em>Fellini 8½</em> per l’eccellenza cinematografica.</p>
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