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	<title>hideout &#187; berlinale 2012</title>
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	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
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		<title>Cesare deve morire: un film d&#8217;oro tutto italiano</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Danilo Sergio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Orso d'oro alla Berlinale 2012, il film di <b>Paolo e Vittorio Taviani</b> è un autentico ritratto dell'arte come sinonimo di libertà e riflessione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/un-film-d-oro-tutto-italiano_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />A distanza di cinque anni dall&#8217;ultimo film (<em>La masseria delle allodole</em>, 2007), Paolo e Vittorio Taviani, ormai ottantenni, tornano al cinema con <em>Cesare deve morire</em>, film vincitore dell&#8217;Orso d&#8217;oro all&#8217;ultima Berlinale, per il quale si servono delle maschere della sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia di Roma per mettere in scena il Giulio Cesare di Shakespeare.</p>
<p>La pellicola presenta una struttura ciclica evidenziata non solo da un punto di vista diegetico (il film inizia e finisce col finale), ma anche dall&#8217;espediente stilistico del colore: i sei mesi impiegati da Fabio Cavalli e la sua “compagnia teatrale” alla preparazione della rappresentazione sono marcati da un bianco e nero ricco di contrasti che finisce per riempirsi di colore in quella che risulta essere la sequenza <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/un-film-d-oro-tutto-italiano_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />dell&#8217;effettiva messa in scena in pubblico dello spettacolo; è questo un modo per caricare di peso non tanto il risultato finale, quanto più il lavoro sugli attori (i detenuti), i quali, concentrandosi sullo studio dei personaggi assegnatigli e <strong>nella finzione della recitazione, si soffermano forse per la prima volta su se stessi</strong>, immedesimandosi nei characters delle amicizie spezzate, dei tradimenti, degli omicidi e della sete di potere della tragedia del Bardo dell&#8217;Avon.</p>
<p>Il film sbatte in faccia la condizione dei detenuti in Italia (detenuti, ma pur sempre esseri umani) attraverso il mezzo cinematografico: una successione di primi piani nella sequenza dei provini per la scelta degli attori mette faccia a faccia recluso (che pur non si vergogna di gridare al mondo le proprie generalità come se volesse ricordare la propria esistenza) e spettatore, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/un-film-d-oro-tutto-italiano_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />lasciando che quest&#8217;ultimo vi si specchi fino a riconoscersi (e ri-conoscerlo). Costruito secondo un ritmo interno ed esterno essenzialmente lento e sorretto da alcuni tratti tipicamente neorelistici (come l&#8217;utilizzo di attori non professionisti e dei dialetti meridionali in stile <em>La terra trema</em> di Visconti), <strong><em>Cesare deve morire</em> ri-fornisce di senso e prestigio il cinema italiano d&#8217;autore</strong>. Quello vero, ovviamente, capace di emozionare.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
L&#8217;idea del film è sorta nei fratelli Taviani dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale nello stesso carcere di Rebibbia in cui i detenuti recitavano alcuni canti de <em>L&#8217;inferno</em> di Dante.</p>
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		<title>Il trionfo dei fratelli Taviani a Berlino</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sagrati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cesare deve morire è il meritato vincitore dell'Orso d'Oro 2012, al termine di un'edizione tutto sommato piuttosto deludente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/il-trionfo-dei-fratelli-taviani-a-berlino_1.jpg" alt="Paolo e Vittorio Taviani premiati a Berlino" width="250" height="172" />Con l&#8217;entusiasmo di due ragazzini, <strong>Paolo e Vittorio Taviani</strong> hanno accompagnato a Berlino il loro ultimo film <em>Cesare deve morire</em> (in sala dal 2 marzo). Una carriera incredibile, quella dei due fratelli registi, 160 anni in due, autori di <em>La notte di San Lorenzo</em>, <em>Padre Padrone</em> e <em>Allonsanfan</em>, che sembravano ormai avviati verso una dignitosa pensione. Già negli anni 90 sembravano aver perso mordente (<em>Fiorile, Tu ridi, La masseria delle allodole</em>) e invece, con un colpo di coda degno di un giovane coccodrillo,<strong> hanno tirato fuori dal cilindro un&#8217;opera visivamente potente, potentemente politica, vincendo l&#8217;Orso d&#8217;Oro a Berlino</strong>.</p>
<p>Un concorso composto da 23 titoli, molti dei quali (pensiamo al banale thriller spagnolo <em>Dictado</em>) ben al sotto degli standard qualitativi di sicurezza per un grande festival, ma coraggiosamente più indirizzato al cinema di ricerca. Tra questi, interessante il mistico e pruriginoso greco <em>Meteora</em> e il filippino <em>Captive</em> di Brillante Mendoza, capace di realizzare un ritratto naturalistico di un sequestro di persona. <strong>Notevoli invece il portoghese <em>Tabu</em>, lo svizzero <em>L&#8217;enfant d&#8217;en haut</em> (<em>Sister</em>) di Ursula Meier e l&#8217;ungherese <em>Csak a szél</em> (<em>Just the Wind</em>) che ha suscitato un positivo passaparola tra gli addetti ai lavori, intenti a consigliarne la visione</strong>.</p>
<p>Ma è <em>Cesare deve morire</em> ad aver colpito nel segno. Un gruppo di detenuti del carcere Rebibbia mette in scena il <em>Giulio Cesare</em> di Shakespeare. I luoghi e i carcerati sono reali, il teatro è vero ma ricostruito per il cinema attraverso un&#8217;alternanza tra bianco/nero e colore, vero e falso, commozione e rabbia. <strong>Un&#8217;opera di grande respiro, dalla messa in scena potente e dal messaggio politico forte e chiaro: senza cultura saremmo meno delle bestie, anche se non ce ne rendiamo conto</strong>.</p>
<p>Nonostante fosse data dai bookmaker solo 11/1, a noi sembrava indubbio che un&#8217;opera del genere sarebbe stata apprezzata dal presidente della giuria Mike Leigh (<em>Tutto o niente, Segreti e bugie</em>), grande appassionato di teatro, o dagli altri mebri della giuria. Come il regista e fotografo Anton Corbijn (grande appassionato di bianco e nero) o Jake Gyllenhaal che avrà adorato l&#8217;intensa e sentita interpretazione dell&#8217;ex galeotto e oggi attore di teatro Giovanni Arcuri.</p>
<p>E il trionfo italiano a Berlino non è finito qui. <strong><em>Diaz &#8211; Don&#8217;t Clean This Blood</em> (in sala dal 13 aprile) di Daniele Vicari, presentato nella sezione Panorama, ha ricevuto il secondo premio del pubblico</strong>. Un grande risultato per un&#8217;opera che ricostruisce duramente i fatti accaduti alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. Un film senza respiro, che sicuramente farà molto parlare di sé.</p>
<p><strong>Una  vittoria del genere non avveniva da 21 anni, quando nel 1991 l&#8217;Orso d&#8217;Oro a Berlino è andato a <em>La casa del sorriso</em> di Marco Ferreri.</strong></p>
<p>Di seguito tutti i vincitori:<br />
• <strong>Orso d’Oro</strong> per il miglior Film a <em>Cesare deve morire</em> di Paolo e Vittorio Taviani<br />
• <strong>Orso d’Argento &#8211; Gran premio giuria</strong> a <em>Just The Wind</em> di Bence Fliegauf<br />
• <strong>Orso d’Argento per la miglior regia</strong> a Christian Petzold per <em>Barbara</em><br />
• <strong>Orso d’Argento per la miglior attrice</strong> a Rachel Mwanza in <em>Rebelle</em> (<em>War Witch</em>)<br />
• <strong>Orso d’Argento per il miglior attore</strong> a Mikkel Boe Flsgaard in <em>A Royal Affair</em><br />
• <strong>Orso d’Argento per il contributo artistico</strong> a Lutz Reitemeier per la fotografia di <em>White Deer Plain</em><br />
• <strong>Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura</strong> a Nikolaj Arcel e Rasmus Heisterberg per <em>A Royal Affair</em><br />
• <strong>Premio Alfred Bauer</strong> (per le nuove prospettive) a <em>Tabu</em> di Miguel Gomes</p>
<p>Tra i premi collaterali segnaliamo:<br />
• l&#8217;ambito <strong>Orso di Cristallo</strong>, conferito da una giuria di bambini, andato a <em>Arcadia</em> Olivia Silver<br />
• il prestigioso <strong>Teddy Award</strong>, all&#8217;opera che meglio rappresenta la comunità GLBT, andato a <em>Keep The Lights On</em> di Ira Sachs<br />
• il classico <strong>Premio Fipresci</strong>, conferito dalla stanpa internazionale, andato a <em>Tabu</em> di Miguel Gomes<br />
• l&#8217;immarcescibile <strong>Premio della Giuria Ecumenica</strong>, andato a <em>Cesare non deve morire</em></p>
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		<title>Meno venti: un&#8217;italiana a Berlino &#8211; Parte 1</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sagrati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra bretzel, kebap e Starbucks con o senza wifi, è iniziato il Festival di Berlino. Ah già, ci sono anche i film!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/meno-venti-un-italiana-a-berlino-parte-1_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />«Quando ancora c&#8217;era il festival di Berlino Ovest, in Italia non era ancora arrivato il kebap e decisi di assaggiarlo. Solo che già al secondo morso era diventato un ghiacciolo. Un ghiacciolo di kebap». Sorride così al mio freddissimo bretzel acquistato per strada, Steve Della Casa, presidente della Film Commission Piemonte e veterano della Berlinale. E mentre degusto il mio anelato, freddissimo e tedeschissimo snack del dopo proiezione, mi rendo conto che il gelo polare che mi fa lacrimare ghiaccio, non sia in fondo così straordinario a Berlino in questa stagione. Quella che potrebbe sembrare una magra consolazione diventa invece motivo di un grande sospiro di sollievo: allora sono davvero all&#8217;estero in un festival internazionale!</p>
<p>Se non fosse per i -20 al sole, i bagarini di bretzel per strada e i sottotitoli in tedesco nei film americani, sembrerebbe di stare al Festival di Roma. Italiani in coda a ritirare l&#8217;accredito, italiani che chiacchierano prima delle proiezioni, italiani che commentano l&#8217;ultimo film di Brizzi, italiani in fila da Starbucks, italiani che si lamentano della wifi, italiani che non sanno cosa sia la wifi&#8230; Dovunque ci si giri ci sono solo italiani. Niente di male, ma sembra strano che, vista la concentrazione di stampa e addetti italiani nostrani, la copertura del festival sia così poca nei nostri quotidiani. Che ci fanno così tanti connazionali in Germania? «Non vi siete accorti che in Italia non c&#8217;è più nessuno?» esclama sarcasticamente l&#8217;addetta, che sembra tedesca ma è italiana, alla distribuzione (gratuita!) del catalogo.</p>
<p>Ogni anno, sono alla mia personale quarta esperienza in questi &#8220;lidi&#8221;, la cosa continua a stupirmi. Mi chiedo: ma dove sono i giornalisti tedeschi e francesi (quest&#8217;anno la rappresentanza al festival è molto alta), giapponesi, inglesi, eccetera? Forse lavorano in maniera diversa. O in qualche modo perverso gli italiani condividono inconsciamente la volontà di sedersi vicini, camminare accostati, mangiare all&#8217;unisono. O forse si tratta proprio di una nuova ondata migratoria? Su questi pensieri indotti da un freddissimo e tedeschissimo bretzel mi reco alla proiezione del primo film con la regia di Angelina Jolie (per scoprire che è in bosniaco con sottotitoli in tedesco). E mi rendo conto di non aver ancora parlato di cinema. Ma purtroppo, nonostante sia la 62a Berlinale, il terzo festival più importante al mondo, non c&#8217;è granché da dire. Meno male che domani passa in concorso il film italiano&#8230;</p>
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		<title>Sotto quel cielo &#8211; Berlino 2012, giorno 2</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due film in concorso, À moi seule e Tey, ma il film più atteso del giorno è Molto forte, incredibilmente vicino di Stephen Daldry.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/sotto-quel-cielo-br-berlino-2012-giorno-2_1.jpg" alt="Il giovanissimo Thomas Horn sul red carpet di Molto forte, incredibilmente vicino" width="250" height="172" />Fuori concorso passa oggi a Berlino una delle pellicole più attese, <em>Molto forte, incredibilmente vicino</em> di Stephen Daldry, tratto dal secondo omonimo romanzo dello scrittore americano Jonathan Safran Foer (dal primo, <em>Ogni cosa è illuminata</em>, Liev Schreiber riuscì a realizzare un bellissimo film presentato qualche anno fa alla Mostra di Venezia). La tragedia dell’11 settembre 2001 visto attraverso lo sguardo di un bambino di 9 anni, Oskar (lo straordinario debuttante Thomas Horn) alle prese con la difficile morte del padre (Tom Hanks) avvenuta a New York in quel giorno indimenticabile. Da quei momenti, e dal quel poco che il padre è riuscito a dire al figlio (nella segreteria telefonica), prima di morire dentro la torre, e a lasciare (una busta scoperta per caso con all’interno una chiave), Oskar dovrà ricercare quei tasselli mancanti per riuscire a superare quel dolore, insieme anche alla madre (Sandra Bullock), ma soprattutto a portare a termine una missione fino a quel momento incompiuta. Da quel nome, Black, scritto sulla busta, Oskar inizia a cercare, pianificando, incontrando persone, ascoltando le loro storie, dapprima solo, poi con l’aiuto dell’anziano affittuario muto della casa della nonna, interpretato da Max Von Sydow. Non trova la verità che cerca, ma ogni incontro gli restituisce qualcosa, un regalo, perché da una tragedia, anche la più insensata, si può ancora rinascere. Daldry si attiene al romanzo di Foer, eccetto per la parte narrativa su Dresda, lavorando in maniera minuziosa, quanto empatica, alternando evocazione ed emozione, sulla perdita tanto quanto sull’essere impreparati e vulnerabili. Ma la pellicola parla anche di come rialzarsi, guardando avanti, facendosi forza con chi è rimasto, e con quello che c’è rimasto, dandosi una ragione anche nella disperazione più profonda. Thomas Horn è incredibilmente bravo, un talento sbocciato anche grazie al lavoro con Daldry (uno dei registi maggiormente sensibili nel lavoro con gli adolescenti, basta pensare a Jamie Bell in <em>Billy Elliot</em>), è lui il protagonista assoluto ovviamente, insieme a Von Sydow, candidato all’Oscar per questa interpretazione, che qui tira fuori tutto il meglio del suo repertorio teatrale fatto di gesti, sguardi, mimiche, mai banali, per un interprete sempre vivo, interessante anche nei suoi silenzi. Non è un film memorabile, ma ha il potere di risvegliare la memoria, anche di chi vorrebbe dimenticare, ma non può.</p>
<p>Il concorso principale va avanti con altre due pellicole. <em>À moi seule</em> (<em>Coming Home</em>), del francese Frèdèric Videau, narra la storia di un rapimento di una bambina e del successivo rapporto tra la ragazza e il suo carceriere, anni in cui i due diventano quasi complici, tanto che una volta liberata, non riuscirà più a essere serena nella sua casa d’origine. Il senegalese <em>Tey</em> invece, diretto da Alain Gomis, racconta la storia di un ragazzo nel suo ultimo giorno di vita prima di essere sacrificato a nome della Comunità. In un “viaggio” di un giorno incontrerà tutte le persone della sua vita, ripensando a quello che è stato, in attesa che il destino possa compiersi definitivamente. Proprio questa pellicola, accolta un po’ freddamente dalla stampa, potrebbe inaspettatamente rivelarsi come una delle più mirate del programma.</p>
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		<title>Titoli e star a Berlino: l’Orso torna protagonista</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima di iniziare il festival, un'occhiata al programma: tantissimi film, in concorso o fuori e tante stelle, da Angelina Jolie a Meryl Streep.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/titoli-e-star-l-orso-torna-protagonista_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />In una Berlino imbiancata e sotto zero, scatta oggi la 62esima edizione della Berlinale (la decima edizione diretta da Dieter Kosslich), il primo dei grandi appuntamenti cinematografici europei, quest’anno più che mai impreziosito da molti nomi che da oggi fino al 19 febbraio si alterneranno su red carpet del Berlinale Palast.</p>
<p>La bella notizia arriva subito dal programma che assegnerà l’Orso d’Oro e che vede tornare in competizione una pellicola italiana (mancava dal 2008 quando passò <em>Caos calmo</em> di Aurelio Grimaldi), Cesare deve morire, di Paolo e Vittorio Taviani, figure di spicco del cinema internazionale, e che qui erano già stati apprezzati nel 1972 con San Michele aveva un gallo (menzione speciale) e nel 1977 per Padre padrone (premio della Giuria, per poi essere premiata a Cannes con la Palma d’Oro). Il documentario, girato nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia, vede protagonisti gli stessi detenuti alle prese con la messa in scena del <em>Giulio Cesare</em> di Shakespeare, in un viaggio alla scoperta di nuovi linguaggi che ha visto i registi seguire le prove per circa sei mesi. L’Italia sarà presente anche con gli attesi e discussi <em>Diaz</em> di Daniele Vicari con Elio Germano e Claudio Santamaria (nella sezione <em>Panorama Specia</em>l) e soprattutto <em>The Summit</em>, diretto da Franco Fracassi e Massimo Lauria (<em>Panorama Dokumente</em>), entrambi concentrati sull’analisi dei tragici giorni del G8 di Genova del 2001, quest’ultimo addirittura ricco di interviste e immagini inedite.</p>
<p>Grande interesse sarà per l’opera prima da regista di Angelina Jolie con <em>In the Land of Bloom and Honey</em>, presentato fuori concorso il 10 febbraio, ambientato durante la Guerra dei Balcani, ma anche per il documentario “rivolta” del regista francese Tony Gatlif, <em>Indignados</em> (in <em>Panorama</em>) tratto dal romanzo omonimo del diplomatico berlinese Stéphane Hessel, e Last Call at the Oasis (<em>Culinary Cinema</em>) di Jessica Yu invece sul tema dell’acqua, che per l’occasione vedrà la presenza a Berlino per parlare del problema anche la nota attivista americana Erin Brockovich. Da segnalare nel concorso ufficiale due titoli su tutti, <em>Captive</em> di Brillante Mendoza sul gruppo estremista islamico Abu Sayyaf (con Isabelle Huppert), e <em>Molto forte, incredibilmente vicino</em> di Stephen Daldry, che aveva aperto il Festival nel 2008 con <em>The Reader</em>, tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer sull’11 settembre, candidato quest’anno a due premi Oscar, tra cui quello di miglior film.</p>
<p>Quella di quest’anno sarà una giuria più che mai variegata a decidere sui premi più importanti, a partire dal Presidente, il regista inglese Mike Leigh, uno dei fiori all’occhiello di questa edizione, un nome indubbiamente di grande sicurezza ed esperienza. “Per me ogni Festival è diverso – ha detto Leigh nella conferenza stampa di presentazione – ma Berlino ha un fascino indescrivibile, qui si respira uno spirito particolare, quello del grande cinema di qualità e ricerca. Per me essere stato chiamato qui è un grandissimo onore”. Ad affiancarlo il regista iraniano, Orso d’oro 2011 (e probabile Oscar per il miglior film straniero di quest’anno con <em>Una separazione</em>) Asghar Farhadi, l’attrice francese Charlotte Gainsbourg, l’attore americano Jake Gyllenhall, i registi François Ozon e Anton Corbijn, lo scrittore algerino Boualem Sansal e l’attrice tedesca Barbara Sukowa. Ma come detto sarà un’edizione ricchissima di star a partire da Meryl Streep, Orso d’Oro alla carriera e che qui presenterà l’ultimo suo capolavoro d’attrice, <em>The Iron Lady</em>, passando per Antonio Banderas, Robert Pattinson, Charlize Theron (<em>Young Adult</em>), Keanu Reeves (<em>Side by Side</em>), Juliette Binoche (<em>Elles</em>), Salma Hayek, Clive Owen, Javier Bardem, Billy Bob Thornton (anche da regista con <em>Jayne Mansfield’s Car</em>) e Christian Bale (nel film di Zhang Yimou, <em>I fiori della guerra</em>).</p>
<p>E se <em>Panorama</em> e <em>Forum</em> saranno come sempre sezioni – gioiello dove poter trovare piccoli e grandi lavori, capaci di unire linguaggi e stili diversi, focus d’attenzione per la retrospettiva – omaggio al grande Studio Babelsberg, il più vecchio studio cinematografico al mondo, situato della città di Potsdam, sezione (<em>Happy Birthday</em>) che permetterà agli spettatori di rivedere dieci opere divise per decadi, da <em>L’ultima risata</em> di Murnau, passando per <em>L’angelo azzurro</em>, fino al già citato <em>The Reader</em> e <em>Il pianista</em> di Polanski.</p>
<p>Film d’apertura, e che aprirà le danze ufficialmente, sarà <em>Les adieux a la reine</em>, tratto dall’omonimo romanzo di Chantal Thomas, del francese Benoit Jacque, sugli ultimi giorni di Maria Antonietta, con interpreti Diane Kruger e Léa Seydoux. Mentre la neve riprende a cadere, con i giornalisti e addetti ad affannarsi a terminare gli ultimi accorgimenti, il Berlinale Palast è pronto a illuminarsi nuovamente per il suo spettacolo più bello.</p>
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		<title>Sotto quel cieloBerlino 2012, giorno 1</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si apre il Festival di Berlino 2012 con <i>Les Adieux à la Reine</i> e l'esordio alla regia di Angelina Jolie: <i>In the Land of Bood and Honey</i>.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/sotto-quel-cielo-br-berlino-2012-giorno-1_1.jpg" alt="Diane Kruger durante la conferenza stampa di Les Adieux a la Reine" width="250" height="172" />La Berlinale si è aperta ufficialmente con la proiezione della pellicola francese, <em>Les Adieux à la Reine (Farewell my Queen)</em> del regista Benoît Jacquot. Il film, tratto dal romanzo storico omonimo uscito nel 2002 ad opera di Chantal Thomas, ripercorre gli ultimi tre giorni in vita di Maria Antonietta (Diane Kruger) alla Reggia di Versailles, del giorno presa di Bastiglia, e della conseguente simbolica fine dell’Ancien Régim, visti e vissuti nei ricordi della lettrice di corte prediletta dalla sovrana, Sidonie Laborde (qui interpretata dalla splendida Léa Seydoux). Un rapporto, quello con Maria Antonietta, intimo e incondizionato, tanto da essere difeso anche nei momenti più “scandalosi”, dall’amicizia con la duchessa di Polignac ai capricci più irrispettosi nei confronti del popolo. La Kruger, seppur bellissima e in perfetto francese, è assai lontana dalla Kirsten Dunst dipinta dalla Coppola, che era riuscita quasi perfettamente a ricalcare lo stile e il carattere della sovrana francese. Ma Jacquot non si cura tanto di quest’aspetto, quanto invece nel sottolineare la fragilità del personaggio, profondamente solo, tanto da dover essere appunto attorniato da un certo numero di persone fidate, tra cui appunto la Laborde. Al di là della poca ricostruzione storica, il film pecca forse nel troppo “chiacchiericcio di corte”, senza mai veramente farci respirare lo spirito di quel momento particolare della storia francese. Un vero peccato perché sarebbe stato uno spunto interessante per rianalizzare un periodo attraverso uno sguardo diverso.</p>
<p>Ma è il giorno anche della presentazione di <em>In the Land of Blood and Honey (Nella terra del sangue e del miele)</em> opera prima da regista e sceneggiatrice per Angelina Jolie, nominata quest’anno ai Golden Globe nella categoria di miglior film straniero. Lo sfondo è quello tragico della Guerra dei Balcani, tra il 1991 e il 1995, che vide serbi e bosniaci combattere tra enormi atrocità. Il film si concentra su due personaggi principali, divisi dall’etnia, ma uniti dall’amore: un soldato serbo, Danijel (Goran Kostic) e Ajla (Zana Marjanović) una ragazza bosniaca. La guerra li divide, ma contemporaneamente li riunisce in un campo di lavoro dove la ragazza viene internata e dove il soldato, diventato ormai capitano, dirige le operazioni. La Jolie parte da questa storia per raccontare (e nella prima parte il film è davvero convincente) da un punto di vista prettamente femminile, la parte più orrenda della guerra, in particolare nei confronti delle donne e dei più deboli in generale. Se gli uomini vengono uccisi in fucilazioni di massa, le donne vengono rapite, pestate, costrette a subire violenze fisiche e psicologiche, alle umiliazioni peggiori. La Jolie non risparmia nulla, anzi, affonda in maniera molto cruda per dare realismo a quello che sta raccontando, anche se poi, nella seconda parte della pellicola, “inciampa” narrativamente nel concentrarsi eccessivamente sulla storia tra i due protagonisti, tralasciando un po&#8217; quella ricostruzione storica e quell’indagine che fino a quel momento erano stati di buon livello. La pellicola non è da sottovalutare (dura più di 2 ore) a livello d’immagine, emergono ritratti interessanti (e sconcertanti, finora non visti esplicitamente), ma quello che più forse non convince è proprio il lavoro di partenza fatto in chiave di sceneggiatura, ancora poco “matura” e debole. Ma a questa Jolie regista va sicuramente data un’altra possibilità.</p>
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