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	<title>hideout &#187; azione</title>
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	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
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		<title>Battleship: Niente di nuovo sul fronte del consumo</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Vanin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nuovo film di guerra/fantascientifico/catastrofico di Peter Berg è all’insegna dell’esagerazione e si muove al confine tra serietà e autoparodia. Un film fracassone, in cui i difetti del genere si sprecano. Tuttavia, il ritmo è incalzante e il divertimento non manca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/niente-di-nuovo-sul-fronte-del-consumo_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Ispirato dall’omonimo gioco da tavolo della Hasbro, <em>Battleship</em> è un film alla Michael Bay, tanto per intenderci. Fin qui nulla d’insolito. Ma durante la visione sorge spontanea una domanda: <strong>il film c’è o ci fa?</strong> Insomma, fino a che punto <em>Battleship</em> si prende sul serio e quanto è sua intenzione abbracciare l’autoparodia? Inizia in un bar. I due fratelli Hopper festeggiano il compleanno di Alex. Fin dalle prime battute è chiara l’opposizione caratteriale tra i due: il marinaio Stone è equilibrato, ligio al dovere e con la testa sulle spalle; Alex è ribelle, senza un obiettivo e disoccupato non preoccupato di esserlo. Stone sta facendo le consuete ramanzine al fratello, quand’ecco che entra in scena la bionda tettona Samantha che ordina un chicken burrito. Ma la cucina è chiusa. Alex non ci pensa due volte, smette di ascoltare Stone e si fionda da lei, promettendole un chicken burrito entro cinque minuti. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/niente-di-nuovo-sul-fronte-del-consumo_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Rapinerà un supermercato, si farà malmenare dalla polizia, ma consegnerà a Samantha il chicken burrito e lei gli consegnerà il suo cuore.</p>
<p>Gli stereotipi del genere ci sono tutti (lo sciagurato bisognoso di disciplina, la bella da conquistare) e <strong>la resa comicizzante e caricaturale dissipa ogni dubbio: è un’autoparodia</strong>. Ma il tono dei discorsi sull’onore, il coraggio e l’eroismo (soprattutto se messi in bocca a un attore dalla professionalità indiscussa come Liam Neeson) è di una serietà tale da mettere a rischio la natura intrattenitrice dell’operazione. L’intera sequenza, poi, dedicata ai mutilati di guerra è assolutamente dissonante con l’essenza fracassona ed eccessiva del film, una nota anti-militarista in un film che è un’apologia alla spettacolarità delle esplosioni e alla super-tecnologia delle armi più avanzate. E come giustificare allora le citazioni, assolutamente gratuite, di <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/niente-di-nuovo-sul-fronte-del-consumo_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Omero e Sun-tzu? È ancora autoironia o un estemporaneo anelito a un tono più impegnato?</p>
<p>Ma, <strong>tutto sommato, il gioco funziona</strong>. Il ritmo è incalzante e il divertimento non manca. <em>Battleship</em> è ancora una volta un esempio di cinema iperbolico dove i colpi di scena si sommano a tal punto da diventare prassi e gli interventi provvidenziali all’ultimo secondo messi sempre a raddrizzare l’esito tendente a favore dei cattivi, e dove tutto alla fine torna, persino la “corazzata” (battleship in inglese, per l’appunto) Missouri tornerà utile ai protagonisti, obsoleta e meno tecnologica dei moderni cacciatorpediniere ma più resistente ai colpi.</p>
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		<title>La furia dei Titani: noia mitologica</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Bocedi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un azzardato tentativo di scrivere un seguito a un mito classico, permeandolo di tutta la cultura statunitense contemporanea; un tripudio di azione e scontri armati che non riescono a frenare lo sbadiglio. Una pellicola che unisce noia, banalità e approsimazione in una triade che sarà fatale allo spettatore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/la-noia-mitologica_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Perseo sconfigge il mostro marino e salva la bella Andromeda da morte certa: una storia che da millenni tutti gli appassionati di mitologia conoscono molto bene. Ma cosa successe dopo? Che fine fece l&#8217;impavido eroe dai calzari alati? In nostro soccorso vengono, per fortuna, Dan Mazeau e David Leslie Johnson, gli sceneggiatori, che inventano di sana pianta &#8220;<strong>una nuova avventura, che apparisse perfettamente adeguata</strong>&#8221; a funzionare come seguito ideale del mito.</p>
<p>Ma la combinazione letale tra blockbuster &#8220;Usa Style&#8221; e mitologia greca, tranne in pochi fortunati casi, non ha mai prodotto risultati di pregio, e anche questa pellicola può essere inserita in questo affollato filone: ed è così che ritroviamo un attempato Zeus (Liam Neeson) che con il diafano fratello-traditore-redento Ade (Ralph Fiennes) si diverte a combattere a colpi di fulmine e onde energetiche di Dragonballiana memoria un lavico Crono. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/la-noia-mitologica_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />La storia non decolla mai, procedendo su topoi classici del cinema d&#8217;azione (il giovane Agenore scapestrato ma dal grande futuro come spalla del protagonista, il decaduto Efesto, vecchio e mezzo matto, che recupera l&#8217;antica gloria attraverso il sacrificio della vita non più immortale) e talvolta incagliandosi in paludi da sbadiglio, come lo scontro tra i fratellastri Perseo e Ares o l&#8217;avventura nei labirinti del Tartaro con fugace comparsa di un Minotauro, la cui presenza appare un po&#8217; fuori contesto (colpa di una confusione tra labirinti?). <strong>Approssimazione nei dettagli, eccessiva semplificazione della trama e scarsa profondità dei personaggi</strong> indeboliscono un prodotto già di per sè inteso come &#8220;di consumo&#8221; ma che difficilmente potrà registrare incassi record al botteghino, penalizzato anche dal non poter fare leva su una storia immortale e largamente conosciuta, come nel caso del precedente episodio <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=4927">Scontro fra Titani</a></em>. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/04/la-noia-mitologica_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Nonostante un cast di primissimo livello, in cui Sam Worthington si misura con attori del calibro di Liam Neeson o Ralph Fiennes, non si esce dall&#8217;impressione di un film di maniera, in cui i protagonisti non caricano i propri personaggi di forti e specifiche connotazioni, ma lasciano al contrario la sensazione che molti ruoli potessero essere intercambiabili</p>
<p>L&#8217;utilizzo del 3D, come in altri precedenti casi, <strong>non sembra dare allo spettatore un reale valore aggiunto</strong>, limitandosi a fargli apprezzare lapilli, pietre o freccie durante le principali scene di azione, non fornendo tuttavia un motivo che valga davvero la pena della scomodità degli occhiali.</p>
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		<title>Romanzo di una strage: Rispieghiamo Piazza Fontana per chi era presente</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Lombardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Posticcio verboso e distaccato: il film di Marco Tullio Gioardana su Piazza Fontana è figlio di un cinema minore che sacrifica l'immagine al testo, il racconto alla storia e la ricerca della verità alla sua fascinazione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/rispieghiamo-piazza-fontana-per-chi-era-presente_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />L&#8217;abbiamo fatto più volte e potremo rifarlo. Dopo aver visto <em>Romanzo di una strage</em> potremo cioè mettere davanti all&#8217;analisi filmica e alla sua estetica narrativa, l&#8217;utilità sociale di un film necessario, che ripercorre le tappe fondamentali dell&#8217;odissea storico-politica della Strage di Piazza Fontana, ovvero la Strage delle stragi, la strage di Stato, la Strage che ha fatto svegliare un paese, il nostro, in quella che molti chiamano ancora la notte della Prima Repubblica. Nel farlo però, questa volta, ci sentiremo colpevoli di aver omesso proprio l&#8217;assenza quell&#8217;efficacia che dovrebbe possedere un film di tale ambizione storica. Partiamo dall&#8217;inizio: il film di Marco Tullio Giordana, ispirato dal libro di Paolo Cucchiarelli <em>Il segreto di Piazza Fontana</em>, viaggia come un&#8217;indagine meticolosa sugli intrecci fra Stato, servizi (più o meno deviati), anarchici milanesi e neofascisti padovani. E fra i tanti personaggi (fra cui l&#8217;onorevole Aldo Moro splendidamente interpretato da Fabrizio Gifuni), è il protagonista Valerio Mastandrea (qui un Commisario Calabresi atipicamente eroe positivo) e co-protagonista Pierfrancesco Favino (qui l&#8217;anarchico Pinelli) che guidano lo spettatore nelle trame oscure della strategia della tensione. E&#8217; una carrellata, divisa per capitoli, che documenta gli episodi più importanti che precedettero e seguirono la Strage alla Banca dell&#8217;Agricoltura, quel 12 dicembre del 1969: dalle prime indagini sugli anarchici ritenuti inizialmente i colpevoli della bomba, alla “caduta” di Pinelli dal quarto piano della questura di Milano, dalle vicende dei neofascisti di Ordine Nuovo a quelle dei nobili Principi golpettari (Valerio Borghese). Fino a portare lo sguardo della mdp anche dentro a una stanza ben arredata del Quirinale, dove il Ministro degli Esteri Aldo Moro presenta al Presidente della Repubblica Saragat la sua indagine parallela sui fatti di Piazza Fontana. Fin qui, nessuna sorpresa: è il cinema politico più tipicamente simile a quello dei maestri di Tullio Giordana, Francesco Rosi su tutti. <strong>Un cinema asciutto, asettico, giocato negli interni grigi e fumosi degli uffici di Stato, rituale e didascalico</strong>. Eppure a differenza di molti capolavori del genere, è un film che non convince affatto.</p>
<p>E&#8217; qui torniamo alla nostra osservazione iniziale: ciò che veramente manca a <em>Romanzo di una strage</em> sono due cose. La prima è l&#8217;Italia di quegli anni. Il paese e la sua quotidianità è tagliato fuori dagli spazi, viene riesumato in filmati da repertorio, ma tutto l&#8217;impianto narrativo di Marco Tullio Giordana si muove attraverso lo sguardo costante sull&#8217;istituzione trincerata nei suoi uffici. <strong>La freddezza del racconto appassiona chi ne è già appassionato</strong>, chi sa muoversi con destrezza nel ricordo di quei fatti, chi conosce la storia (che non si insegna a scuola), precedente e successiva a Piazza Fontana o chi già ha vissuto quell&#8217;Italia e quel clima. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/rispieghiamo-piazza-fontana-per-chi-era-presente_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Chi ne è tagliato fuori (anche dalla mancanza di didascalie ai personaggi) rimane naufragato. Intendiamoci: noi siamo riusciti a navigare fino alla fine, ma contrariamente alle affermazioni del regista, questo non è un film per le nuove generazioni. L&#8217;altra mancanza, che alimenta lo stesso meccanismo di distacco, è la dimensione intima, profondamente necessaria per coinvolgere lo spettatore anche in un immaginario esclusivamente “pubblico”. Mentre nei <em>Cento Passi</em>, Marco Tullio Gioardana era riuscito a declinare l&#8217;intimo nel pubblico, qui il regista pensa di risolvere la questione in un paio di battute fra Calabresi e Pinelli (e in una scena finale, la più quotidiana e bella dell&#8217;intero film, quella della cravatta “bianca” o “rosa” fra Calabresi e sua moglie). E&#8217; decisamente troppo poco, così come è troppo poco affidarsi alla sola bravura degli attori e una buona fotografia. Anzi, la narrazione cinematografica rischia così di essere uccisa dal posticcio: ci accorgiamo presto di assistere a un cinema minore che sacrifica l&#8217;immagine al testo, il racconto alla storia e la ricerca della verità alla sua fascinazione. Eppure in altri casi, il cinema politico era riuscito a piegare (a proprio favore) una forma cinematografica più fluida, capace di filtrare il “potere” attraverso la lente d&#8217;ingrandimento del Cinema e dell&#8217;immaginario popolare ad esso annesso (pensiamo soltanto al <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/il-divo">Divo</a></em>, di Paolo Sorrentino, ma anche a ciò che il cinema tedesco è riuscito a fare con <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/le-vite-degli-altri">Le vite degli altri</a></em> o, dall&#8217;altra parte del muro, con <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/la-banda-baader-meinhof">La banda Baader Meinhof</a></em>).</p>
<p>Marco Tullio Giordana invece non solo si preclude questa strada, ma perfino quella della pura docu-fiction d&#8217;inchiesta, come ad esempio su Portella delle Ginestre l&#8217;aveva rappresentata l&#8217;ottimo <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/segreti-di-stato">Segreti di Stato</a></em> di Paolo Benvenuti. <strong>L&#8217;indagine “tecnica” qui è solo abbozzata, sussurrata eppure esplode improvvisamente in un finale fanta-politico</strong> degno del miglior Oliver Stone (in <em>JFK</em> c&#8217;era la triplicazione dei fucili per altro ben argomentata, qui c&#8217;è il raddoppio della bomba come un fulmine a ciel sereno). Ai fatti dunque si sostituiscono le ipotesi, e le vicenda Piazza Fontana si complica irrimediabilmente di nuovo. La polemica in questi giorni fra i protagonisti di quella stagione (Adriano Sofri, Calabresi figlio, l&#8217;ex magistrato D&#8217;Ambrosio) è la dimostrazione più cristallina che questo film non solo non aiuta a stabilizzare la verità su Piazza Fontana (che pure c&#8217;è, storicamente parlando) provando a comunicarla alle nuove generazioni attraverso un vero romanzo cinematografico, ma è anche tentato dall&#8217;alimentare nuove polemiche con vecchi personaggi, allontanando una storia che invece dovrebbe diventare patrimonio pubblico, campo di discussione accessibile a tutti: chi l&#8217;ha vissuta e chi oggi, appena ventenne, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/03/rispieghiamo-piazza-fontana-per-chi-era-presente_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />si trova a farci i conti. Tanto che Tullio Gioardana sembra sottotitolare questo film con un “Rispieghiamo Piazza Fontana per chi era presente”. E chi invece era assente? Beh, sembra che ne rimarrà escluso ancora per molto. Qualunque sia la verità che gli vorremmo raccontare.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Anche un compagno di scuola e dell&#8217;allora studente Marco Tullio Giordana, Saverio Saltarelli, esattamente un anno dopo la Strage, durante una commemorazione pubblica e gli scontri che ne seguirono, fu ucciso da un candelotto lacrimogeno sparato dai carabinieri ad altezza d’uomo.</p>
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		<title>Knockout &#8211; Resa dei conti: andare in tilt</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sagrati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un esordio col botto per Gina Carano, ex regina delle arti marziali, che, contornata da grandi star, mette tutti knockout.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/andare-in-tilt_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Analizzare il cinema di Steven Soderbergh è sempre stato arduo a causa di un continuo cambiamento di umori e stili, temi e versanti. <strong>Più che un autore sembra uno sperimentatore: nella sua carriera ha esplorato di tutto, dalla commedia al dramma, dal biopic impegnato al mero esercizio di stile, dal blockbuster hollywoodiano al cinema indipendente più estremo</strong>. Capace di una messa in scena rigorosa fino all’autolesionismo – <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/intrigo-a-berlino">Intrigo a Berlino</a></em> (<em>The Good German</em>, 2006) o all’uso di un digitale apparentemente sciatto &#8211; <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/full-frontal">Full Frontal</a></em> (2002) -, il suo cinema è apparentemente schizofrenico, (in)capace di decidere da che parte stare e in quale direzione guardare. I detrattori parlano di un personalismo senza contenuti, i sostenitori di una contemporaneità al di fuori degli schemi.</p>
<p>Sicuramente gli strumenti analitici del cinema classico difficilmente possono essere utili nel decifrare il suo linguaggio. <strong>Prendiamo <em>Knockout – Resa dei conti</em>. Se dovessimo raccontarlo oggettivamente, parleremmo di un action di serie b dove, alla stregua di un film con Jean Claude Van Damme o Chuck Norris, la pretestuosa trama serve solo a farci ammirare il corpo e la maestria nel combattimento di un grande atleta, <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/andare-in-tilt_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />anche se in questo caso si tratta di una donna</strong> (e diciamolo, sebbene sorprendente, non è la prima volta che avviene). Inoltre potremmo dire che il montaggio mostra colpevolmente la sua nota velocità di lavoro (Banderas ha dichiarato di essersi sorpreso di quanto riesca a girare in fretta) tanto da usare scavalcamenti di campo o inquadrature apparentemente prese a casaccio, come se mancasse del girato. Potremmo anche dire che erigere a eroe una marine super addestrata e mercenaria non è certo etico ed edificante (per non parlare delle paternalistiche morali reazionarie di <em>Contagion</em>). Potremmo, perché tutto vero e comprovato, però sarebbe riduttivo e anacronistico.</p>
<p><em>Knockout – Resa dei conti</em>, infatti, pur essendo un film di serie b reazionario e mal montato, funziona. E non si tratta solo delle numerose location o del variegato e imponente cast (ormai segno distintivo del nostro), ma più che altro di una rara e innata capacità di ritmo che va oltre la tematica e lo stile. <strong>Non possiamo che stare dalla parte della vittima (e il fatto che sia una donna più forte degli uomini non è affatto da sottovalutare) e soffriamo con lei</strong>. Non possiamo non ammirare la sua audacia, la sua forza, la sua determinazione. Non possiamo che non volere sapere chi è il traditore e se pagherà. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/02/andare-in-tilt_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Con il suo cinema non ci si annoia mai, ci si fanno domande e spesso, almeno per chi scrive, ci si arrabbia. Tutto merito dell’imperfezione e del manierismo con il quale Soderbergh usa il cast, le location e il suo apparentemente schizofrenico, ma efficace, sguardo sul mondo: un personale parco divertimenti da cui attingere umori, colori e odori. <strong>Arduo dunque analizzare, meglio farsi governare dalle emozioni: in fondo <em>haywire</em>, il titolo originale, significa andare in tilt.</strong> Una caratteristica da non sottovalutare negli apatici e patinati tempi moderni.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Leggenda narra che Soderbergh abbia visto Gino Carano in tv quando perse l’incontro per il titolo mondiale femminile di Muay Thai e decise di creare un film per lei.</p>
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		<title>Un bel gioco (d&#8217;ombre) dura poco</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Garioni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al pubblico sembra proprio piacere questa versione dell'investigatore londinese, anche se stavolta Guy Ritchie promette molto e mantiene poco, perdendo pure il suo classico e caratteristico tocco tamarro. È un bene o un male?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/12/un-bel-gioco-d-ombre-dura-poco_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Il racconto di Sir Arthur Conan Doyle cui è ispirato questo sequel del ritchiano <em>Sherlock Holmes</em> si intitola <em>L&#8217;ultima avventura</em>, anche se in realtà lo scrittore britannico non riuscì a tenere fede al titolo. Stavolta anche il regista di <em>Snatch</em> e <em>RocknRolla</em> sembra <strong>promettere molto e mantenere poco</strong>: in questo <em>Gioco di ombre</em> ci sono molti ingredienti interessanti, a partire delle potenzialità offerte dalla presenza del nemico storico di Holmes (Moriarty), passando per spunti come magia e cartomanzia, per finire ai legami sentimentali dei due protagonisti.</p>
<p>Peccato che tutte queste opportunità di sviluppo restino sostanzialmente soffocate e non decollino mai. Si finisce così per assistere a un viaggio tra Francia, Germania e Svizzera che resta un po&#8217; sospeso: la connessione dei crimini e il puzzle composto dagli indizi appaiono più un semplice pretesto che le basi di un reale impianto narrativo ben congeniato. Le uniche “bombe” del tanto decantato giallo a orologeria da risolvere restano <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/12/un-bel-gioco-d-ombre-dura-poco_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />quelle delle esplosioni sullo schermo, ma di micce nell&#8217;animo dello spettatore se ne accendono ben poche. <strong>Rimangono quindi alcune belle trovate (ad esempio, la ricetta delle uova strapazzate) e qualche risata</strong>. Il fatto che così spicchi la figura di Stephen Fry (nei panni dello strampalato fratello di Sherlock) fa capire quanta poca tensione ci sia nella storia, inzuppata fin troppo frequentemente nella melassa della commedia. E sembra definitivamente sparito pure il tocco tamarro tipico delle opere del regista. Che gusto ha un Guy Ritchie depurato? Insipido, sicuramente. Discutibile (per quanto poco fedele fosse la trasposizione dalla cellulosa alla celluloide) il primo film, ma molto più speziato e caratteristico. Sfida persa anche nel confronto della figura femminile: Noomi Rapace è meno affascinante della Rachel McAdams, protagonista del primo film e qui confinata a pochi minuti. Pure la recitazione di Robert Downey jr avrebbe potuto essere più a briglia sciolta, <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/12/un-bel-gioco-d-ombre-dura-poco_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />regalandoci – magari – uno Sherlock che potesse avvicinarsi al fascino di Jack Sparrow, tanto per fare un esempio. Non è così.</p>
<p><strong>Ogni cosa è misurata. Ma la sensazione è che non sia un bene</strong>, in questo caso. Il pubblico, tuttavia, pare gradire ed essere soddisfatto. Si è parlato di un terzo possibile episodio, anche se al momento non c&#8217;è nessuna ufficialità a riguardo. Vista la risposta del botteghino, pare elementare che s&#8217;abbia da fare.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Guy Ritchie per girare questo film ha dovuto abbandonare la regia di <em>Cowboys &amp; Aliens</em>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tower Heist – Colpo ad alto livello: lotta di classe ad alta quota</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
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		<category><![CDATA[azione]]></category>
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		<category><![CDATA[film del 2011]]></category>
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		<description><![CDATA[Gradevole e divertente “caper movie”, Tower Heist ha i suoi punti forza non solo negli attori protagonisti (Ben Stiller in primis), ma anche nella dimensione sociale, quasi da “lotta di classe”, della vicenda narrata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/lotta-di-classe-ad-alta-quota_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Da <em>I soliti ignoti</em> di Mario Monicelli alla saga di <em>Ocean’s</em>, il cinema ha sempre dimostrato grande simpatia nei confronti dei “caper movie”, ovvero di quei film in cui un gruppo di personaggi, tra loro diversissimi, si unisce per portare a termine un super colpo (leggasi furto) e cambiare radicalmente la propria fortuna. Se poi all’impresa si aggiunge anche un fine superiore, che sia la vendetta o, più romanticamente, il rubare ai ricchi per sfamare i poveri, ecco che <strong>l’azione assume una dimensione decisamente eroica</strong>.</p>
<p>Eroici sono i protagonisti di <em>Tower Heist</em>: una banda di Robin Hood il cui scopo è recuperare i fondi pensione di tutti i dipendenti del residence, fondi presi e investiti da Arthur Shaw, il proprietario della Torre. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/lotta-di-classe-ad-alta-quota_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Questi non potrebbe essere “cattivo” peggiore, non solo in quanto coinvolto nel crack finanziario che ha gettato sul lastrico i suoi dipendenti, ma anche in quanto appartenente a quella categoria di ricchi che marcano la differenza tra loro e le “classi subalterne” non con l’arroganza, bensì con un’apparente simpatia e gentilezza; quella stessa simpatia che Shaw ha nutrito per Josh Kovacs, vittima tra le vittime del furto (è stato lui, infatti, ad affidare i fondi pensione dei dipendenti a Shaw) e, proprio per questo, leader predestinato nella riscossa finale.</p>
<p><strong>Piani impossibili, inseguimenti folli, fughe per scale e ascensori infiniti</strong>: non mancano in <em>Tower Heist</em> tutti gli ingredienti di un buon film d’azione Hollywood-style. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/lotta-di-classe-ad-alta-quota_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Questa pazza impresa di una gang che ricorda, più di Ocean e la sua banda, i simpatici squattrinati di Monicelli, ambisce a dare anche un messaggio di tipo sociale. Il colpo di Kovacs, infatti, altro non è che la vendetta di quella classe operaia messa in ginocchio dal crack delle banche, ridotta sul lastrico da una finanza malata, fiduciosa di un sistema che continua a permettere ai colpevoli di farla franca. Manca, ovviamente, nel film di Ratner una critica degna di questo nome: dopo tutto, si tratta di una commedia e la presenza di Ben Stiller ed Eddie Murphy sono una sorta di garanzia per la risata spensierata. Solo nel finale il film sembra volerci ricordare che quello appena visto non è che un grande spettacolo e che i buoni, in verità, vincono per davvero solo al cinema.</p>
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		<title>Immortals: noia immortale</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Soranna</dc:creator>
				<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[azione]]></category>
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		<category><![CDATA[tarsem singh]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente il talento visivo di Tarsem Singh può trovare il giusto spazio con un blockbuster. Ma il regista non sfrutta tale opportunità (forse troppo vincolato dai fini commerciali) costruendo un’opera piatta e noiosa senza pregi né dovuti dagli attori né tanto meno dall’utilizzo della tecnica 3D.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/noia-immortale_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Giacomo Leopardi l’aveva detto e ridetto: un’attesa delusa può fare molto male. Questo concetto è applicabile anche all’attesa di vedere un film ad alto budget diretto dal piccolo genio di Tarsem Singh. Dopo averci deliziato grazie al suo talento visivo con <em>The Cell</em> (2000) e <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=4777">The Fall</a></em> (2006) <strong>Tarsem non sfrutta per niente la magniloquenza del suo nuovo blockbuster</strong>, costruendo un film debole da ogni punto di vista. <em>Immortals</em> prova a prendere spunto dalla mitologia greca creando un pot-pourri che si distacca completamente da qualsiasi racconto o leggenda e che narrativamente risulta piatto e noioso. Il film non è nemmeno supportato dai suoi attori che si limitano, nel migliore dei casi, a restituire personaggi stereotipati ma tutto sommato credibili (vedi il temibile tiranno interpretato da Mickey Rourke).</p>
<p><img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/noia-immortale_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Il talento visivo del regista rimane celato per tutta la durata della pellicola, forse costretto dai fini commerciali imposti dalla produzione. Il problema è che così facendo, il film risulta una sorta di brutta copia di <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=2783"> 300 </a></em>. È impossibile non notare le affinità con la pellicola di Zack Snyder: guerrieri a petto nudo che sfoderano addominali scolpiti, battaglie riprese con insopportabili e ripetuti ralenti. Se però il film del 2007 aveva una base solida sulla quale appoggiarsi e trarre spunto (la graphic novel di Frank Miller), <strong>Immortals non gode dello stesso vantaggio e ne risente molto</strong>.</p>
<p>La ciliegina su questa torta per nulla riuscita è ovviamente l’uso della terza dimensione. Come tutte le pellicole in cui il 3D viene inserito in <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/noia-immortale_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />postproduzione, anche <em>Immortals</em> lo utilizza male e in maniera piuttosto fastidiosa, <strong>mai calibrato per dare profondità o per esplorare nuovi campi</strong>. Si spera che questo capitolo ad alto budget sia stato solo una brutta parentesi nella carriera del regista, sperando in un suo ritorno più indipendente e ad atmosfere nelle quali trovarsi più a suo agio.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Il regista si è presentato alla prima riunione con i produttori di Immortals con una valigetta piena di riproduzioni di dipinti presenti nei musei, per illustrare la sua visione inconsueta della pellicola: Tarsem Singh infatti ha proposto di basare le immagini del film sul lavoro di Caravaggio.</p>
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		<title>Warrior: Brothers in Arms</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Vantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[azione]]></category>
		<category><![CDATA[drammatico]]></category>
		<category><![CDATA[film del 2011]]></category>
		<category><![CDATA[gavin o'connor]]></category>
		<category><![CDATA[nick nolte]]></category>
		<category><![CDATA[tom hardy]]></category>

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		<description><![CDATA[Potente, emozionante, archetipico e attuale – questo il nuovo lungometraggio di Gavin O'Connor, Warrior viaggio nella storia di una ordinariamente dissestata famiglia di Pittsburgh e della riconciliazione combattuta a suon di MMA tra i due fratelli protagonisti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/brothers-in-arms_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />I gladiatori del XXI secolo vestono i panni di due uomini uniti da un legame di sangue, ma separati dalla distanza, come ben dice la canzone di chiusura di The National, <em>About Today</em>. Sono <strong>eroi e anti-eroi insieme, uomini comuni e straordinari allo stesso tempo, deboli eppure ostinati, caparbi</strong>. Si scontrano in una gabbia, quella della memoria, quella dei doveri e quella fisica del torneo <em>Sparta</em> (nome di fantasia con cui nel film si indica la competizione per eccellenza di Mixed Martial Arts, MMA); diventano protagonisti di un combattimento full contact che unisce la violenza della boxe alla razionalità di karate e judo, la stravaganza e la spettacolarità del wrestling alla tecnica e all&#8217;agilità della kick-boxing. Tutto nell&#8217;ottica di aggiudicarsi i cinque milioni di dollari in palio utili a riscattare le proprie sorti: il fratello maggiore Brendan per salvare la casa che verrebbe altrimenti pignorata; il fratello minore Tommy per devolvere il premio a una vedova di guerra, in modo da espiare un infondato senso di colpa per la morte del marito, suo commilitone.</p>
<p>Poche le parole nel film, asciutti e ficcanti i dialoghi. Il sottotesto è ricco e potente – basti pensare ai vividi parallelismi evocati da <em>Moby Dick</em> di Herman Melville, di cui il padre dei protagonisti è solito ascoltare la storia audio-narrata. Proprio nella carenza di dialoghi, che mimano quanto più possibile il reale quotidiano, va ricercata <strong>la complessità di questo film duro e commovente, che scava nella psicologia dei personaggi</strong> in linea con <em>Pride and Glory</em>, altro lungometraggio forse troppo sottovalutato di O&#8217;Connor (di cui per altro il regista recupera il rapporto tra fratelli – di sangue o acquisiti che siano). E quanto più la comunicazione tra i protagonisti viene meno per le lontane, ma ricorrenti memorie di un&#8217;infanzia non vissuta, tanto più acquistano pregnanza frasi come: “Ferma la nave!”, che il padre in preda ai fumi dell&#8217;alcol pronuncia urlando (straordinaria la sequenza) nei confronti del figlio Tommy. Un figlio che sembra votato a una vendetta e a un auto-castigo angoscianti e insensati contro un passato che non riesce a cancellare e un avvenire di cui ha perso la rotta. Tommy come novello Achab, il capitano che combatte la balena, accecato da una rabbia vuota che nuocerà a sè stesso, ma si ripercuoterà su tutto l&#8217;equipaggio della Pequod, la baleniera di Moby Dick. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/brothers-in-arms_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />La gabbia intorno al ring su cui competono i concorrenti di Sparta diventa, perciò, simbolicamente, la nave di Achab, ma anche la prigione in cui Tommy è costretto per l&#8217;incapacità di dimenticare e perdonare. Il film poggia su interpretazioni di grande spessore, valorizzate da personaggi a tutto tondo, di cui Nick Nolte, Tom Hardy e Joel Edgerton riescono a trasferire al pubblico i punti di debolezza e di forza, in un intreccio di rapporti in cui il padre cerca di recuperare la fiducia dei figli e questi, a loro volta, cercano l&#8217;approvazione del padre (Brendan) e la rivalutazione di una figura paterna mancate durante l&#8217;adolescenza (Tommy). Il rapporto tra fratelli riprende una formula archetipica di contrapposizione tra il lato istintivo, passionale e ribelle, che non porta rispetto per le regole, proprio in quanto convenzionalmente condivise (vedi il disprezzo di Tommy per il regolamento di <em>Sparta</em> e il suo giocarsi il tutto per tutto in modo ostinatamente irrazionale), e il lato più razionale, più equilibrato (Brendan è professore di fisica, si allena ascoltando Beethoven e lotta sul ring per amore della famiglia). È la contrapposizione tra eroe e anti-eroe, tra uomo straordinario (Tommy ha salvato dalla morte certa alcuni militari in Iraq, senza pretendere riconoscimenti) e uomo ordinario (Brendan), definito addirittura, dai telecronisti del torneo, “vittima predestinata”. Sarà, quindi, stupefacente vedere gli stessi ruoli inaspettatamente ribaltati (come già era successo in <em>Pride and Glory</em>), quando l&#8217;eroe, che si trova sull&#8217;orlo del precipizio, verrà salvato in extremis dal buon senso e dalla bontà dell&#8217;uomo comune. La dicotomia tra il giusto e lo sbagliato, che si confondono in un intreccio difficile da districare, impera sulla storia, come in altri film di O&#8217;Connor. Le scelte registiche riflettono extradiegeticamente le personalità dei protagonisti, con la predilezione per le inquadrature sporche, ad esempio nei campo-controcampo dei dialoghi e nelle molte riprese con camera a mano. Le fasi di allenamento di Tommy e Brendan sono rappresentate non, come ci si attenderebbe, attraverso un montaggio alternato, bensì attraverso picture in picture poco cinematografici, ma coerenti con le finalità della pellicola, che risiedono più nell&#8217;analisi psicologica di due diversi caratteri, che nella rappresentazione pura dell&#8217;azione. Il combattimento finale è costruito, come da manuale, alternando le mosse degli atleti con le reazioni del pubblico: da una parte il padre dei protagonisti, il preside di Brendan e i suoi alunni, sua moglie; dall&#8217;altra i militari di stanza in Iraq e la palestra in cui Tommy si allenava.</p>
<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/11/brothers-in-arms_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />Una peculiarità della pellicola è quella di <strong>dare ampio spazio al ruolo della televisione nella società attuale</strong>. I servizi televisivi sono fortemente presenti in forma di tg (breaking news, in particolare) e tv verità. Ad essi è affidata la funzione di “messaggero” nell&#8217;economia della storia: è, infatti, attraverso essi che i protagonisti, ma anche lo spettatore, vengono a conoscenza, ad esempio, dei retroscena della vita di Tommy in Iraq o del fatto che i due contendenti il titolo di vincitore di Sparta siano fratelli. Insomma, dietro al prodotto finito traspare una spasmodica attenzione al dettaglio: un lavoro tanto preciso e azzeccato che fa di <em>Warrior</em> un film veramente degno di nota e riconferma un regista che ha già fatto bene in precedenza.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Nel film recita anche, nei panni di Koba, l&#8217;avversario per eccellenza al torneo Sparta, il wrestler e campione olimpionico di lotta libera (Atlanta, 1996) Kurt Angle.</p>
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		<title>Bronson: La violenza come forma d&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Lombardi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[azione]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Tarantino europeo, premiato per la regia all'ultimo Cannes con il suo Drive, fa capolino in Italia con un la la vera storia del detenuto più violento d'Inghilterra. Una visione surreale della brutalità come forma d'arte distruttiva e teatrale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/la-violenza-come-forma-d-arte_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Era necessario essere presenti al Torino Film Festival del 2009 per capire quanto la filmografia immersivamente pulp di Nicolas Winding Refn fu amata fin da subito da un pubblico, quello italiano, che a malapena conosceva il suo nome accostato a quella famosa “trilogia” low-budget di <em>Pusher</em> che solo pochissimi amanti del genere avevano avuto la fortuna di vedere. La retrospettiva <em>Rapporto Confidenziale</em> di allora ebbe il merito di portare all&#8217;attenzione di molti le straordinarie immagini di <strong>un autore capace di contaminare storie criminali di degrado metropolitano con uno stile registico mozzafiato</strong>, fatto di movimenti di macchina azzardati ma precisi: allucinazioni filmiche allo stato puro. E poi sangue. Tanto sangue.</p>
<p>Così, mentre all&#8217;ultimo Festival di Cannes, il nuovo film di Refn (<em>Drive</em>) si è portato a casa il premio per la miglior regia (forse l&#8217;affermazione definitiva per un talento europeo come ce ne sono pochi oggi), in Italia si inizia a distribuire i suoi film. Incominciando proprio con questo <em>Bronson</em>, che fra tutti i passati lungometraggi del regista danese è forse quello che segna un punto di svolta cruciale nella sua carriera: con <em>Bronson</em>, Refn sembra accettare le regole dello showbiz e delle medio-grandi produzioni. Ma, come vedremo, senza tradire la sua vocazione iconoclastica e autoriale, anzi, concedendosi il lusso di raccontare una storia totalmente “refniana” con mezzi più raffinati ma per questo non meno suggestivi. Eccolo dunque questo <em>Bronson</em>: un viaggio irresistibile nella vera storia del “detenuto più violento <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/la-violenza-come-forma-d-arte_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />del Regno Unito” (Michael Peterson interpretato da Tom Hardy), che ha sulle spalle (ancora attualmente da scontare) 35 anni di prigione, 30 dei quali in regime di isolamento (senza aver mai commesso crimini di sangue). Bronson è semplicemente, estremamente e allegramente un violento. Così violento da iniziare le sue risse picchiando il maestro di scuola elementare e scaraventargli una sedia sulla schiena. Così violento da distruggere le prigioni in cui lo ingabbiano, farsi un suo pubblico fra i detenuti ed essere costretto ad essere trasferito di volta in volta. Così violento che cambia il suo vero nome in Charles Bronson, con tutta l’evocazione di una violenza che diventa anche celebrità. Bronson andrà a perseguire così ostinatamente la sua devozione alla furia e alla brutalità fino a scardinare i meccanismi di un sistema che non prevede un elemento per cui la cella del carcere è “una camera d’albergo” e sarà costretto a liberarlo, rappresentando un costo esorbitante per le casse dello Stato. Il rimando ad <em>Arancia meccanica</em> (passando da <em>Natural Born Killer</em> fino a <em>Fight Club</em>) insomma è esplicito e diretto, ma <strong>la lettura della violenza nella società si spinge ben oltre i confini kubrickiani</strong>. Per il protagonista la violenza infatti diventa “vocazione”, destino da perseguire con tutte le forze per “creare un impero”, “diventare qualcuno”.</p>
<p>Refn, con uno stile registico condito da un’ironia travolgente (Bronson prima delle sue imprevedibili esplosioni di violenza è a tutti gli effetti un vero e proprio gentleman inglese), <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/la-violenza-come-forma-d-arte_3.jpg" alt="" width="250" height="172" /><strong>riesce a trasformare la violenza come una forma d’arte, uguagliabile alla pittura o al bel canto</strong>. E&#8217; con questa surrealtà che un sadico &#8211; accompagnato dalle musiche di Giuseppe Verdi &#8211; fa della propria indole feroce e del proprio stesso corpo, uno spettacolo raffinato. La violenza per il regista danese diventa insomma opera artistica distruttiva. Teatrale e devastante.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Al vero “Bronson”, Michael Peterson, le autorità non hanno permesso di vedere il film. Ma Refn ha saputo che il detenuto è riuscito ad “ascoltare” la sua opera al telefono. Considerandolo il film più bello di tutti i tempi.</p>
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		<title>X-men &#8211; L’inizio: Le mutazioni di Vaughn</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicole Braida</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il prequel della saga di X-Men riporta la storia dei mutanti al suo anno zero, l’anno della rivelazione al mondo. Episodio diretto dal regista e produttore inglese Matthew Vaughn, fattosi già le ossa con i supereroi con Kick-Ass.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/le-mutazioni-di-vaughn_1.jpg" alt="" width="250" height="172" />Dopo la direzione di un film di supereroi al di fuori delle righe, ovvero <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=5288">Kick-Ass</a></em> (idem, 2010), Matthew Vaughn è ormai diventato un regista di culto delle nuove generazioni, e soprattutto per i nerd. Risulta quindi azzeccata la scelta di affidarsi a lui per il reboot del franchise <em>X-Men</em>, soprattutto dopo un terzo capitolo loffio (<em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=2005">X-Men – Conflitto finale</a></em>) e uno spin-off alquanto sotto le aspettative (<em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=4415">X-Men le origini &#8211; Wolverine</a></em>). C’era bisogno di aria fresca, soprattutto perché il nuovo capitolo della saga dei mutanti, <strong><em>X-men: L’inizio</em>, si discosta temporalmente dai precedenti</strong>: è un prequel ed è ambientato quasi interamente negli anni Sessanta. E Vaughn risponde alle richieste apportando, come già in <em><a class="titolo" href="http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&amp;id=5288">Kick-Ass</a></em>, uno stile registico in linea a quello visuale dei fumetti: split screen, colori pompati ed effetti speciali.</p>
<p><strong>Vaughn mette in primo piano il decòr</strong>: ogni ambiente spicca per i suoi colori e la sua scenografia. Se all’inizio il setting è quello della seconda Guerra Mondiale e dei campi di concentramento, dove la predominante è grigia, si passa poi alle tende rosso-porpora e bicchieri di cristallo nei salotti alto-borghesi, nascosti in night club immersi in una classica Las Vegas anni Sessanta. <img class="alignleft size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/le-mutazioni-di-vaughn_2.jpg" alt="" width="250" height="172" />Le atmosfere si fanno giallo-polverose nella pampa western Argentina, dove si sono rifugiati i nazisti. Futuribili sono invece gli interni dei laboratori, che uno dei mutanti (laureatosi ad Harvard a 15 anni) gestisce, ma senza perdere la loro ambientazione sixties: non è un computer a stampare i dati, ma una banale macchina da scrivere. Fino allo scontro finale avverrà dentro un angusto spazio infinito, dove a moltiplicare la realtà sono una serie di specchi che si riflettono uno contro l’altro. <em>X-Men: L’inizio</em> racconta la nascita del conflitto tra gli stessi mutanti, tra chi non accetta le regole degli umani, e chi invece crede ancora di riuscire a trovare un giorno una convivenza pacifica tra le due specie. Se gli X-Men sono in fondo un’allegoria degli adolescenti che scoprono un corpo in cambiamento, in questo capitolo la svolta “storica” rivela che a cambiare il mondo nei lontani anni ’60 sono stati proprio loro, i mutanti. Nel cast spiccano in particolare i due protagonisti principali: il professor X, interpretato dallo scozzese James McAvoy, che pur essendo mutante non si lascia trasportare dalle proprie emozioni, e il futuro Magneto (Micheal Fassbender) che al contrario è mosso da un unico sentimento: la rabbia. Tra le file dei cattivoni anche la bellissima (ex mogliettina frustrata di <em>Mad Men</em>) January Jones, dura e indistruttibile come un diamante.</p>
<p>Non mancano questi spunti comici nella narrazione, soprattutto quando vengono dipinti i retroscena degli ambienti politici vouyeristi o ancor più tra gli eserciti russi e americani in attesa. <img class="alignright size-full" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2011/06/le-mutazioni-di-vaughn_3.jpg" alt="" width="250" height="172" />A volte le scene sono prevedibili (ma con una volontà di ostentarne la prevedibilità quasi). <strong>È un universo molto pop quello di Matthew Vaughn, colorato, divertente, e senza dubbio fumettistico</strong>. Non si può dire che non ci abbia messo un po’ del suo stile, ridando un tono alla saga dei mutanti, che oltre ad essere adolescenti in cambiamento, rappresentano un po’ tutti noi che ci sentiamo diversi in una società di consumisti di massa, così uguali l’uno all’altro.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Il personaggio di Erik, futuro Magneto, è stato scritto ispirandosi ad alcune caratteristiche di James Bond: colto, dandy, freddo e perfettamente addestrato.</p>
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