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| Un cattivissimo salvatore dell’umanità | di Osvaldo Contenti
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 | Titolo originale: The Chronicles of Riddick Regia: David Twohy Sceneggiatura: David Twohy Fotografia: Hugh Johnson Montaggio: Martin Hunter Musica: Graeme Revell Interpreti principali: Keith David, Vin Diesel, Colm Feore, Thandie Newton, Linus Roache, Karl Urban Produzione: Vin Diesel, Scott Kroopf Distribuzione: UIP Origine : U.S.A., 2004 Durata: 115' colore
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Riddick ha passato cinque anni in giro tra mondi dimenticati all'estremo della galassia, sfuggendo a mercenari a caccia della taglia sulla sua testa. Attualmente, il fuggiasco si trova sul pianeta Helion esiliato in una prigione sotterranea, dove la temperatura varia tra notti artiche e giorni con temperature vulcaniche, il nostro Riddick incontra Kyra, la sola sopravvissuta ad un precedente capitolo della sua vita...
Può un assassino cinico e violento assurgere a salvatore dell’universo ergendosi a difensore del libero arbitrio e della democrazia? Per il regista David Twhoy sembrerebbe proprio di sì. Vista l’evoluzione che Richard B. Riddick (Vin Diesel) compie a partire dal precedente Pitch Black (David Twohy, 2000), dove da classico antieroe già palesava i prodromi di un’umanità di fondo che in The Chronicles of Riddick, però, si manifesta in una tribale e sconcertante crudezza. Ritratto della realtà contraddittoria e violenta dei nostri tempi? Può darsi. Chiedere a Michael Moore… In ogni caso questo nuovo film di Twhoy non ha necessariamente bisogno di una visione della pellicola che lo precede per essere compreso, perché costruito intelligentemente come episodio a sé. Anche se certe interessanti sfumature del carattere dello stesso Riddick, come del sacerdote musulmano Imam (Keith David) e di Kyra (la bravissima Alexa Davalos), che appaiono anche nel primo episodio (con Kyra, però, nella parte della cresciuta Jack/Jackie sostenuta in Pitch Black da Rhiana Griffith), in verità trovano ovvia compiutezza nella visione d’entrambi i film.
Film che comunque non si somigliano affatto, per la precisa volontà degli autori di non creare un sequel fotocopia che riprendesse semplicemente gli stilemi del lavoro precedente. E certo a causa di un accresciuto budget che nel film in questione ha ampliato a dismisura lo scenario e l’armamentario fantascientifico che nel primo film era solo accennato. Difatti, in The Chronicles of Riddick la scenografia e gli effetti speciali divengono un elemento di primo piano. Nel primo caso facendo ricorso ad un Neo-Barocco, ribattezzato per l’occasione, autoironicamente, “Necro-Barocco”, assai distorto e forzato, ripreso dall’architettura del Quattrocento dell’Europa centrale, ma portato al parossismo per interpretare il gusto necrofilo dei Necromongers. Dei viaggiatori intergalattici, morti-non morti, sempre a caccia di nuovi mondi da sottomettere e involucrare sotto il manto funereo della loro cultura nata dalla morte e da una reviviscenza che dona ad essi un’inaudita potenza e velocità d’azione. L’uso generoso degli effetti speciali, utilizzati specialmente per i movimenti dei colossali edifici-astronave dei famigerati Necromongers, arreca un’evidente sensazione visiva di grandiosità che ben si attaglia alla delirante megalomania di quella civiltà dell’oltretomba.
Ma non v’è dubbio che oltre agli elementi estetici il film decolla soprattutto per il perfetto melange fra thriller, fantascienza e azione che Vin Diesel interpreta sviluppando perfettamente specialmente il terzo tipo di genere. Difettando, come al solito, solo sul piano della mimica che non ammette che 2-3 espressioni che sembrano essere figlie di una medesima modalità somatica: la collera. Per fortuna la grandissima Judi Dench (nella parte di Aereon) fa vedere come si recita a regola d’arte, regalandoci un’interpretazione magistrale che solo i più sciocchi (i “Necromongers” della critica) faranno finta di non notare solo perché all’interno di un film di fantascienza.
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