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Antropologia del naturismodi Claudia Triolo
Nudisti per caso

Titolo originale: Les textiles
Regia: Franck Landron
Sceneggiatura: Gilles Cahoreau, Christian Vincent, Franck Landron
Fotografia: Franck Landron
Montaggio: Louise de Champfleury
Musica: Jean Dindinaud, Tomàs Gubitsch
Interpreti principali: Barbara Shulz, Alexandre Brasseur, Magali Muxart
Produzione: Les film en hiver
Distribuzione: Lucky Red
Origine : Francia, 2003
Durata: 92 min.
Colore


   Sophie e Olivier, giovane coppia con due figli, decidono di comprare una villetta su un’isola, una multiproprietà che permetterà loro, infine, di allontanarsi dalla vita monotona e faticosa che fanno a Parigi, dove gestiscono una panetteria. Quando Sophie arriva sull’isola con i due figli, però, si renderà conto che l’intera isola è un campo per nudisti…

   
La storia raccontata dal film percorre due linee-guida: la prima si muove generalmente (forse troppo didascalica) attraverso le dinamiche di un campo nudisti, poi c’è la storia personale e intimista di Sophie, protagonista indiscussa del film.
   Perché andare in giro completamente nudi? Perché mostrare i nostri corpi, belli o brutti che siano? C’è chi sostiene che sia semplicemente un modo per essere veramente a contatto con la natura e chi, invece, ha ben altri pensieri per la testa… Il film, sotto questo aspetto, si configura come una specie di saggio antropologico sul nudismo (più precisamente detto naturismo). Attraverso lo sguardo di Sophie ritroviamo tutte le contraddizioni di questa pratica, ma non solo. Per Sophie, appena arrivata sull’isola, sarebbe forse stato naturale, date le pressioni ricevute dagli integralisti. Questi la prendono di mira per il semplice fatto che sia una “vestita” con frasi e atteggiamenti ostili, nel tentativo di adattarla alla situazione, svestirla, “normalizzarla”. Per Sophie, una ragazza che probabilmente
si è sempre considerata del tutto normale, sentirsi anormale solamente perché indossa dei vestiti, costituisce un trauma difficilmente superabile.
   
   Il film gioca molto sulla dialettica normale/anormale, riprendendo il tema, trattato in maniera più drammatica da H.G. Welles nel suo racconto Il paese dei ciechi: Sophie si crede superiore ai nudisti (come nel racconto l’avventuriero si sentiva re nella terra dei ciechi), ma poi soccombe: ci si accorge di come gli abitanti del villaggio, apparentemente “libertini” e privi di morale, ne abbiano in realtà una ben precisa e non meno ferrea di quella dei “vestiti”.
   Sul binario parallelo a questo scorre la più intimista storia di Sophie, inizialmente così intransigente verso questi costumi così liberi, ma in realtà immensamente affascinata da questo modo di vivere, al punto di farle riconsiderare le sue scelte di vita,
quella di essersi sposata così giovane, di avere una famiglia per cui preoccuparsi e poco tempo per se stessa, per vivere intensamente le proprie emozioni, di dover vivere una vita difficile e faticosa, mentre la gente attorno a lei sembra affrontare tutto in maniera semplice e “naturale”.
   
   L’efficacia del film sta proprio nel calarsi completamente nella situazione di spaesamento di Sophie, insistendo sui primi piani della protagonista (arrabbiata o imbarazzata che sia), sulla sua tenera debolezza, che cerca in tutti i modi di tramutare in sicurezza, e contrapporla a un vera e propria galleria di corpi nudi di tutti i tipi, che si impongono allo sguardo, nonostante Sophie cerchi di coprire gli occhi innocenti dei suoi figli e i propri.

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Anno 8 - n. 15 - 01/08/10