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Quadri imperfettidi Fabia Abati e Osvaldo Contenti
La sorgente del fiume

Titolo originale: To Livadi pou dakrizi
Regia: Théo Angelopoulos
Sceneggiatura: Théo Angelopoulos
Fotografia: Andreas Sinanos
Montaggio: Giorgos Triantafyllon
Musica: Eleni Karaindrou
Interpreti principali: Alexandra Aidini, Vassilis Kolovos, Eva Kotamanidou, Nikos Poursanidis, Michael Yannatos
Produzione: Théo Angelopoulos
Distribuzione: Istituto Luce
Origine : Francia, Grecia, Italia, 2004
Durata: 95'
Colore


   Quando l’Armata Rossa entra a Odessa, nel 1921, tutti gli stranieri, compresa l’importante comunità greca, sono costretti a fuggire. Tra i profughi, che si insediano in Grecia sull'estuario del grande fiume un ragazzo e una ragazza si innamorano.

   Un mondo imperfetto di Fabia Abati
   
   
La prima e l’ultima sensazione di fronte alla Sorgente del fiume è di frustrazione. Nella prima sequenza del film, quando la comunità di emigranti arriva al luogo del futuro insediamento, una voce off introduce la narrazione. Ma se la voce off nel cinema viene tradizionalmente impiegata per raccontare qualcosa non presente nell’immagine, che si trova nel fuori campo, qui descrive ciò che l’occhio dello spettatore già coglie. Si tratta insomma di un elemento ridondante, quasi di disturbo sensoriale, che segna un’imperfezione percettiva.
   In altri momenti del film si avvertono delle simili imperfezioni stavolta determinate dall’assenza piuttosto che dall’eccesso di dati sensoriali: quando Alexis prova a raccontare ai figli che cosa fa con gli amici musicisti, sentiamo i suoni evocati senza però vedere lo strumento che lo produce.
   
   Il mondo raccontato da Angelopoulos sembra insomma disturbato continuamente da degli elementi che ne ostacolano la compiutezza, la realizzazione. La frustrazione provata dallo spettatore sul piano sensoriale è parallela alla frustrazione dei personaggi sul piano narrativo, che non riescono a realizzare la propria felicità: ogni situazione di serenità per Heleni e Alexis è destinata, immancabilmente, ad essere sporcata da una nuova prova, una nuova disgrazia. Proprio qui, sul piano narrativo, si avverte l’incompiutezza dello stesso film: le vicende di Heleni e Alexis sono una sfilata di continue disgrazie: la fuga dal villaggio, la ricerca dei figli, la morte del padre, l’alluvione, i fascismi e la guerra che ne verrà.
La verosimiglianza della sceneggiatura si affievolisce nel proseguo del film, con una nuova, conseguente frustrazione per lo spettatore, che si sorprende addirittura nella mefistofelica situazione di ridere delle disgrazie altrui.
   
   La logica della frustrazione per Angelopoulos è il tratto distintivo della Storia, destinata a ricadere con un andamento ciclico su se stessa, senza possibilità di sollievo. Le vicende umane sono come le parole pronunciate da Heleni nel delirio: si ripetono con delle impercettibili variazioni, ma sostanzialmente invariate. La Storia è contrassegnata da migrazioni, morti, guerre fratricide. Di fronte a questa Storia non rimane che il grido addolorato di una madre.
   
   
   I quadri viventi del Novecento greco di Osvaldo Contenti
   
   L’esodo dei profughi greci cacciati in quanto stranieri dagli artefici di una Rivoluzione d’Ottobre che eppure avevano sostenuto, apre con uno struggente “quadro vivente” il primo film di una trilogia che Angelopoulos dedica alla dolente avventura umana della Grecia lungo tutto l’arco del Novecento. In tale contesto sono le immagini espresse dai campi lunghi a lasciare il segno più di altre. Alle volte, in queste, si ha persino la sensazione che il regista indugi per imprimere sulla pellicola l’ispirazione di certi pittori macchiaioli, specialmente di Giovanni Fattori. Anche se il regista greco, a differenza dell’artista livornese, attornia i suoi contadini e i suoi militari entro una perenne e lunghissima scia di sangue. Forse quella che il secolo scorso ci ha lasciato come inchiostro della memoria per farci riflettere su ogni nuova pagina da scrivere nel presente.
   
   Un film terribile, quindi, perché sublime nel raccontarci senza veli, e con la scelta tecnica di realistici piani-sequenza, le atroci miserie delle storie più umili.
Come i lunghi tragitti fatti di desolazione, gli approdi nella carestia più nera, le comunità che si riuniscono solo per onorare i propri morti e una natura ostile che oltraggia, inondandole, anche le uniche dimore superstiti. Dopo tali disgrazie non rimane che la via dell’emigrazione oltreoceano per allontanarle. Ma anche l’America, seppur ospitale, esige i suoi morti. E’ la Seconda Guerra Mondiale a falcidiare, in nome della libertà, altre vite innocenti, altri uomini o ragazzi che avrebbero voluto, invece, vivere del proprio lavoro e non su una “produzione” di cadaveri che sembra non avere mai fine. Il rapporto tra due ragazzi, Heleni e Alexis, patirà tutto questo, ma con l’assoluta certezza che la fede nell’amore potrà superare ogni dura prova della Storia.
   
   Théo Angelopoulos, presentando il suo film in una conferenza stampa svoltasi al Centro Congressi della facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma, convinto che il film si racconti da sé, ha invece colto l’occasione per abbattere un luogo comune sulla “premeditazione” dei suoi film che egli stesso ha confutato cosi: «Io cerco di lavorare come sento intimamente la storia. Non è qualcosa di premeditato. A volte ho letto che risulterebbe così: premeditato, preparato, completamente disegnato. Ma non è vero assolutamente. Il mio cinema è istintivo. Talvolta gli attori non sanno neppure che cosa accadrà nelle riprese, quali saranno i cambiamenti, perché c’è la realtà che interviene in modo immediato. E’ sempre un work in progress il mio cinema. Io cerco sempre di lavorare sul reale, sul momento, ed è così che ho l’impressione di aver creato qualcosa».

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Anno 8 - n. 15 - 01/08/10