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| Lo schermo liberato | di Fabia Abati
| | Le valigie di Tulse Luper – la storia di Moab |
 | Titolo originale: The Tulse Luper suitcase – part1 – The Moab story Regia: Peter Greenaway Sceneggiatura: Peter Greenaway Fotografia: Reinier Van Brummelen Montaggio: Elmer Leupen Musica: Borut Krzisnik Interpreti principali: J. J. Field, Scot Williams, Drew Muligan Produzione: Abs Production, Delux Production, Focusfilm kft, Gam Films, Kasander, Studio 12-A Distribuzione: Istituto Luce Origine : Gran Bretagna, Italia, Lussemburgo, Olanda, Russia Durata: 125’ colore
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Le peregrinazioni di Tulse Luper in giro per il mondo. Tulse Luper è un eterno prigioniero: qualsiasi viaggio egli compia, passerà un certo periodo di tempo in prigione. In questa prima parte Tulse Luper compie un viaggio in America fra una comunità di Mormoni, poi torna in Europa e viene inviato in Belgio come giornalista, durante l’occupazione tedesca. Qui viene scambiato per una spia, e, ovviamente, rinchiuso in prigione.
Tulse Luper è un eterno prigioniero. Forse basterebbe questa frase a riassumere un intero film. Forse (ma questo si scoprirà solo guardando) questa frase basterà a riassumere l’intera trilogia in cui si sviluppa la storia del personaggio. Certo questo film potrebbe essere accusato di raccontare una storia poco consistente, di prolissità, di trattare una trama come pretesto per un esercizio di stile, per sperimentare attraverso lo schermo e l’immagine.
Greenaway sembra amare i cataloghi, gli elenchi, le classificazioni: le valigie di Tulse Luper si riempiono, durante, la sua vita, degli oggetti più disparati. Compongono una sequenza di ricordi, dai quali si potrebbe ricostruire la vita del protagonista. Lo stesso film appare come una valigia contente tutte le soluzioni visive a disposizione di un regista, un baule a cui attingere il teatro filmato alla Dogville della prima sequenza o le parole in sovrimpressione di Godard.
L’impressione è che Greenaway tenti di dare il massimo numero di informazioni e suggestioni allo spettatore. Ecco perché la trama risulta dilatata, sfilacciata nelle continue ripetizioni di uno stesso gesto o di una sequenza: Greenaway esplora tutte le possibilità visive che una stessa scena può offrire, e per farlo deve necessariamente soffermarsi su ogni singolo dettaglio. La prolissità visiva di Tulse Luper corrisponde alla prolissità letteraria dell’Ulisse di Joyce, dove ogni particolare diventa macroscopico, dove ogni oggetto ha una storia da raccontare.
Lo schermo cinematografico non è più sufficiente a Greenaway, di fronte all’intreccio infinito di storie potenziali da raccontare. Forse è addirittura una prigione. Perché accontentarsi di un’immagine alla volta, con un solo punto di vista? Picasso a suo tempo rivoluzionò la visione, proponendo nella stessa immagine un oggetto ritratto frontalmente, di lato e posteriormente. Greenaway compie la stessa operazione, aggiungendo la specificità del mezzo cinematografico, il movimento: l’immagine si frantuma in più icone, possiamo vedere la stessa figura da più punti di vista, girare attorno ad essa e al contempo stare fermi. Lo schermo esplode nelle infinite visioni, l’immagine evade dalla costrizione dello schermo.
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