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| La donna è immobile | di Fabia Abati
| | Rosenstrasse |
 | Titolo originale: Rosenstrasse Regia: Margarethe Von Trotta Sceneggiatura: Margarethe Von Trotta, Pamela Katz Fotografia: Jan Betke Montaggio: Corinna Dietz Musica: Loek Dikker Interpreti principali: Katja Riemann, Maria Schrader, Martin Feifel, Svea Lodhe Produzione: Studio Hamburg Letterbox Filmproduktion BMBH, Tele Muenchen Gruppe Distribuzione: 01 Distribution Origine : Germania, 2003 Durata: 136’ colore
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Al funerale del padre Hannah, newyorkese, scopre che la madre Ruth, ebrea tedesca emigrata negli Stati uniti da ormai da molti anni, era stata salvata dalla deportazione da una donna di nome Lena Fischer, che l’aveva tenuta in casa con sé per tre anni. Decisa a conoscere una parte del passato della madre di cui era sempre stata tenuta all’oscuro, Hannah parte per Berlino per cercare Lena…
Rosenstrasse, a differenza di altri film sull’Olocausto, non lascerà un’immagine impressa nella memoria collettiva. Non c’è nessuna immagine prorompente come la bambina dal cappotto rosso di Schindler’s list; non riscuoterà le coscienze come fu per i giovani cinefili del dopoguerra che videro Notte e nebbia di Alain Resnais; non ha nemmeno la levità e la poesia che hanno consacrato La vita è bella e Train de vie. Al contrario la struttura narrativa, la scelta di collocare la storia principale all’interno di un’ulteriore cornice disperdono la forza degli avvenimenti, diluiscono l’incisività di una vicenda drammatica e certamente capace di suscitare attenzione (seppur lungo, il film non risulta poi noioso) in un eccesso di personaggi, motivazioni, intrecci secondari. Rosenstrasse non riesce a far emergere l’urgenza di raccontare; manca da una parte l’essenzialità di una storia che non può lasciar spazio ad altre vicende secondarie, e dall’altra un apporto personale, creativo, che non riduca il film a semplice esposizione dei fatti.
Il filo rosso che tiene unite le tre storie –Hannah, Ruth, Lena- è la donna, caparbia, tenace, sola. Gli uomini sono assenti o impotenti di agire: il marito di Ruth è appena morto, Fabian è rinchiuso e sarà liberato grazie alla moglie, Luis compare poche volte e solo in relazione a Hannah. Il papà di Ruth, addirittura, ha temuto di compromettersi mantenendo il matrimonio con una donna ebrea, ed ha deciso di divorziare. Di fronte all’assenza e alla paura maschile, le donne rispondono con la muraglia compatta dei loro corpi in Rosenstrasse, aspettando soltanto di poter vedere per un attimo i mariti alla finestra, munite della forza di una semplice eppur inattaccabile frase: “Rivoglio mio marito”. La costanza femminile si concretizza nella massa corporea delle donne ferme ad aspettare, giorno e notte, con lo sguardo alzato verso le finestre, sostenute dalla consapevolezza di essere invincibili. È la stessa costanza che troviamo, oggi, in quelle madri argentine che ogni giovedì manifestano in Plaza de Mayo per chiedere dove sono i loro figli.
Curiosità: Margarethe Von Trotta ha lavorato per più dieci anni a questo progetto, partendo da alcuni documentari di Daniela Schmidt (sempre a proposito della costanza femminile…)
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