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 | in sala | |
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| Un liquore che scalda i cuori | di Claudia Triolo
| | Vodka Lemon |
 | Titolo originale: Vodka Lemon Regia: Hiner Saleem Sceneggiatura: Lei Dinety, Pauline Gouzenne, Hiner Saleem Fotografia: Christophe Pollock Montaggio: Dora Mantzoros Musica: Michel Korb, Roustam Sadoyan Interpreti principali: Romen Avinian, Lala Sarkissian, Ivan Franek Produzione: Dulciné Films Distribuzione: Lady Film Origine : Francia/Italia/Svizzera/Armenia, 2003 Durata: 84' Colore
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Hamo, un vedovo sessantenne, abita in un villaggio sperduto in amernia. Ha tre figli: uno abita a Samarcanda, un altro in Francia e l’ultimo abita ancora nel villaggio, con una figlia. L’uomo frequenta ogni giorno la tomba della moglie. Al cimitero incontra Nina, una vedova cinquantenne, che ha i medesimi problemi economici di Hamo. I due riescono, con il reciproco affetto, ad affrontare le loro drammatiche situazioni.
“Signora, mi sa dire perché lo chiamano Vodka Lemon se sa di mandorla?”
“E’ l’Armenia”.
Hamo abita in un villaggio dell’Armenia post sovietica, dove fa fatica a tirare avanti con la magra pensione ed è costretto a vendere tutto ciò che possiede, vive quindi nella spasmodica attesa che il figlio emigrato in Francia gli mandi dei soldi per poter tirare avanti. Nel villaggio abita anche Nina, che, vedova come Hamo, tira avanti grazie ad un precario lavoro in un chioschetto dove vende Vodka Lemon e ad una figlia, che è costretta a prostituirsi ad insaputa della madre. Il film è delicato, a tratti divertente e caratterizzato da un’accurata simmetria che struttura sia le scene tra di loro, sia i personaggi e gli oggetti inquadrati (la disposizione delle sedie, i ripetitivi viaggi di Hamo al mercato, o i numerosi viaggi sul pulmino che porta Hamo e Nina al cimitero e il loro progressivo avvicinamento). I personaggi, nonostante le loro tristi situazioni, non risultano patetici, anzi, acquistano immediatamente una loro dignità e sono contraddistinti da una sottile ironia. Inoltre il regista fa un uso sapiente dell’inquadratura: da un lato la camera fissa riprende una porzione di spazio nella quale si succedono i personaggi, come attori che appaiono e scompaiono dalle quinte del palcoscenico, dall’altro viene inquadrato un particolare e, solo in un secondo momento, all’improvviso, si passa ad una visione d’insieme che permette una nuova lettura del particolare isolato (significativa a questo proposito l’intera prima sequenza che ci dà l’illusione di un letto che viaggia da solo in mezzo alla neve e poi si rivela trainato da un furgoncino). In fondo la storia del film è come la canzone cantata dall’autista del pulmino: una canzonetta semplice e orecchiabile, che riceve il suo spessore poetico e sentimentale dal contesto.
Curiosità: Il regista Hiner Saleem appare in un cameo alla fine del film, infatti è lui l’uomo che vorrebbe acquistare il pianoforte da Nina e Hamo.
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