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Nemmeno l’ombra di un’emozionedi Stefania Di Mascolo
Seabiscuit – Un mito senza tempo

Titolo originale: Seabiscuit
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross, Charlie Mitchell
Fotografia: John Schwartzman
Montaggio: William Goldenberg
Musica: Randy Newman
Interpreti principali: Tobey Maguire, Jeff Bridges, Chris Cooper, Elizabeth Banks
Produzione: Universal, Dreamworks, Spyglass Entertainment, Larger Than Life Productions, Kennedy/Marshall Productions
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Origine : USA, 2003
Durata: 140’
Colore


   1938. Seabiscuit, un cavallo maltrattato da piccolo, allenato per perdere e di dimensioni troppo ridotte per correre, viene comprato dal ricco signor Howard (Bridges) insieme al suo fantino Red Pollard (Maguire) e al suo allenatore Tom Smith(Cooper) e viene curato, amato e cresciuto in base al motto: “Non si può gettare via una vita in blocco solo perché ha qualche difettuccio”. Dopo le prime corse fallimentari, Seabiscuit incomincia a vincere fino a guadagnarsi la vittoria al Grand Prix di Santa Anita e le attenzioni dell’America della depressione.

   

   In superficie
   Da dove si inizia a stroncare un film come “Seabiscuit” senza sembrare snob, intellettualoidi o cinici? Forse, da quello che c’è di salvabile. E allora si può parlare dei colori, dell’ottima fotografia di Schwartzman e del cast (Cooper in testa – insieme al cavallo ovviamente -).
   
   In profondità
   Se già, però, si butta l’occhio un po’ più in là si rimane scottati. La sceneggiatura, dopo una bella presentazione, abbastanza curata e approfondita dei tre personaggi principali e dei loro panorami psicologici, sembra perdere stima in se stessa e nel suo modo di raccontare fino a diventare una sterile riproduzione di eventi e dialoghi. Inoltre, il modo in cui la vicenda è inserita nel contesto storico di quegli anni (voce narrante e fotografie d’epoca) è banale e privo di fascino e appesantisce la narrazione. E poi la sceneggiatura è superficiale, mancano dei passaggi: ad esempio, perché il trio Howard-Smith-Pollard decide di far correre a tutti i costi Seabiscuit? Di farlo correre per vincere? Perché, una volta dimostrato il teorema dello sfortunato che influenza e cambia il proprio destino (da cui si è anche affascinati, ma basta! Quante volte ce l’ha propinato il cinema hollywoodiano questo tema?); si indugia ancora sullo stesso punto, sottraendo tempo ad altri eventi (la morte del figlio di Howard)? E soprattutto, perché tutta questa smania di vincere? Non è poi così negativo perdere! Ma questo, forse, l’America non se la sente di dirlo. L’impressione che si ha è di un film che, all’inizio, si prende i suoi tempi, ma che poi perde la voglia di
raccontare e affretta troppo tutto il seguito. Se non mi capacito che questo film abbia fatto sognare l’America, ancora meno mi capacito che sia stato altrettanto apprezzato anche in Italia. Credevo che ormai avessimo più o meno sviluppato la capacità di distinguere un film sincero da uno completamente costruito, pieno di sentimentalismi e buonismo gratuito come questo. Ma che bisogno c’è di una frase come “La sua forza (di Seabiscuit) non sta qui (indicando la testa); ma qui (indicando il cuore)”? Personalmente l’unica cosa che mi richiama alla mente è la pubblicità di un tè.
   
   In conclusione
   L’unico motivo per cui mi dispiace essere così crudele riguardo a questo film è che si parla comunque di una storia vera, di un cavallo realmente maltrattato che alla fine si è riscattato. Ma quasi quasi avrei preferito leggere su un libro le sue (dis)avventure. In due ore e venti di film (!); nemmeno l’ombra di un’emozione.

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Anno 8 - n. 15 - 01/08/10