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Ritorno alle origini (del cinema)di Giacomo Freri
Il ritorno

Titolo originale: Vozvrascheine
Regia: Andrey Zvyagintsev
Sceneggiatura: Vladimir Moiseenko, Alexandre Novototsky
Fotografia: Mikhail Kritchman
Montaggio: Vladimir Mogilevsky
Musica: Andrey Dergatchev
Interpreti principali: Vladimir Garin, Ivan Dobronravov, Konstantin Lavronenko
Produzione: Ren TV
Distribuzione: Intercinema-Art Agency
Origine : Russia, 2003
Durata: 105’
Colore


   Dopo molti anni di assenza un padre fa improvviso ritorno a casa. I suoi due figli lo conoscono solo attraverso una foto vecchia di una decina d’anni. L’indomani i tre partono per un viaggio avvolto nel mistero: chi è veramente quest’uomo? Dov’è stato finora? Arriveranno fino ad un’isola remota e desolata, luogo misterioso in cui la vicenda avrà un epilogo inaspettato.

   

   E’ un cinema scarno quello del debuttante Zvyagintsev, che gioca con pochi elementi; un cinema scarno ma potente, sia per quello che racconta e sia per come lo racconta.I personaggi che occupano lo schermo per circa tre quarti del film sono solo tre: un padre e i suoi due figli. Una triade, immersa in una natura di una bellezza stupefacente ed ancestrale, fotografata superbamente, descritta con un occhio affascinato ma mai invadente e prevaricante, rispettoso dell’immensità e della sacralità dei luoghi. Immersi in questa cornice, si muovono i tre protagonisti impegnati in un viaggio la cui meta e il cui fine perdono di senso mano a mano che la vicenda procede. Il padre è dispotico,
violento, taciturno. I due ragazzini reagiscono in maniera opposta a questa figura autoritaria: il maggiore è ubbidiente, probabilmente affascinato, accetta con una sorta di sottomissione la figura paterna; il più piccolo si ribella, si chiede chi possa essere quel padre giunto all’improvviso dal nulla, che cosa voglia da loro. Due attitudini opposte di fronte a qualcosa d’incomprensibile, di misterioso ed inafferrabile. Tutta la vicenda è palesemente simbolica, metaforica, lo si intuisce dal modo lento e quasi distaccato con cui i è raccontata, da come si evolve e si conclude: “uno sguardo con intenti mitologici sulla condizione umana”, secondo le parole dello stesso Zvyagintsev. Un cinema, quello del regista russo, che ritrova le sue radici ed i suoi elementi primi, rendendoli matrice di uno stile originale, molto poetico. I dialoghi
appaiono quasi superflui in un flusso d’immagini tanto potenti: i volti, l’espressioni, i luoghi e le luci ci trasmettono qualcosa in più rispetto alle parole dei personaggi; l’inquadratuta, il lento movimento della macchina da presa ci proiettano in un universo altro, cinematografico, immaginario.E’ come se si fosse applicato al film un lavoro di continua levigatura, fino ad arrivare ai soli elementi basilari e necessari che lo costituiscono, sia a livello stilistico che a livello contenutistico, senza nulla perdere, semmai guadagnandoci, a livello di forza comunicativa e suggestività.
   
   
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Anno 8 - n. 3 - 09/02/10