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Benvenuta, Germaniadi Alberto Brumana
Good bye, Lenin

Titolo originale: Good bye, Lenin
Regia: Wolfgang Becker
Sceneggiatura: Wolfgang Becker, Bernd Lichtenberg
Fotografia: Martin Kukula
Montaggio: Peter R. Adam
Musica: Yann Tiersen
Interpreti principali: Daniel Brühl, Kathrin Sass, Chulpam Khamatova, Florian Lukas, Maria Simon
Produzione: X Filme Creative Pool, Westdeutscher Rundfunk, Arte
Distribuzione: Lady Film
Origine : Germania, 2003
Durata: 118’
Colore


   Christiane è una donna integrata nella Germania dell’Est nella fine degli anni ’80. Attivista per il partito socialista, la sua vita procede felice malgrado il marito l’abbia abbandonata da ormai un decennio. Ma un incidente la fa entrare in coma, e al risveglio, dopo la caduta del muro di Berlino, nulla è più come prima. Suo figlio decide allora di ingegnarsi per ricostruirle attorno il mondo dell’est com’era prima del 1989…

   
Il cinema tedesco degli ultimi anni appare il più in crisi dell’intero continente europeo. Non solo Wim Wenders, il più grande regista teutonico dell’ultimo ventennio, appare decisamente giù di forma e preferisce continuare a dedicarsi a documentari, ma anche tra le giovani leve si stenta a trovare un autore veramente di rilievo. Tutto ad un tratto arriva sugli schermi questo Good bye, Lenin. Il regista, Wolfgang Becker, non è certo un giovincello ed è vicino ai cinquant’anni, ma questo suo quinto lungometraggio è il primo ad arrivare in Italia. Ma il merito di questo film va spartito con l’esordiente Bernd Lichtenberg, perché il punto di forza sta soprattutto nel soggetto e anche nella sceneggiatura, che riesce a far convivere elementi fortemente grotteschi con altri più tradizionalmente drammatici o comici. Nel suo insieme la pellicola è forse troppo lunga, ma ben strutturata e quasi sempre interessante.Tra i protagonisti più intensi del film c’è sicuramente Berlino, città che ancor oggi, quattordici anni dopo la caduta del muro è in continua trasformazione. Case popolari, case diroccate, case in ricostruzione, case da cui non si può uscire. Tutto il film utilizza il tema della casa come una metafora per illustrare il mutamento di una nazione.Tra l’indubbia buona qualità della produzione, si segnalano però diverse pecche. Per prima cosa la mano di Becker è troppo spesso indecisa tra virtuosismi registici (la citazione kubrickiana con la scena velocizzata e la musica del Guglielmo Tell di Rossini) e scialbe inquadrature televisive che fanno pensare a certi telefilm tedeschi.
In secondo luogo la colonna sonora di Yann Tiersen appare chiaramente come una sorta di recupero degli scarti dell’ultimo lavoro del maestro francese, Il favoloso mondo di Amelie, da cui estrae interamente uno dei brani principali, mantenendo il tema per tutte le due ore.Malgrado queste lacune però, Good bye, Lenin lancia sinceramente un primo segnale di risveglio per il cinema tedesco, in attesa che produzioni magari più importanti sappiano seguirne la scia.

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Anno 8 - n. 15 - 01/08/10