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| Avanti veloce | di Francesca Bertazzoni
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 | Titolo originale: Novo Regia: Jean-Pierre Limosin Sceneggiatura: Christophe Honore, Jean-Pierre Limosin Fotografia: Julien Hirsch Montaggio: Cristina Otero Roth Musica: Kraked, Zend Avesta Interpreti principali: Eduardo Noriega, Anna Mouglalis, Nathalie Richard, Eric Caravaca, Paz Vega, Leny Bueno, Julie Gayet Produzione: Hengameh Panahi Distribuzione: Bim Distribuzione Origine : Francia 2002 Durata: 98’ Colore
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Graham è un uomo senza memoria, dimentica la maggior parte delle cose solo dopo pochi minuti. Sono in tanti ad approfittarsi di lui, tanti che vorrebbero la sua guarigione, tanti che non lo vorrebbero. Ma una ragazza, Irène, si innamora della sua spontaneità da bambino, e cerca di farlo suo. Ma Graham forse è incapace di amare, perché non è in grado di costruire dentro di sé una “storia” delle sue esperienze e dei suoi sentimenti.
Graham/Pablo vive di precarietà. Cerca di costruirsi attorno una vita fittizia di cui non ricorda nulla, composta di riferimenti che per lui non possono avere significato. Il suo taccuino è questa vita, una mappa disegnata, che può essere manipolata da chiunque solo con una gomma.
Una vita che è solo una costruzione fittizia dunque, come costruite sono le immagini che vediamo sullo schermo: stop frame, avanti veloce, didascalie, asincronie, tutti mezzi con cui il film stesso vuole farsi sentire, mostrando con chiarezza la sua artificiosità.
Pablo/Graham vive in un film. Si butta nella vita che gli capita di incontrare, e ogni volta ne emerge sempre nuovo, perché è consapevole di giocare con la finzione. Come un bambino, incastra i pezzi del puzzle senza tener presente il quadro finale, solo accostando le cose che ha sotto mano: una donna per il sesso, un amico per il judo, una moglie per il passato, un muro per la strada giusta… cose isolate l’una dall’altra, che non riescono a prendere un significato.
Rimane un vuoto, la mancanza del nocciolo centrale con cui tutti i segni della vita e del film possono accostarsi per prendere significato. E in questo vuoto rimane come unico oggetto significativo il corpo libero e le sue sensazioni, rimane un figlio, lo stesso sangue di Graham, incarnazione così evidente della sua corporeità da riuscire a fargli tornare la memoria.
Ancora, rimane il corpo in luogo dell’amore: un sentimento che è costruzione a sua volta e che, libero dalla possibilità di farsi “storia”, lascia dietro di sè i segni del sesso, la congiunzione di due carni: Irène che cerca di legarsi a lui attraverso il corpo, che cerca di lasciare nel corpo di Pablo la sua impronta, riesce nel difficile compito di amare senza poter possedere o essere posseduta. Graham non può appartenere a nulla e non può far suo nulla. Egli appartiene solo a se stesso, al suo corpo, perché è l’unica cosa che non può dimenticare, che ha sempre di fronte in modo chiaro. E lei, riesce ad amarlo (e forse a farsi amare); perché lo lascia libero, cercando di seguirlo nella sua assenza dal mondo.
Rimane, alla fine, solo un dente infilato in una vagina, come una somma si segni liberi da qualsiasi significato.
Curiosità: il regista ha dichiarato che durante le riprese si sentiva come il personaggio del suo film: “Sempre pronto a vedere e sperimentare l’ignoto, aperto e disponibile verso qualcosa di nuovo. Graham è in costante sperimentazione. Vive la sua vita fittizia come un’artista”.
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