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| Storia di luce e ombra | di Francesca Arceri
| | Il derviscio - Dervis |
 | Titolo originale: Dervis Regia: Alberto Rondalli Sceneggiatura: Alberto Rondalli. Dal romanzo Fotografia: Claudio Collepiccolo Montaggio: Alberto Rondalli Musica: Nehmet Fatih Citlak, Kemal Karaoz Interpreti principali: Antonio Buil Puejo, Soner Agin, Yksel Arici Produzione: Luigi Musini e Siddik Ozpetek Distribuzione: Mikado Origine : Italia; 2000 Durata: 132' Colore
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Ahmed Nurettin è lo sceicco di una cittadina dell'Impero Ottomano: conduce una vita poggiata sulle certezze assolute delle leggi del Corano. La sua intransigenza però viene infranta dall'improvviso arresto del fratello minore e lo scontro che Nurettin avrà col potere politico e il fallimento di ogni suo tentativo per liberare il fratello lo porteranno alla caduta.
Il racconto di Rondalli si struttura sul dualismo di luce e ombra: il sole abbacinante del deserto e il buio degli interni, delle stanze, della prigione, della notte. Con un’alternanza ben studiata rappresenta il progressivo frammentarsi dell’ integrità, delle certezze per arrivare al ribaltamento dei principi morali propri non solo della cultura islamica ma universali: il derviscio scivola dal mondo illuminato dalla conoscenza di Dio alle tenebre della corruzione, vinto dall’odio e dal desiderio di vendetta.
Sullo sfondo di una ricostruzione storica realistica e asciutta, fedele anche nelle musiche composte da dervisci, si svolge la storia di Nurettin con una lentezza a volte eccessiva, ma necessaria alla rappresentazione del suo cambiamento interiore. Il passaggio fra primi piani e campi lunghi, spesso lunghissimi del deserto sottolinea ancor di più il contrasto e la condizione della dimensione intima del protagonista: la sua figura si staglia isolata nello spazio aperto, luminoso e uniforme e quasi svanisce nella luce oppure appare soffocata dalle inquadrature strette sul viso, immerso nell’ombra, da dove emergono solo gli occhi immobili e sgomenti.
La fotografia è impeccabile ma non raggiunge la potenza di quella del suo maestro Olmi ne “Il mestiere delle armi”. Il merito maggiore va di certo all’attore e danzatore spagnolo Antonio Buil Puejo, il suo sguardo penetrante e sbigottito ipnotizza e da solo comunica molto di più di certi dialoghi incomprensibili e superflui. Il peggior difetto infatti è proprio la verbosità, che zavorra questo film facendolo risultare troppo intellettuale: sarebbe bastato lasciar parlare di più le immagini e far traspirare meglio l’emotività a discapito di un rigore formale che alla fine risulta sterile.
Note: in concorso al 54° Festival di Locarno (2001). Dallo stesso romanzo era già stato tratto il film "Il derviscio e la morte" di Zdravko Velimirovic.
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