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Toccando l’invisibiledi Marco Cappellini
Ferro 3 - La casa vuota

Titolo originale: Bin-Jip
Regia: Kim Ki-duk
Sceneggiatura: Kim Ki-duk
Fotografia: Jang Seung-beck
Montaggio: Kim Ki-duk
Musica: Slvian
Interpreti principali: Lee Seung-yeon, Jae Hee, Kwon Hyuk-ho
Produzione: Kim Ki-duk Film, Cineclick Asia
Distribuzione: Mikado
Origine : Corea del Sud, 2004
Durata: 90’
Colore


   Tae-suk è un ragazzo che vive per poche ore in case lasciate incustodite dai proprietari. In una di queste incontrerà Sun-hwa, ex-modella in crisi col marito. Insieme abiteranno in altre case, fino a quando verranno scoperti e separati. La loro ricongiunzione avverrà all’insegna di un mistero che farà sì che le loro case non restino più vuote.

   
Vedere con le dita. La tattilità dello sguardo diventa il punto d’arrivo del protagonista Tae-suk e si pone come chiave di lettura del suo rapporto con Sun-hwa. Il loro incontro nell’ennesima casa vuota si limita a un semplice scambio di sguardi senza che venga pronunciata parola. Il loro amore vive di pura visione, di immagini dell’altro e della consecutiva appropriazione fisica di tale immagine. Insieme occuperanno per qualche ora delle abitazioni private, tentando di riempire il senso di vuoto lasciato per poi venire, infine, scoperti e separati. È nella separazione dalla ragazza, nella solitudine di una cella, che Tae-suk capisce che tutti i suoi tentativi finora escogitati per colmare dei vuoti erano vani, poiché solo l’invisibilità, o meglio, la non-visibilità, avrebbe potuto colmare l’infelicità di quel vuoto. È questa la fase terminale del suo percorso di iniziazione verso l’(in)afferrabile, che termina con l’appropriarsi della capacità di vedere, rappresentata da un occhio disegnato sulla sua mano: la tattilità dello sguardo, appunto.
   
   
Raggiungendo l’essenza di non-visibilità, Tae-suk si appropria della visione soggettiva della macchina da presa, divenendo personificazione del cinema di Kim Ki-duk. Per il regista l’invisibilità caratterizza e amplifica le potenzialità dell’arte cinematografica, la quale, come ogni forma arte, non può essere intaccata, concetto efficacemente rappresentato nelle prime immagini del film, quando una statua (il cinema) è protetta dalla materialità dei colpi inflitti da una pallina da golf. Il cinema di Kim Ki-duk diventa ombra che è possibile solo sfiorare, come la mano di Sun-hwa che cerca la proiezione del corpo di lui nella parete alle sue spalle. E, infine, come l’amore dei due, in bilico tra la magia onirica e il contatto carnale, il cinema si carica di un’infinita leggerezza. I corpi dei due protagonisti, insieme, in piedi sulla bilancia, hanno un peso nullo, e l’autore ci abbandona all’immagine con un messaggio: «Non è dato sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà». Ferro 3 – La casa vuota è l’esemplificazione dell’abbandono di ogni forma di interrogativo,
l’abbandono dell’esigenza di una certezza per l’accettazione di una condizione: il voler nutrirsi di questo mondo (il voler nutrirsi di cinema), realtà o sogno che sia.
   
   Curiosità
   Il titolo Ferro 3 è riferito alla mazza da golf n° 3, la tipologia di mazza meno usata nel golf. A tale proposito il regista ha detto: «In questa immagine vedo la metafora di una persona abbandonata o di una casa vuota. Al tempo stesso è però anche l’arma con cui Tae-suk salva Sun-hwa, diventando così il simbolo della speranza di un cambiamento».
   Bin-jip si è aggiudicato alla 61a Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia il Leone d’argento - Premio speciale per la regia e il Leoncino d’Oro – Premio Agiscuola.
   
   Filmografia
   • Samaritan girl (2004)
   • Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera (2003)
   • The coast guard (2002)
   • Bad guy (2002)
   • Address unknown (2001)
   • Real fiction (2000)
   • L’isola (1999)
   • Birdcage inn (1998)
   • Wild animals (1997)
   • The crocodile (1996)

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Anno 8 - n. 15 - 01/08/10