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	<title>hideout &#187; ponti</title>
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	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
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		<title>Dramma nel cabaret dei futuristi n.13</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[… il signor Smecha&#269; rideva ridellescamente, sempre più grasso, sempre più gonfio, sempre più tronfio, sempre più mongolfiera, rotolando in cerchi a scacchiera, circonferenze metalliche, ruote di ingranaggi sbilenchi dai denti consumati, molari a molare se stessi senza tregua, bruxismo di milioni di molari nella notte acida di Bruxelles, cavoli amari, bocca cariata urlante KINOOO, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2009/10/dramma-nel-cabaret-dei-futuristi-n-13_1.jpg" alt="" />… il signor Smecha&#269; rideva ridellescamente, sempre più grasso, sempre più gonfio, sempre più tronfio, sempre più mongolfiera, rotolando in cerchi a scacchiera, circonferenze metalliche, ruote di ingranaggi sbilenchi dai denti consumati, molari a molare se stessi senza tregua, bruxismo di milioni di molari nella notte acida di Bruxelles, cavoli amari, bocca cariata urlante KINOOO, kinematografija, cinemaAAA, ingrandimento progressivo, proiezione geometrica, spelonca che tutto ingoia, vuoto cosmico dove l&#8217;uomo-mongolfiera è risucchiato in vortici di lavandino…</p>
<p>La pianti?, disse lei scrollandogli la spalla. Lui spalancò gli occhi nella luce malata dell&#8217;abat-jour e rantolò affiorando da un&#8217;apnea subconscia. Un clic scocciato sprofondò la stanza nel buio. Fari nella notte filtrarono dalla tapparella dissestata e tracciarono un ventaglio di strisce che ripiegò su se stesso inseguendo il ruggito di un motore lontano. Lui allungò una mano sotto il lenzuolo e la posò timida sulla morbide e calde rotondità di lei, che lo scacciò girandosi dall&#8217;altra parte. Allora si alzò, rincorse le pantofole smarrite nell&#8217;oscurità e con andatura alcoolica tentò di raggiungere la cucina sbandando invece dritto al cesso, dove crollò sul sedile del water, faccia a faccia con il suo ritratto sonnolento stampato nello specchio in un alone di luce soporifera.</p>
<p>Tutto era cominciato quando il signor Smecha&#269; si era presentato al D.D. (Dipartimento Derive), respinto da uno sportello all&#8217;altro finchè era rimbalzato al Gabinetto 13, il suo, e lui s&#8217;era dovuto sorbire il sarcasmo dei colleghi infingardi e la chiacchiera pantagruelica di quell&#8217;individuo a scacchi, farfallino a pois, occhiali rotondi, paglietta da gondoliere, risata frequente e immotivata. La parlantina inesausta diventò tuttavia interessante alla parola magica: milione.<br />
<img class="alignleft size-full" width="150" height="210" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2009/10/dramma-nel-cabaret-dei-futuristi-n-13_2.jpg" alt="" /><br />
- Ho già recuperato quasi tutti i film dei futuristi, da <em>Aelita</em> alle pellicole del FEKS, da <em>Le avventure di Oktobrina</em> fino ai film girati da Majakovskij. Mi manca soltanto quell&#8217;antica rarità, il <em>Dramma nel cabaret dei futuristi n.13</em>. Ah, la scena del tango, solo letteratura finora, Larionov e la Gon&#269;aròva che danzano con grinta da apaches, come scrisse l&#8217;esegeta, e Burljúk che …</p>
<p>Lui intanto era già partito per la tangente, la parola tango gli aveva innescato un grammofono di fantasia la cui puntina spremeva in modo straziante la voce in bianco e nero di Gardel che gracidava Por una cabeza, impressionato non tanto dallo spettro della sanzione per il suo interesse privato in atti rigorosamente pubblici, quali dovevano essere le burocratiche, lenterrime ma inconcludenti, benché conformi, ricerche ministeriali del D.D., quanto dal fatto che lei non gli avrebbe più rimproverato di essere un morto di fame, esagerazione tutta mogliesca, nonché suoceresca, di una condizione povera ma decorosamente impiegatesca, concedendogli infine quel calore e quel sorriso di femmina per i quali lui l&#8217;aveva corteggiata, amata, sposata, sopportata, vezzeggiata, subita…</p>
<p>Per far drizzare le orecchie a quello svagato mezzemaniche e fargli fiutare la pista il signor Smecha&#269; sganciò sulla scrivania una mazzetta non trascurabile che lui fece sparire subito nel cassetto, sudando agostanamente, benché fosse gennaio e il riscaldamento spilorciamente lesinato.</p>
<p>A casa la moglie gli disse che era un cretino a mettersi nei guai per una panzana così madornale. Lui era convinto che lei l&#8217;avrebbe accusato di essere un cacasotto se invece avesse rifiutato la succulenta offerta del signor Smecha&#269;. Doveva imparare ad essere più evasivo con il suo tesoruccio, così la chiamava, e forse un tempo lo era stata. <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2009/10/dramma-nel-cabaret-dei-futuristi-n-13_3.jpg" alt="" />Talmente evasivo da non confidarle che si era fatto trasferire dall&#8217;U.I. (Ufficio Interpellanze) del D.D. prima al C.d P: (Crepuscolo delle Pratiche) e poi all&#8217;S.P. (Sedimenti Pleistocenici), scadendo così di ben tre categorie retributive, seppellendosi in locali dove erano accumulati milioni di reperti dimenticati. Da non confidarle che un vecchio forzato dei Sedimenti gli aveva mostrato il passaggio segreto e murato che conduceva ai sotterranei del Budino, l&#8217;antico palazzo dove un secolo prima il Dittatore detto il Feroce aveva ammassato tesori di carta e di celluloide vigilati da anatemi. Da non confidarle poi che s&#8217;era fatto licenziare dal D.D. per essere assunto da un&#8217;impresa di espurgo pozzi neri, e che finalmente, dopo aver sguazzato nelle fogne per mesi e scandagliato le catacombe cernendo antichi dagherrotipi, nastri infiniti di celluloide e montagne di pizze arrugginite, l&#8217;aveva trovato, quel fottuto Dramma nel cabaret dei futuristi n.13, alla faccia di tutta la storiografia che lo dava definitivamente perduto. Ma avrebbe dovuto vedere la sua faccia, come la vedeva ora nello specchio del bagno, quando scoprì che i soldi della mazzetta erano falsi e che il signor Smecha&#269; era in realtà un performer sedicente situazionista a caccia di grulli. Chi aveva ora il coraggio di confessare a lei che non aveva più un lavoro pulito, non più dignità burocratica, non più stipendio di un certo tenore, e che gli rimaneva solo una pizza cinematografica vecchia di un secolo e incomprensibile, una vera cagata, a dirla proprio come il Ragioniere del Villaggio? Il Ministro dell&#8217;Immagine in Persona, perché di solito, nei casi meno eclatanti, si presentava in Ologramma, lo accusava di appropriazione indebita di beni culturali, sua moglie lo sputtanava al mondo intero urlando che proprio a lei doveva toccare in sorte un simile cretino, la suocera era scatenata in un tango depravato con il signor Smecha&#269;, le guance dipinte come gli [img4]attori di quei venti minuti di delirio futurista in celluloide.</p>
<p>Che incubo! esclamò rabbrividendo, la testa crollata sulla cabina della doccia e un filo di bava che colava sulla plastica salvaschizzi. Ti vuoi sbrigare? Sei là dentro da ore! gridava l&#8217;inviperita di sua moglie. Nel lento riprendersi constatò a poco a poco, con un sollievo e un piacere quasi carnali, che tutto era tornato al proprio posto. A casa come in ufficio si rallegrò, incompreso, dell&#8217;abituale rassicurante squallore. Sennonché al Gabinetto 13 quella mattina lo aspettava un occhialuto ficcanaso del D.K. (Dipartimento Kino) U.R. (Ufficio Ricerche) G? (Gabinetto Interrogativo).</p>
<p>- Che mi dice del primo film dadaista girato a Zurigo nel 1916, <em>Complotto al cabaret Voltaire</em>?</p>
<p>Lui allungò la mano nel cassetto della scrivania ed afferrò il tagliacarte della conforme dotazione ministeriale come fosse un pugnale degli arditi. Si sa mai con questi cinefili.</p>
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		<title>Inchiesta</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un poeta, un maestro e due toreri, allineati su un orizzonte rosso, in un campo fremente di grilli. Il fiscal Vicente Reyes Montero inforcò gli occhiali scuri e soffiò. C&#8217;era un caldo da mal di testa, una nausea da sbronza d&#8217;anice, e quel frinire di cicale nelle orecchie, e tutto quel giallo, giallo il cielo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="150" height="210" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2008/11/inchiesta_1.jpg" alt="" /><em>Un poeta, un maestro e due toreri, allineati su un orizzonte rosso, in un campo fremente di grilli.</em><br />
Il fiscal Vicente Reyes Montero inforcò gli occhiali scuri e soffiò. C&#8217;era un caldo da mal di testa, una nausea da sbronza d&#8217;anice, e quel frinire di cicale nelle orecchie, e tutto quel giallo, giallo il cielo la terra gialla, tutto quel giallo negli occhi. Il contadino zappava su una collina argillosa vicino agli olivi, corti, nerboruti, coriacei, e con un asilo d&#8217;ombra appena sufficiente per la lingua assetata di un cane.</p>
<p><em>Nei pressi di una fonte che gli arabi chiamavano Ainadamar, Fontana delle Lacrime. </em><br />
Il contadino rugoso e vissuto non badò a quello straniero vestito da signore, vestito di bianco, scarpe e cappello compresi. Aveva la stazza e la faccia di uno del nord, e anche quando parlava gli sentivi nella voce la bruma dei fiordi cantabrici che sgocciolava via in una cantilena simile a quella dei portoghesi. Il contadino zappava e si faceva gli affari suoi, erano trent&#8217;anni buoni che si faceva gli affari suoi, da quando, in un&#8217;estate più torrida di quella, da Granada portavano cadaveri tutte le notti, cioè uomini, e anche qualche donna, che erano già cadaveri senza saperlo, e appena scendevano dal camion e sorgeva l&#8217;alba e venivano allineati sull&#8217;orlo delle fosse subito lo diventavano, per davvero. Là sotto era pieno di cadaveri.</p>
<p><em>Si moriva per molto, si moriva per poco, per l&#8217;impronta del calcio del fucile sulla spalla, per aver lasciato tracce di poesia sulla carta. Per invidia e per vendetta, per proclami e per calunnie. </em><br />
Il contadino si faceva gli affari suoi, e perciò non aveva risposte per le domande del fiscal, ma gli rimaneva la rabbia di pensare: prima li ammazzate e poi fate le inchieste, arrangiatevi. Vicente Reyes Montero stavolta non sfoggiò la patente di pubblico ministero, né i poteri conferitigli dalla più alta carica della Magistratura dello Stato. Curioso, rifletteva già da qualche giorno, tutta questa sollecitudine per un&#8217;esecuzione di trent&#8217;anni fa, una fra le tante, troppe. Quanti Paco, quanti José, quante Carmen, quante Concha. E se dovessimo indagare su tutti questi morti… ricostruire il perché della loro morte squarcerebbe il velo sul mistero della loro vita, e allora… allora tutto non sarebbe più così semplice, la verità di qua, l&#8217;errore di là, i buoni di qua, i cattivi di là, o peggio: là sotto.</p>
<p><img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2008/11/inchiesta_2.jpg" alt="" /><em>Là sotto, finiranno là sotto, nella fossa spalancata che li aspetta, un poeta, un maestro e due toreri. C&#8217;è un prete per favore? Non c&#8217;è bisogno di preti per i diavoli. </em><br />
Eppure il mistero di quell&#8217;inchiesta, un&#8217;inchiesta di conferma per metterci definitivamente una pietra sopra, e non un&#8217;inchiesta da scoperchiar le tombe, l&#8217;enigma finto che aveva strappato Vicente Reyes Montero dalle nuvole atlantiche della sua Galizia per scaraventarlo nell&#8217;Africa andalusa, non era un qualunque Pablo, ma un distinto Federico, una celebrità che non poteva sparire così.</p>
<p><em>Hai fatto più male tu con la tua penna, che tutte le altre canaglie senzadio. </em><br />
Erano trent&#8217;anni che andavano avanti a scantonare, quelli che comandavano: sono stati gli altri (insostenibile), sono stati quei pervertiti dei suoi amici (ridicolo), e va bene, sono stati gli incontrollabili che stavano dalla nostra parte, quei giovani insolenti in camicia azzurra (comodo). Sembrava una risposta soddisfacente all&#8217;assillante interrogativo che il mondo della cultura faceva pesare come un macigno sul Governo dei vincitori: una mezza verità, ammettiamo che è successo per colpa (per colpa giuridica cioè: negligenza, imperizia o imprudenza), per colpa nostra, ma gli assassini sono stati quelli là, che poi abbiamo aggiustato subito…</p>
<p><em>Un poeta, un maestro e due toreri, allineati su un orizzonte rosso, intorno a loro lamento di grilli, davanti i loro carnefici, distintivi dissonanti appuntati sulle uniformi assortite e perciò difformi, dove l&#8217;azzurro delle guardie si confonde con le camicie dei civili e con il sospiro di una notte che si sta spegnendo… Ma che importa, che differenza può fare una sfumatura di colore per chi muore…</em><br />
Vicente Reyes Montero non sfoggiò patenti e carte bollate, non minacciò nemmeno l&#8217;intervento della Guardia Civil per l&#8217;ennesimo, testardo rifiuto del contadino. Ora sembrava soddisfatto, come chi ha scoperto un segreto e ha capito, finalmente, e di menzogne ne ha piene le tasche, ormai.<br />
Una sciocchezza a pensarci bene, un distintivo, un testimone ricordava un distintivo, e da un distintivo di stoffa saltano fuori parecchie cose, cose che per un magistrato fanno parecchia differenza, se è capace di avvalorarle con interrogatori e verifiche, confessioni e memorie, fino ad incamminarsi su un sentiero che porta là dove nessuno è ancora arrivato, là dove la verità aspetta da trent&#8217;anni, là dove crolla l&#8217;innocenza di un mondo che non l&#8217;ha mai avuta.</p>
<p><em>Un poeta, un maestro e due toreri, allineati su un orizzonte rosso, in un campo fremente di grilli. Poi il lampo accecante e lo schianto che cancellano tutto nel silenzio di un&#8217;alba senza giorno.<br />
E gli usignoli si camuffarono da novembre, per non destare sospetto.</em><br />
Il vecchio fissò il fiscal con i suoi occhi acquosi che sembravano brillare di un sorriso che le labbra avevano dimenticato. Come se anche lui avesse capito, o avesse sempre saputo.<br />
Avrete dei guai per questo, eccellenza. Potevate starvene tranquillo nel paradiso dei vincitori.<br />
<img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2008/11/inchiesta_3.jpg" alt="" />Il paradiso non è riposo, il paradiso è contro il riposo. L&#8217;ha detto un altro poeta che ammirava molto Federico, uno che aveva scelto la camicia azzurra.<br />
Anche voi, allora…<br />
Lo sono stato quando esserlo era qualcosa di molto rivoluzionario. Ed ero anche molto giovane.<br />
Il fiscal salutò piegando la tesa del cappello e si avviò giù per il viottolo, un po&#8217; curvo, quasi gravato da un peso invisibile. Il vecchio si appoggiò al manico della zappa e come se avesse recuperato tutto il fiato di una fuga lunga trent&#8217;anni, gli gridò dietro:<br />
E pensate di aver fatto una cosa rivoluzionaria, combattere per far vincere quelli là?<br />
Non più, vecchio. Non lo penso più, disse l&#8217;altro piano, con la stanca lentezza di un&#8217;amara tristezza.</p>
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		<title>Nero</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Apr 2008 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;appuntamento era alla periferia di Parigi, in uno di quei vicoli fatiscenti e senza uscita, acciottolato sconnesso e mattoni a vista sbrecciati, tetti di ardesia, rimesse senza storia e lugubri garage dimenticati, odore di galliche fumate rabbiosamente e di cavoli bolliti. Il Regista li ha chiamati e loro hanno risposto rispettosi, loro che l&#8217;hanno sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2008/04/nero_1.jpg" alt="" />L&#8217;appuntamento era alla periferia di Parigi, in uno di quei vicoli fatiscenti e senza uscita, acciottolato sconnesso e mattoni a vista sbrecciati, tetti di ardesia, rimesse senza storia e lugubri garage dimenticati, odore di galliche fumate rabbiosamente e di cavoli bolliti. Il Regista li ha chiamati e loro hanno risposto rispettosi, loro che l&#8217;hanno sempre conosciuto soltanto come Il Regista, identità nascosta da un nome d&#8217;arte, la cosa più naturale del loro mondo.</p>
<p>Quello al volante di una Citroën DS, tocco d&#8217;eleganza di una cravatta bianca a pois scuri su camicia celeste (uno fissato con le cravatte: ben trecentosettantadue nel suo nascondiglio di Malakoff), occhiali con lenti affumicate per mistificare la faccia, una bella faccia da criminale, come hanno chiosato gli sbirri all&#8217;ufficio matricola mentre lo fotografavano di fronte e di lato, è conosciuto suo malgrado come &#8220;Ho&#8221;, benché sia nato François Holin e sia noto ai lettori del Paris Soir come &#8220;Arsenio Lupin + Al Capone = François Holin&#8221;, titolo cubitale in prima pagina da sbattere in faccia ai tangheri che si ostinano a chiamarlo &#8220;Ho&#8221;. <img class="alignleft size-full" width="150" height="210" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2008/04/nero_2.jpg" alt="" />A modo suo è un signore, François Holin, perché per lui i soldi non sono tutto, soldi di rapine e di corse automobilistiche sfortunate, Se non lo capite, non capirete mai il mio personaggio, ama ripetere.<br />
Un musone che chiamano Il Rapace abdica alla stanchezza di vagabondaggi senza fine, trovando infine conforto e sostegno nella parete di mattoni. Un tipo massiccio, volto di pietra che ha murato emozioni e rimpianti di occasioni perdute, sguardo amaro, borsalino gualcito in testa, giaccone impermeabile con il colletto alzato, sacca a tracolla. Sgranocchia bulbi crudi e traffica con una scatola per confezionare sigarette: la cartina, quindi il tabacco, poi due scatti secchi, trac trac, e ne scaturisce il cilindro perfetto, pulito, nello stile pulito di un killer professionista, che lavora pulito prevalentemente in America Latina, dove rivoluzioni e golpe sono pane quotidiano, rancido.<br />
Il terzo, seduto sul marciapiede, si gingilla con un medaglione forato nel quale fa scorrere una corda tesa dalle mani. Le dita intrecciano veloci il reticolo di geometrica esattezza che implica già la rivelazione del trucco, la caduta libera della moneta, che lui riprende al volo, vi infila di nuovo la cordicella e ricomincia a tessere ragnatele di un destino già deciso. Lo chiamano il Calmucco, un corso che in un paese esotico ha trovato un tesoro e che si è battuto in duello per una donna, la donna per una notte. Cosa d&#8217;altri tempi, ma la sua Corsica è una cosa d&#8217;altri tempi, dove un marito tradito, in base ad una presunta <img class="alignright size-full" width="150" height="210" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2008/04/nero_3.jpg" alt="" />legge del sopravvissuto, può condannare per vendetta la moglie a prostituirsi.</p>
<p>E poi c&#8217;è un messicano con un organetto, guardaspalle dello Scomunicato che nasconde due revolver inglesi nelle tasche interne del cappotto e un destino nelle linee della mano che nessun chiromante avrebbe il coraggio di guardare. E perfino lo Zingaro, rayban e baffi spioventi, fazzoletto gitano annodato al collo, coltello a serramanico, avrà pure un nome nella memoria degli affetti di chi l&#8217;ha amato, Hugo Sénart infatti si chiama, ma per il mondo è soltanto Le Gitan.<br />
Costoro hanno avuto un qualche ruolo nelle trame del Regista, mai tutti insieme però. Non era mai accaduto che Il Regista li convocasse allo stesso tempo e nello stesso luogo per un lavoro d&#8217;equipe. Sono dei solitari, loro, con un vago orgoglio da misantropi nello sguardo e un&#8217;infallibile pena da emarginati nel cuore. Si scambiano soltanto parole smozzicate, sopravvissute a dialoghi demoliti dal tramonto.</p>
<p>L&#8217;appuntamento era per le sette di sera, alla periferia di Parigi, in uno di quei vicoli fatiscenti e senza uscita, in un garage dimenticato, alle sette della sera, che è l&#8217;ora del pastis e degli addii.<br />
[img4]Il messicano continua a macinare la sua musica, sempre la stessa, vagamente epica, vagamente malinconica. Tutti hanno già perso la poca voglia che avevano di parlare, abbottonati nelle loro distintive manie: cravatte, bulbi crudi, prestidigitazioni, revolver basculanti, musiche a manovella, coltelli.<br />
È passata l&#8217;ora di cena quando un tizio attraversa il vicolo con una faccia da funerale. I sei personaggi gli si fanno incontro con un freddo nelle ossa mai provato prima.<br />
- <em>L&#8217;appuntamento è saltato. Il Regista non verrà più.</em><br />
Gli scappa una smorfia di rammarico e un sospiro.<br />
- <em>Si può sapere di che si trattava?</em><br />
- <em>Voleva che vi incontraste, tutto qua. Avrebbe voluto esserci per salutarvi, manie di scrittore, ma ormai…</em><br />
I personaggi si scambiano sguardi pieni di silenzi e sconfitte, alzano le spalle e si allontanano risucchiati nella pellicola della notte che li estingue ad uno ad uno.<br />
Nel vicolo buio vaga per un po&#8217; la musica soffiata dal macinino del messicano, sempre la stessa, vagamente pentatonica, vagamente malinconica, vagamente alla ricerca del cammino per i giardini introvabili che José teneva nel cuore.</p>
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		<title>Oliver Hardy</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 01:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[- Caspita! Centoventi yarde di spago tutte qua dentro?! Difficile credere a tanto filo elastico raggomitolato nello spazio fachiresco di 40 millimetri circa, circondato, protetto e coccolato da morbida resina malacca che sapeva di giungla e aveva un bel nome esotico: guttaperca. Idillio di uno spago e di una guttaperca nel paradiso buio di 40 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>- <em>Caspita! Centoventi yarde di spago tutte qua dentro?!</em></p>
<p><img class="alignright size-full" width="150" height="210" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2008/01/oliver-hardy_1.jpg" alt="" />Difficile credere a tanto filo elastico raggomitolato nello spazio fachiresco di 40 millimetri circa, circondato, protetto e coccolato da morbida resina malacca che sapeva di giungla e aveva un bel nome esotico: guttaperca. Idillio di uno spago e di una guttaperca nel paradiso buio di 40 mm di diametro di una pallina da golf: il record dell’erotismo.<br />
Babe Norvell strappò la cartina della confezione, tre palline per scatola, palline Barman, rinomata ditta specializzata nella lavorazione della gomma applicata al divertimento e al tempo libero: palle da baseball, palline da golf, yo-yo, preservativi.<br />
120 yarde erano un bel pezzo di strada, da un po’ di tempo in qua molto faticoso per la sua mole, ansimava come una vaporiera dopo 120 yarde e il suo cuore diventava la grancassa della banda municipale. 120 yarde gli suggerivano teneri ricordi dell&#8217;hotel gestito un tempo da sua madre in una bianca cittadina del vecchio Sud, in 120 yarde di pellicola ci stavano poco meno di 6000 fotogrammi, istanti di vita bugiarda che pareva vera, tutta lì la fortuna di Babe, di 120 yarde era fatto il sentiero che passava accanto al cimitero del suo paese, e quando di sera il quartiere galleggiava nella nebbia e lui era ancora un bambino, erano 120 interminabili yarde di puro spago. Norvell assunse quell’espressione assorta e bambinesca che aveva conquistato milioni di spettatori.</p>
<p>- <em>Tutta la mia vita potrebbe stare qui, in questa pallina, in una mano&#8230;</em></p>
<p>Adesso tocca a te, disse Baffy, Col cavolo, disse Spoon, questo è un tiro buono per Bassie, Perché non ti fai gli affari tuoi, Spoon? Tentenna, strano, non l’ha mai fatto, Te lo dicevo io che non toccava a me, Lo vuoi capire ciccione che per un tiro come questo Spoon è il tipo più adatto? Sei proprio un bastardo Baffy, In amore e nel golf tutto è permesso, Di golf non hai mai capito una mazza, Baffy.<br />
La mano di Babe Norvell sfiorò i legni, cioè Baffy, Spoon e Bassie, con inquietante lentezza indecisa, da fargli venire un collasso, poi indugiò sul driver, finalmente afferrò un ferro 5, Mashie, la sventola dal corpicino snello e svelto. Babe bilanciò la sua enorme mole e sbagliò il colpo. La pallina disegnò nel rosso-california-tramonto una parabola triste prima di sparire nella macchia di terebinti, vale a dire volgarissimi bagigi, che delimitava il green.</p>
<p>- <em>È come aver buttato via la propria vita, pensò Babe.</em></p>
<p>Il candido stupore di Babe Norvell. Era per quel suo viso paffuto ed innocente, anche quando voleva fare il feroce non lo prendeva sul serio nessuno, che da una vita lo chiamavano Babe. La sua vita era stata il cinema, il pubblico impazziva per lui… Un sorriso mr. Norvell, Ci dica Babe, ha in mente qualcosa di grosso per il suo prossimo film? Certomentissimo: tanto per cominciore, me medesìmo… poi i tempi erano cambiati: È la vita, Babe, Non fai ridere più nessuno, Babe, Sei vecchio, Babe, Sei patetico, Babe, Okay, Babe, facciamo seimila e ti libero di tutta la chincaglieria, porto via anche la sacca con le mazze, Babe? per carità, almeno quelle, non gli restava che bersi un drink in compagnia delle sue mazze da golf appoggiate all&#8217;angolo della finestra. Si vedeva il mare da quella finestra, lo guardavano abbracciati, lui e lei, soltanto lei ad accoglierlo ancora nei suoi pensieri, il california-mare nel california-tramonto del california-sogno.<br />
Babe mise il naso fra i terebinti scoprendo il laghetto della felicità delle guttaperche e degli spaghi. Stavolta adoperò Niblick ferro Otto, prussiano cacciator di palline fedifraghe, dal colpo corto ma aeronautico, che sparò in orbita la piccola sfera butterata, che s’involò a razzo, rimbalzò su un palo della luce &#8211; nemmeno l’avesse tentato mille volte un tiro del genere gli sarebbe riuscito &#8211; schizzò sui campi che declinavano verso l&#8217;autostrada e cadde in picchiata dentro un furgone che trasportava rottami.<br />
Il camionista vide un pacioccone spuntare da una siepe e affacciarsi sconsolato sull&#8217;asfalto, prima di rimpicciolire nello specchietto retrovisore e poi svanire come una macchiolina di vapore. Ebbe una vaga sensazione di familiarità, ma non se ne occupò più di tanto.<br />
Nella luce stanca della sera tutti correvano sull&#8217;autostrada per riempirsi gli occhi di niente, le orecchie di caos e la bocca di veleno.</p>
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		<title>Tango</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Dec 2007 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1926. Già poeta di una certa fama nel suo paese, Pablo Neruda, poco più che ventenne, desidera sopra ogni altra cosa esplorare il mondo. Diventato amico di un funzionario del Ministero degli esteri cileno, dopo un lungo periodo di corteggiamento, riesce a convincerlo a farsi presentare al Ministro. Quest&#8217;ultimo chiede al funzionario quali sono le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2007/12/tango_1.jpg" alt="" />1926. Già poeta di una certa fama nel suo paese, Pablo Neruda, poco più che ventenne, desidera sopra ogni altra cosa <strong>esplorare</strong> il mondo. Diventato amico di un funzionario del Ministero degli esteri cileno, dopo un lungo periodo di corteggiamento, riesce a convincerlo a farsi presentare al Ministro. Quest&#8217;ultimo chiede al funzionario quali sono le sedi dei servizi consolari cileni in quel momento scoperte. L&#8217;altro cita un lungo elenco di sedi, Neruda afferra al volo solo il primo nome: <strong>Rangoon</strong>.<br />
Quando il ministro gli chiede: &#8220;E lei dove vorrebbe andare?&#8221;, don Pablo risponde con l&#8217;unico nome che ha capito. In capo a qualche settimana (si viaggiava per mare allora) si ritrova in Birmania. L&#8217;avventura si rivela presto molto meno eccitante del previsto:<br />
&#8220;&#8230; Quando arrivava una nave che trasportava paraffina solida e grandi casse di tè per il Cile, dovevo freneticamente timbrare e firmare documenti, seguivano poi mesi di inazione, nei quali non mi restava che la contemplazione solitaria di mercati e di templi&#8221;.</p>
<p>Ma un bel giorno il giovane poeta s&#8217;innamora di una giovane <strong>indigena</strong>, Josie Bliss.<br />
&#8220;Sentivo tenerezza per i suoi piedi nudi, per i fiori bianchi che brillavano tra i suoi capelli scuri&#8221;.<br />
Ma la donna lo ama con &#8220;parossismo selvaggio&#8221;: è gelosa delle lettere che arrivano al poeta, gli nasconde i telegrammi senza aprirli, guarda con rancore perfino l&#8217;aria che lui respira. Qualche volta il poeta, svegliandosi di soprassalto durante la notte, <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2007/12/tango_2.jpg" alt="" />la vede in piedi, oltre la zanzariera, con in mano un lungo coltello, pronta ad ucciderlo.<br />
&#8220;Quando morirari, i miei terrori finiranno&#8221; gli dice la donna.<br />
Così si chiude la storia: &#8220;Avrebbe finito per uccidermi. Per fortuna ricevetti un messaggio ufficiale che mi comunicava il mio trasferimento a Ceylon. preparai il viaggio in segreto e un giorno, abbandonando i miei vestiti e i miei libri, uscii di casa come al solito e salii sulla nave che mi avrebbe portato lontano&#8221;.<br />
Sulla nave che attraversa il golfo del Bengala, Neruda scrive di getto il <em><strong>Tango del Vedovo</strong></em>, dedicato alla donna che ha perso &#8220;perchè nel suo sangue crepitava senza posa il vulcano dell&#8217;ira&#8221;.</p>
<p><em>&#8220;Oh, Maligna, ora avrai trovato la lettera, ora avrai pianto per la furia,<br />
e avrai insultato la memoria di mia madre,<br />
chiamandola cagna rognosa e madre di cani<br />
già avrai bevuto sola, solitaria, il tè del pomeriggio<br />
guardando le mie vecchie scarpe vuote per sempre,<br />
e non potrai ricordare le mie malattie, i miei sogni notturni, i miei pasti<br />
senza maledirmi ad alta voce come se stessi ancora lì&#8230;”</em></p>
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		<title>Tutto questo</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Aug 2006 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di colpo sparirà tutto, ovunque voi sarete. Dimenticherete tutto questo, anche quando vorrete ritornare da dove siete partiti. Non basteranno tutti i Padre Nostro, sottovoce, e il bilico degli adii estivi. Tutto questo è finito. L’estate è finita nel cuore di Eleonora Giorgi in Sapore di Mare 2 che in tutto questo il Ciavarro se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="150" height="219" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2006/08/tutto-questo_1.jpg" alt="" /> Di colpo sparirà tutto, ovunque voi sarete. Dimenticherete tutto questo, anche quando vorrete ritornare da dove siete partiti. Non basteranno tutti i Padre Nostro, sottovoce, e il bilico degli adii estivi. Tutto questo è finito. L’estate è finita nel cuore di Eleonora Giorgi in Sapore di Mare 2 che in tutto questo il Ciavarro se lo porta a casa in moto. Tutto questo è finito negli occhi di Isabella Ferrari che corre verso la spiaggia in bikini in  un film da pomeriggio estivo di Italia Uno.<br />
Tutto questo è morto, anche Don Tonino, altra “saga” (in)finita, lasciata marcire nei vestiti anni novanta post barocco, con qualche traccia anni ottanta (soprattutto nella sceneggiatura, intrisa di Gegia e Jerry Calà a Calacorvino). Ricomincia tutto questo, ricomincia il palinsesto invernale, ricominciano i trailer dei nuovi film: capolavori si diranno, o trash da botteghino. <img class="alignleft size-full" width="175" height="250" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2006/08/tutto-questo_2.jpg" alt="" /><br />
Ricomincia tutto questo, la febbre del mattino, la nebbia di noi milanesi, il banale freddo sotto le coperte, i commenti ai vincitori di Venezia, i film che tanto hai aspettato (?).<br />
E tutto questo avrà una fine malsana. L’odio per i presupposti da nuovo anno, tutti gli abbonamenti alle palestre che con il freddo saranno sprecati come le casse dei pandori fuori dalla porta (sentiti  già i primi odori invernali natalizi?). Le nuove prospettive settembrine non faranno passare il dolore, gli arrivederci saranno adii. Il bilico rimarrà bilico.<br />
Nella mente ritornano gli spazi delle Invasioni barbariche, le case chiuse di Ornella muti al telefono staccato in Codice Privato di Citto Maselli (è la sua vera analisi?), i finali che  non ritornano di 8 e ½ e di Big Fish: di che pasta sono fatti  i sogni?<br />
Tutto questo è solo un mix di immagini, che presto finirà come finisce il sogno appena svegli e si è costretti a scappare ancora, dai diavoli – giovane Rosemary – dalle vecchie storie cancellate – caro Gondry.<br />
E da che cosa ancora Alice? </p>
<p><strong>I pesci shakespeariani nuotavano in mare, lontano dalla terra;<br />
I pesci romantici nuotavano in reti che facevano capo a una mano;<br />
Che cosa sono tutti quei pesci che boccheggiano sulla spiaggia?</strong></p>
<p>Tutto questo è Yeats.<br />
Tutti quei pesci siamo noi?<br />
E dov’è finito tutto il nostro Amore Pensato?<br />
Bentornato Nuovo Mondo.</p>
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		<title>Amatemi</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2005 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voglio essere amata tutte le volte che amo. Mi basta questo. Mi basta sapere che in quel momento, quando io amavo lui, lui amava me. È una corrispondenza marziana, è il galeone del Luna Park che va avanti e indietro, avanti e indietro in un equilibrio sicuro. Voglio essere amata. Me ne frego di tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="200" height="245" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2005/06/amatemi_1.jpg" alt="" />Voglio essere amata tutte le volte che amo. Mi basta questo. Mi basta sapere che in quel momento, quando io amavo lui, lui amava me. È una corrispondenza marziana, è il galeone del Luna Park che va avanti e indietro, avanti e indietro in un equilibrio sicuro.<br />
Voglio essere amata. Me ne frego di tutto il resto, del figlio di lui con un’altra. Me ne frego del mio orgoglio, preferisco addobbare di nastrini i miei ricordi.<br />
Nina, Isabella Ferrari, stravolge il suo modo di confrontarsi con l’amore, e inconsciamente fissa la telecamera del marito Renato De Maria (“Amatemi”, uscito nelle sale oggi, è il 18 giugno 2005: riferimento temporale). Una stretta analisi è il mondo di De Maria, bloccato dal silenzio di risposte che vorrebbe sentire, di una donna che è voce in un supermercato (“si chiude signore, si chiude”: mai pensato chi si cela dietro quelle frasi automatiche?).<br />
Il matrimonio contemporaneo è non confrontarsi.</p>
<p><img class="alignleft size-full" width="200" height="193" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2005/06/amatemi_2.jpg" alt="" />«<em>Come va il mondo?<br />
Bene.<br />
Come va il mondo?<br />
Male</em>».<br />
<strong>Jovanotti  (Tanto)³</strong></p>
<p>Come Holly Golightly (“Colazione da Tiffany”) che si sistema il trucco per leggere una lettera d’amore. Non sminuire che ti ama.<br />
Anche Nina si sistema il trucco prima di parlare, prima di dire “si chiude signore, si chiude”: è un circolo vizioso il confronto. È il circolo di chi ti dice “ama te stesso e curati, gli altri ti ameranno”. Amare. Incominci a prenotare la pulizia del viso, a ricoprirti il corpo di latte dopo bagno, a essere l’energica che non sarai.<br />
Amati solo se sai che tutte le volte sarai amata. Confrontarsi vuol dire non sapere da dove partire. È così che ci si sente degli ignoranti analisti da quattro soldi con  soluzioni in mano. Perché analizzarsi vuol dire confrontarsi con qualcos’altro.<br />
Penso che saremo tutti schizofrenici un giorno.<br />
<img class="alignright size-full" width="260" height="146" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2005/06/amatemi_3.jpg" alt="" />12 giugno 2005: “Millimetri: sensazioni di cose minime” di Sergio Antonino alla Biennale di Venezia. Danza contemporanea ballata in un letto di uova sode, ballerini che cercano di non schiacciarle e lasciano imprimere la pelle dalla luce di un palcoscenico bagnato (la Biennale nella sua spettrale individualità di città molto amata: saremo tutti ricambiati dai suoi palazzi?), con la paura di sbagliare a coordinarsi, di cadere nel fondo putrido della laguna.<br />
Loro ballavano e, dopo avere invidiato i loro muscoli elastici, guardando e ridendo se un uovo era più o meno stato falciato, capivo di non essere uno di loro. Non eravamo come loro che prendevano respiro per seguire un ritmo. No.<br />
Noi siamo le uova. </p>
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		<title>Quadro</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2005 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il quadro della situazione è il seguente: cercherò di descrivere cornice, poi tela, e infine chi guarda. Certo, cercate voi, dentro il vostro quadro, di percepire la visione di insieme. Per esempio, Gericault al Louvre, ha nella sua zattera di Medusa radici di forza ma anche di pazienza. Con la sua enorme pesantezza ricopre il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2005/04/quadro_1.jpg" alt="" />Il quadro della situazione è il seguente: cercherò di descrivere cornice, poi tela, e infine chi guarda. Certo, cercate voi, dentro il vostro quadro, di percepire la visione di insieme. Per esempio, <strong>Gericault</strong> al Louvre, ha nella sua zattera di Medusa radici di forza ma anche di pazienza. Con la sua enorme pesantezza ricopre il muro colorato di nappa, e sembra cadere piano, tanto da affogarci dentro. La bandiera no, chiariamo subito. Non tocchiamo il trionfo. C’è e si vede. C’è dal momento in cui paghiamo il biglietto, scesi attraverso la piramide di vetro, e girando la testa intorno al nostro perno. Il nuovo quadro della situazione è il seguente: mi trovo al <strong>Louvre</strong> e ho pagato il biglietto. Ho tre scelte per tre sale, e vorrei il Paradiso. Secondo me, Gericault è l’Inferno, con tutte quelle cornici ammassate che chiedono attenzione. Io scenderei nelle fondamenta, passando per la dea senza braccia, che da lontano sembra dentro ad  una cornice. In realtà è una porta, e i movimenti intorno sono persone, o direi macchine fotografiche <img class="alignleft size-full" width="140" height="221" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2005/04/quadro_2.jpg" alt="" />con flash che cercano, sempre più vicino, di raccogliere l’anima nel bicchierino del diaframma. Ogni quadro ha i suoi fruitori. Anche guardando fuori, mentre la <strong>Niche di Samotracia</strong> imperiosa non guarda nessuno, e <strong>Rosso Fiorentino</strong> si saluta con la coda dell’occhio. I pesci dentro alla fontana hanno i loro sforna-cibo. Il quadro della situazione è il seguente: fontana circolare, tante sedie occupate intorno, i bambini che sfamano i pesci, io che leggo un libro sulla panchina davanti. Sono un povero descrittore in attesa di un nuovo quadro: il pendolo di <strong>Focault</strong> sopra il Museo D’Orsay, o Monet che dipinge l’<strong>Orangerie</strong>.  Il quadro della situazione non è più presente, assente perché solo negli incubi, quando il cattivo mi spara, potrei descrivermi con esatta descrizione <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2005/04/quadro_3.jpg" alt="" />della mia persona. Questa è decisamente la quarta menzogna. Il quadro di tutto è che vorrei salire le scale che ho davanti, proseguire per Place Vendôme e ammirare l’<strong>Opéra</strong>: che trionfo! È un quadro simile alla Calvata delle Valchirie, Coppola escluso. Che trionfo Parigi con le sue statuette falliche in ogni dove, tutto simile a un quadro d’appendere, quelli che hanno sullo sfondo un lampione sempre acceso e una donna che cammina. <strong>Baudelaire</strong> passava di qui, con i suoi pantaloni bianchi. Anche <strong>Geltrude Stein</strong>, ma è meno poetico… o meno quadro. </p>
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		<title>Violenza</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2004 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attraente, lasciva, elettrizzante, disgustosa. La violenza è uno dei personaggi che accompagna costantemente la vita e tale è la sua identificazione nel cinema di Tarantino: un tetro compagno che segue l’esistenza e che rivela la sua molteplice immagine ogni qual volta si presenti. Commovente, brutale e sadica durante il balletto di Mr. Blonde che mozza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Attraente, lasciva, elettrizzante, disgustosa. </p>
<p>La violenza è uno dei personaggi che accompagna costantemente la vita e tale è la sua identificazione nel cinema di Tarantino: un tetro compagno che segue l’esistenza e che rivela la sua molteplice immagine ogni qual volta si presenti.<br />
Commovente, brutale e sadica durante il balletto di Mr. Blonde che mozza l’orecchio destro del poliziotto Marvin Nash (<em>Reservoir dogs</em>); improvvisa, balorda e illogica quella compiuta su Marvin nell’auto di Jules e Vincent (<em>Pulp fiction</em>); spilorcia, amorale e scimunita quella realizzata del fattorino Ted che tronca il mignolo di Norman per la scommessa tra questi e Chester Rusch (<em>Four rooms : the man from Hollywood</em>); deviata, degenere ed inconscia quella di Ritchie Gecko sull’ostaggio Gloria (<em>From dusk till dawn</em>);  liberatoria, azzittente e disordinata quella di Louis Gara contro la petulante Melanie Ralston (<em>Jackie Brown</em>); giustificata, degna di ammirazione e di una bellezza da togliere il fiato nel caso della danza di morte della Sposa nella casa delle foglie blu (<em>Kill Bill</em>).</p>
<p>Anche se rimane un atto di pura oscenità, l’atto violento, viene legittimato da una coscienza offesa che ne estirpa ogni livore e lo scombina fino a portarlo alla sua più scenografica manifestazione realizzando affascinanti rappresentazioni di brutalità .</p>
<p>“La violenza tarantiniana è una condizione del mondo, non una sua anomalia.”</p>
<p>L’espressione visiva della violenza: la crudeltà e la seduzione che da essa scaturiscono con torrentizia vigoria, come feroci e cadenzati fotogrammi che trafiggono la nostra moralità… e siamo costretti a serrare gli occhi per eludere quegli irruenti ed intermittenti lampi che scrollano più l’integrità dei nostri pensieri che la repulsione per la barbarie commessa.</p>
<p>Lo spettatore viene scalzato dalle sue convinzioni portandolo forse a rimanere, attraverso la rappresentazione filmica,  più scioccato da una siringa di adrenalina conficcata diritta nel cuore di Mia Wallace (<em>Pulp fiction</em>) che dalla concreta e cruda violenza visibile nei reportage di guerra dei telegiornali che passano quasi inavvertiti.</p>
<p>Come rimanere inerti davanti a ciò che accade ovunque nel mondo ? </p>
<p>Fin dal 1990 vi sono state 93 guerre in 70 stati attorno al mondo con 5,5 milioni di persone decedute. Il 75% di queste persone erano civili, 1 milione erano bambini.</p>
<p>…casca la terra… tutti giù per terra </p>
<p>Pochi ne parlano.</p>
<p>Quasi nessuno ascolta.</p>
<p>E se ci fermassimo, semplicemente?</p>
<p>“Sit for a while, why rush? The beauty is all around. The red sky of the morning, the different colours of the landscape, the freshness of the breeze. So sit for a while and rest with the spirit of the land.” (John Renshaw)</p>
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		<title>Errore</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2003 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esito una prima volta per alzare lo sguardo dal bancone. Subito dopo ci riprovo e lo vedo. È chino sul suo bicchiere e tenta di accennare uno strano motivo a muso duro. Mi sembra di ricordare quella musica; ad un tratto però la memoria è frenata dalla sua voce. «Sai una cosa? Quanto più la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esito una prima volta per alzare lo sguardo dal bancone. Subito dopo ci riprovo e lo vedo. È chino sul suo bicchiere e tenta di accennare uno strano motivo a muso duro. Mi sembra di ricordare quella musica; ad un tratto però la memoria è frenata dalla sua voce.<br />
«Sai una cosa? Quanto più la gente tenta di evitarmi, tanto più mi presento al loro cospetto.»<br />
Taccio.<br />
«Non lo faccio volontariamente, mi viene spontaneo. Sarà perché molti partono dal presupposto di dovermi evitare ad ogni costo; non riescono ad apprezzarmi per quello che ho da dire su di loro, per quello che ho da insegnargli. Non capiscono che probabilmente se agissero soltanto con un po&#8217; di fiuto e meno costruzioni mentali tutto scorrerebbe meglio. Sbaglierebbero, ma come ha detto il mio amico Karl solo utilizzando un po’ di giudizio critico e rendendosi predisposti ad imparare dagli sbagli si è in grado di fare progressi. Pensi che la strada del progresso sia un percorso rettilineo?»<br />
Butta giù due sorsi e io accenno uno sguardo smarrito in cerca d&#8217;aiuto.</p>
<p>«La strada è un continuo cadere farcita con abbondante voglia di rialzarsi. Quando ti sei rialzato nessuno ti ferma più. Sei caduto, ti sei fatto male sulla tua pelle; ma la tua stessa pellaccia ora cammina trionfante e riluce del fango di quel tonfo. Eppure tutti continuano a maledirmi e ad imprecare contro di me. Come se tutto ciò che accade fosse opera esclusiva di una mano furtiva. Che colpa ne ho io? Sono loro che agiscono male. Siete voi che sbagliate. Credi che sia facile dover portare il peso di tutte le vostre scelte infelici? Pesano e giunti ad oggi sono tante! Ieri mattina ho sfogliato il mio album di foto. Ne ho in bianco e nero con strette di mano immortali e volti saldamente falsi. Ne ho a colori con sorrisi traditi e labbra spente. Ne ho ancora da sviluppare e queste ultime hanno davvero poca luce.»<br />
Si rianima di scatto, pugno secco vicino al bicchiere e sguardo acceso. Solo ora noto il suo volto scavato, i sui capelli brizzolati e folti. Ormai ubriaco riprende a mugolare quel motivetto e la mia memoria fa passi avanti.</p>
<p>Innervosito ricomincia a parlare in piedi; alza la voce e gesticola con le mani contro di me:<br />
«Siete liberi di agire voi. Io invece esisto con voi e basta. Dipendo da voi. Sono matita rossa o blu sul compito di scuola, sono numeri in rosso sul conto delle banche.»<br />
Si risiede silenzioso, tira giù altri sorsi finché in preda ad una visione riprende:<br />
«Ecco ci risiamo Matteo l&#8217;anno prossimo rifarà ancora Storia: che idiota, non ce la farà mai! &#8230; E proprio in questo momento qualcuno sta salutando … sta salutando la sua ragazza davanti ad un portone. Attenta. Ti farà soffrire. Non dire cretinate, stupido! Così la perdi; non ne troverai altre, è LEI. Non lo fare&#8230; Imbecille! Quanto ci metterà quest&#8217;altro a prendersela con me? Io… io… ho tentato!»<br />
La luce sul bancone filtra attraverso il fumo denso del locale e si ferma sul suo volto, incastonando una lacrima lenta.</p>
<p>«Sono stanco. Basta! Domani tanto si ricomincia. Altro giro, altra corsa e in tanto la giostra gira. Anche per oggi mi arrendo e alzo bandiera bianca. Vi osservo da tanto e ancora non vi capisco, mi sembra che ci godiate a chiamarmi in causa nelle vostre vite&#8230; »<br />
Lancia al barista delle banconote fermate da un luccicante fermasoldi. Volta le spalle, si mette un cappello a falda stretta e claudicando si avvia ricominciando a cantare:</p>
<p><em>“…un vecchio errore pagato caro,<br />
un gesto avaro,<br />
avevo il cuore duro<br />
allora ero più amaro,<br />
ero più giovane.<br />
Niente di niente,<br />
spiegalo alla gente<br />
cosa vuol dire;<br />
cosa vuol dire amare l&#8217;amore<br />
senza mai fare neanche un errore…”</em></p>
<p>Afferro il fermasoldi lasciato dal barista. Non so per quale motivo, quel bizzarro personaggio ha attratto l’attenzione. Un’aria vissuta, il suo atteggiamento, tutto gli si addiceva a pennello come cornice portante della vita di un uomo che trasmette, quando parla, la sensazione di essere a contatto con un veggente realista. La curiosità poi in questi casi è difficile da controllare e quel simbolo è tutto ciò che mi rimane della serata. Stupito noto qualcosa di strano inciso sopra. Mi sposto sotto la luce e leggo… è un nome: Monsieur Erreur.</p>
<p><em>“Il punto fondamentale è riconoscere gli errori e correggerli al più presto possibile, prima che facciano troppo danno. Di conseguenza, l’unico peccato imperdonabile è nascondere un errore”.</em></p>
<p>Karl Popper</p>
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