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	<title>hideout &#187; documentari</title>
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	<description>cultura dell&#039;immagine e della parola</description>
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		<title>Marley: l&#8217;artista si fa uomo</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2012 14:18:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Valsecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[bob marley]]></category>
		<category><![CDATA[documentario musicale]]></category>
		<category><![CDATA[festival di berlino 2012]]></category>
		<category><![CDATA[kevin macdonald]]></category>
		<category><![CDATA[reggae]]></category>
		<category><![CDATA[rockumentary]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo documentario sulla vita del padre del reggae realizzato utilizzando gli archivi della famiglia Marley. Prima che una celebrazione del mito, il racconto di un uomo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marley-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-19060" title="Marley-1" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marley-1.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a>Semplicità, attenzione e nessun preconcetto. Non suona esattamente come «Peace, Love &amp; Unity», ma con tutta probabilità a Bob Marley sarebbe piaciuto lo stesso. Anche perché, per quanto <strong>il padre del reggae sia diventato negli anni un’icona con i connotati tipici della santità</strong> (immagino se la giochi col Che per il numero di magliette con sopra la propria effigie diffuse nei licei), a voler ben guardare nel corso della sua vita le predicazioni si sono sempre limitate alla forma canzone. Per intenderci, non lo abbiamo mai sentito esprimere opinioni in prima persona, si è piuttosto fatto portatore di un messaggio universale con alla base una forte componente teologica, data dalla religione rastafari. Che poi è stata ridotta dal mercato a una celebrazione dei colori dell’Africa e del consumo di marijuana, ma non certo per colpa del suo cantore più devoto.</p>
<p>Ma torniamo al film. L’obiettivo dichiarato di Kevin Macdonald è quello di raccontare il Bob Marley uomo. Impresa difficilissima, proprio perché la persona ha finito per essere assimilata col messaggio. E quando il messaggio è quello dell’amore universale, dell’unità tra le persone e del rispetto tra le razze, il rischio che la biografia diventi agiografia è enorme. In questo senso, <strong>il regista britannico</strong> <a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marley-2.jpg"><img class="size-full wp-image-19061 alignright" title="Marley-2" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marley-2.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a>(tutt’altro che sprovveduto, come testimonia l’enorme numero di menzioni e premi ricevuti a fronte di una produzione filmica tutto sommato contenuta) <strong>ha avuto l’umiltà di scegliere la strada più faticosa e meno spettacolarizzante: quella della scrupolosa documentazione sulle vicende e sui loro protagonisti</strong>. Nella fattispecie, il suo documentario presenta una mole impressionante di interviste realizzate secondo il principio del «a chi ha qualcosa da dire su Bob per esperienza diretta sia data la parola».</p>
<p>In primo piano, come è giusto che sia, troviamo i familiari di Marley. Ma anche i membri della sua crew negli anni Settanta, le sue amanti, i colleghi e perfino l’infermiera tedesca che lo accudì negli ultimi giorni di ricovero in ospedale. Tutti quanti, e questo in ultima analisi è il motivo per cui il film funziona così bene, estremamente onesti nel raccontare il proprio rapporto con Bob, senza troppa costruzione mitologica intorno. <a href="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marley-3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-19062" title="Marley-3" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2012/06/Marley-3.jpg" alt="" width="250" height="172" /></a><strong>Ne esce così il ritratto di un essere umano autentico: un uomo di fede e un artista puro, ma anche un padre poco paterno, un musicista ambizioso e un marito spesso egoista</strong>. Lesa maestà? Tutt’altro. Le debolezze di Marley, lo riportano allo status di comune mortale esaltandone la grandezza nei momenti migliori. Quelli in cui si mise col cuore al servizio di un’ideale di pace che nella Giamaica di quel decennio, devastata dalla violenza, richiedeva non solo parole, ma anche atti di coraggio. <strong>Un’operazione talmente ben condotta da giustificare perfino una concessione alla retorica sui titoli di coda</strong>, così ben dosata da risultare – quasi a sorpresa – commovente.</p>
<p><strong>Curiosità: </strong>In Italia il film sarebbe dovuto uscire nelle sale per un giorno soltanto, il 26 giugno 2012 per poi uscire direttamente in Home Video. Ma il grande successo (16.666 spettatori per un incasso di € 158.285 in un solo giorno) ha portato gli esercenti a chiederne a gran voce una distribuzione regolare a partire dal 29 giugno 2012.</p>
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		<title>Ritratto di un instancabile giramondo</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saba Ercole</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo I cantori di Carpino, Thierry Gentet torna in Puglia, per ripercorrere le tappe fondamentali della vita di un grande professionista del cinema italiano: Ferruccio Castronuovo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/06/ritratto-di-un-instancabile-giramondo_1.jpg" alt="" />Girare un documentario sulla vita di un grande professionista non è sicuramente impresa facile: ci sono documenti da ricercare, interviste da fare e, soprattutto, una sceneggiatura da scrivere che non cada nel pericolo, sempre in agguato quando si tratta di questa tipologia di film, di passare dal genere biografico a quello agiografico. Se il personaggio in questione è Ferruccio Castronuovo, tale impresa parrebbe quasi impossibile, tanto numerose sono state le sue esperienze professionali e umane. <strong>Fumettista, cabarettista, attore, scrittore, regista, la vita di Ferruccio sembra davvero un continuo viaggio</strong>, una perenne avventura, ed è proprio questo il filo conduttore dell’affettuoso ritratto che Thierry Gentet dedica al maestro, soggetto, interprete e voce narrante di questa docu-fiction attraverso cui si ripercorrono le tappe più significative della sua vita e della sua carriera. Dalla Puglia all’Etiopia, da Parigi a Roma, la vita di Ferruccio è una storia da raccontare, una vita passata a ricercare storie da raccontare.</p>
<p>Come egli stesso afferma durante la prima del film in Italia, presso l’Apulia Film Commission, <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/06/ritratto-di-un-instancabile-giramondo_2.jpg" alt="" />“ho iniziato a raccontare ciò che avevo attorno e ciò che avevo attorno era la Puglia”: è proprio qui che avviene l’iniziazione del maestro a quello che è il cuore del cinema, ovvero la sua vocazione narrativa, <strong>una vocazione che, come egli stesso sottolinea, sembra esser stata dimenticata da molti che il cinema lo fanno o pretendono di farlo</strong>. Per Ferruccio, infatti, scrivere una sceneggiatura è come scrivere un romanzo: essa è alla base di un film e solo la storia permette al cinema di superare il passaggio della Storia. Sono stati gli sceneggiatori a contribuire fortemente a render tale l’“epoca d’oro” del cinema italiano, che mai come in questo momento ha bisogno di riprendere a raccontare storie per poter recuperare il suo posto nella Storia.</p>
<p>Thierry lascia parlare Ferruccio, lo accompagna ai luoghi a lui cari, accostando il suo racconto a vecchi filmati in bianco e nero, ricostruzioni di alcuni episodi della vita del regista e immagini tratte dal backstage de <em>La città delle donne</em> <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/06/ritratto-di-un-instancabile-giramondo_3.jpg" alt="" />di Fellini, con il quale a lungo ha collaborato. Fellini torna spesso nelle parole di Ferruccio: lui, aiuto regista del maestro, è stato a sua volta regista del Fellini personaggio, del Fellini che ricostruiva in toto la realtà in studio perché temeva di confrontarsi con essa dal vero, del Fellini grande regista perché aveva pienamente compreso che il cinema è fatto di fantasia e di ironia. Proprio <strong>l’ironia è per Ferruccio il carburante necessario a questo treno affinché non smetta mai di superare una stazione dietro l’altra</strong>. “A settantadue anni conservo lo spirito di un bambino” ed è con gli occhi dei bambini che ci invita a guardare la vita, a guardare il cinema, per restituirgli lo scopo per il quale è nato: quello di essere la fabbrica dei sogni.</p>
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		<title>Due donne per un bebé</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Valsecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Un documentario italiano sul tema dell'omosessualità e in particolare sulle difficoltà che una coppia lesbica è costretta ad affrontare nel momento in cui decide di avere un figlio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/04/due-donne-per-un-beb-_1.jpg" alt="" />A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo notare che – pur lentamente – <strong>l’omosessualità sta diventando un argomento sempre meno “minato” per la produzione televisiva e cinematografica italiana</strong>. Negli ultimi mesi abbiamo visto nei cinema un film dedicato all’amore tra due donne, <em>Viola di mare</em>; mentre la fiction televisiva ci ha proposto <em>Io e mio figlio</em>, sequel (in verità piuttosto annacquato) della miniserie <em>Mio figlio</em>, che nel 2005 fece urlare allo scandalo per la scelta di portare sul piccolo schermo il rapporto tra un genitore e il figlio gay. Tutto questo mentre al <em>Grande Fratello</em> si susseguono baci saffici e si problematizza l’innamoramento di un concorrente omosessuale per un altro concorrente etero. A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, invece, ci sarebbe da far notare che i media, da questo punto di vista, stanno due passi più indietro rispetto alla società civile. Insomma, a più di tre anni dal dibattito sui diritti civili delle coppie omosessuali, tv e cinema nostrani – lungi dal portare in scena la complessità delle problematiche sociali legate allo status di omosessuale &#8211; sembrano ancora occupati a interrogarsi su come possa essere rappresentata la figura del gay. Un ritardo piuttosto sconfortante. </p>
<p>Fortuna che esiste il documentario. Un genere che in Italia, per quanto inspiegabilmente confinato in una nicchia (possibile che il servizio pubblico non faccia nulla per promuoverlo?), continua a dimostrarsi vitale e in sintonia con lo “spirito dei tempi”. Ne è testimonianza questo <em>Over the Rainbow</em>, di Maria Martinelli e Simonetta Cocozza, che ci mette di fronte a quelle che sono <strong>le difficoltà che una coppia lesbica è <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/04/due-donne-per-un-beb-_2.jpg" alt="" />costretta ad affrontare nel momento in cui decide di avere un figlio</strong>. Una tematica, quella della famiglia omosessuale, solo sfiorata dalla fiction nel 2006 con <em>Il padre delle spose</em>, dove un attonito Lino Banfi scopriva che la figlia emigrata in Spagna si era sposata senza avvertirlo con una donna che aveva avuto una figlia da una relazione precedente. Eppure è esperienza comune che lo scoglio più grosso da superare per una coppia omosessuale, allo stato attuale delle cose, sia proprio il veder riconosciuta la propria aspirazione alla genitorialità. E non mi riferisco solo all’aspetto legislativo della questione, caratterizzato in Italia dalla solita voragine normativa che costringe fughe all’estero e lascia comunque escluso dal riconoscimento il genitore non biologico. Parlo anche dell’opinione comune, che vede perfino i più progressisti mettere in dubbio il fatto che due persone dello stesso sesso possano crescere un bambino.</p>
<p><em>Over the Rainbow</em> racconta proprio questo: <strong>l’infinita forza di volontà che due donne devono tirare fuori per potersi “permettere” un figlio tutto loro</strong>. Il nocciolo del problema, infatti, non è tanto la rappresentazione dell’iter burocratico e organizzativo che Daniela e Marica, le protagoniste del film, devono affrontare per arrivare alla gravidanza, quanto il lavoro che devono fare prima su se stesse e poi sulle proprie relazioni con familiari e amici. Questo approccio si traduce in una struttura filmica costruita <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/04/due-donne-per-un-beb-_3.jpg" alt="" />su una serie di dialoghi e discussioni che sviscerano da più punti di vista il tema centrale. Una scelta piuttosto netta, sia chiaro, che può essere amata o odiata. Se siete fan dei documentari-shock, quelli che muovono verso l’indignazione, qui non troverete grande soddisfazione. <em>Over the Rainbow</em> è un documentario tutto psicologico, che si propone di parlare della società attraverso una singola storia, in ossequio alla visione per cui “il privato è politico”. Il suo passo è quello del confronto tra persone e della riflessione intima. E la sua efficacia risiede tutta nel metterci di fronte a emozioni e inquietudini perfettamente umane e comprensibili. Il rovescio della medaglia, d’altra parte, sta nello sforzo che richiede allo spettatore: quello dell’empatia.</p>
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		<title>Semplici sguardisull&#8217;odio</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno sguardo semplice che non vuole giudicare l'umanità, ma trasmetterne una parte è quello di Christian Poveda, algerino cresciuto a Parigi e poi spostatosi in El Salvador per raccontare, fino alla fine, la guerra tra le bande locali di quel paese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/03/semplici-sguardi-br-sull-odio_1.jpg" alt="" />Ci sono tre tipi di documentari sulle gang. Il primo è quello sensazionalista, con grafiche tamarre e musica aggressiva, colpi di pistola, sangue dappertutto e voce narrante gutturale. Il secondo è tipo <em>Made in America</em> di Stacy Peralta: uno sguardo onesto e retrospettivo che cerca di mettere il crimine in un contesto storico e sociale più ampio, parlando prevalentemente con gente che ha già capito che esiste un mondo oltre le gang e cerca di aiutare gli altri gangster a capirlo. E poi ci sono i documentari dove non c&#8217;è <strong>nessuna voce narrante, nessun contesto, ma si è messi di fronte alla routine quotidiana</strong> di gente per cui è normale andare al lavoro con il figlio appena nato appeso al collo ed un tatuaggio che ti copre la faccia intera e dice a tutti che sei una persona da buttare. Gente che è costretta ad acconsentire all&#8217;internamento del proprio figlio in un carcere minorile, perchè tanto non serve a niente mandarlo a scuola per ritrovarselo subito in strada che rischia di farsi ammazzare. Oppure ancora una donna che va dal dottore a provarsi un occhio di vetro, poco dopo che le hanno estratto una biglia dal cranio che probabilmente qualche membro di una gang rivale le ha sparato in faccia con un fucile casereccio. Non vediamo la violenza, nessun ragazzino esaltato con un AK-47 più grosso di lui si vanta davanti ad un obiettivo silenzioso. Non ci sono assassini, solo funerali. </p>
<p>Le storie che Christian Poveda è riuscito a raccontarci impressionano per la semplicità di <strong>uno sguardo che non giudica l&#8217;umanità, ma si fa carico di trasmetterla senza filtri retorici</strong>. Poveda voleva far vedere questa gente al mondo, farci capire come vivono, le soluzioni che cercano. Il fotografo e documentarista ci teneva particolarmente a raggiungere gli Stati Uniti con questo film, siccome le gang in El Salvador sono un fenomeno di importazione. Perchè la globalizzazione si manifesta anche in franchising come questo: <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/03/semplici-sguardi-br-sull-odio_2.jpg" alt="" />membri di gang nate nelle strade e nelle prigioni di Los Angeles vengono deportati nel loro paese, dove nuove e più organizzate cellule si sviluppano per arricchire un network sempre più fitto ed internazionale che si foraggia con traffico di droga ed immigrazione clandestina. Le deportazioni sono un modo in cui gli Usa rimbalzano al governo del Salvador gente che poi ci tornerà, magari dopo aver passato del tempo nelle prigioni-college della loro patria, dove imparano il mestiere prima di tornare in cerca di fortuna nelle strade della California o del Maryland. Sedotti dal sogno americano, che non è necessariamente una villetta con un garage a due posti, ma anche il rispetto delle strade e la forza di segni e colori. Le maras del Salvador sono forse l&#8217;esempio più evidente di come la povertà coniugata con un&#8217;immaginario globalizzato possa dare luogo a forme ed estetiche di violenza, facilmente utilizzabili da un governo corrotto come capro espiatorio per carenze locali. Poveda ci teneva a far vedere anche agli americani quello che succede lontano dalle loro strade, che hanno ispirato i nomi di gang i cui simboli fanno tremare. In particolare, è quasi ironico che la Dieciocho, la gang i cui membri il fotografo e documentarista ha intervistato nel suo film, sia nata a LA come 18th Street Gang da base prevalentemente messicana, mentre la sua rivale (la MS-13, o Mara Salvatrucha) ha un carattere più salvadoregno. Usando come pretesto colori e gesti creati in altri paesi, da gente con una cultura diversa (il simbolo della Mara Salvatrucha è ispirato alla musica metal), oggi quei giovani salvadoregni uccidono altri salvadoregni. Da una gang nata per difendere proprio la gioventù del Salvador, quella ospite sgradito del suolo americano, ad una faida intestina nel paese da cui quei gangster erano fuggiti.</p>
<p>Christian Poveda era un immigrato anche lui. Nato in Algeria da genitori spagnoli fuggiti al regime di Franco, era cresciuto a Parigi. <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/03/semplici-sguardi-br-sull-odio_3.jpg" alt="" />Ha documentato guerre ed odio in tutto il mondo, ma guardando il suo film è evidente che non era sceso a compromessi, che non si era abbandonato al cinismo. Trasferitosi in Salvador per seguire la guerra civile è lì che, dopo anni di fatica per terminare il suo lavoro sulle gang, è stato ammazzato. È possibile che abbia detto troppo e che la stessa gente che lo aveva autorizzato a raccontarla abbia alla fine deciso di metterlo a tacere, oppure può essersi trattato di una gang rivale che non ha apprezzato la pubblicità. In ogni caso <strong>a Poveda sopravvive il suo film</strong>, che alla fine è arrivato a destinazione. Sperando che di esso colpisca più la vita che la morte.</p>
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		<title>Il triangolo dei sogni e il suo rovescio</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Hollywood, Disneyland, Sunset Boulevard.  Compton, South Central, Inglewood.
Il triangolo dei sogni e il suo rovescio cuciti insieme nel raggio di appena qualche chilometro di ordito urbano, tutto Made In America.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/il-triangolo-dei-sogni-e-il-suo-rovescio_1.jpg" alt="" />Ogni anno, da quarant’anni, in posti come Compton, South Central e Inglewood vengono uccisi tra i 250 e i 500 afroamericani, principalmente in scontri per il territorio tra membri delle due gang più numerose: i Bloods e i Crips. Si tratta di <strong>uno dei conflitti mai dichiarati più sanguinosi al mondo eppure ha smesso di fare notizia molto tempo fa</strong>.  Derubricato dalla maggioranza degli abitanti di L.A. come un pensiero sgradevole con cui convivere tipo quello del mutuo, per l’amministrazione locale è stato semplice lavarsene le mani addossando la responsabilità all’endemica incapacità della comunità nera di convivere pacificamente. Un evidente pregiudizio razziale che nasconde una verità diversa, quella su cui tenta di fare luce il film di Stacey Peralta, anni orsono uno dei primi pro-skater della storia, oggi apprezzato e brillante documentarista. </p>
<p>Se la versione dei fatti che passa l’establishment politico californiano suona più o meno così: “a questa gente abbiamo dato tutto per vivere al meglio, che possiamo farci se si sparano addosso per ragioni indegne di essere razionali?”, <strong>Peralta cerca <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/il-triangolo-dei-sogni-e-il-suo-rovescio_2.jpg" alt="" />una differente lettura, incrociando indagine storica e reportage sul campo, interviste e materiali d’archivio</strong>. Quel che ne esce racconta una vicenda di razzismo, segregazioni mai del tutto terminate e promesse mai del tutto mantenute. Una storia che ha radici nello schiavismo e prosegue con il dopoguerra, quando molti afroamericani si spinsero nelle grandi città, sedotti da promesse di occupazione e benessere che si rivelarono evanescenti nel giro di nemmeno un decennio. Ghettizzate all’interno di poche aree pianificate, soggette a impoverimento e disoccupazione crescente, negli anni Sessanta le comunità nere di Los Angeles cercarono di trovare un terreno (a volte pacifico, a volte meno) su cui instaurare una dialettica con il macrocosmo sociale bianco che li cooptava. Come andò a finire è cosa nota, anche se non dovrebbe smettere di sbigottire: nel giro di pochi mesi, in un clima di totale indifferenza e connivenza da parte della “cosidetta società civile”, tutti gli esponenti politici del polo dialettico nero (Malcolm X, Martin Luther King, Huey P. Newton e altri leader delle Pantere Nere)  furono sistematicamente tolti di mezzo tramite una serie di arresti e/o esecuzioni mirate che Peralta rappresenta telegraficamente in una delle scene più riuscite del suo film.<img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/il-triangolo-dei-sogni-e-il-suo-rovescio_3.jpg" alt="" /></p>
<p>Ogni possibilità di costruire una consapevolezza nera venne così letteralmente sbriciolata nel pugno di personaggi come Edgar J. Hoover (capo della CIA all’epoca) e gli anni Settanta si aprirono su una comunità ormai priva di guida, autocoscienza e opportunità; incapace di concepire un esistenza diversa dalla mera sopravvivenza “dog-eat-dog”. Fu così che arrivarono le armi, le gang, la droga e il definitivo frazionamento di quella che era <strong>un’identità in potenza cui non si è mai davvero concesso l’opportunità di costituirsi</strong>. Questa è la versione di Peralta: Blood Vs Crips? Bianca farina del sacco americano.</p>
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		<title>L&#8217;industriadel capello</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anonimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Chris Rock, geniale comico americano poco conosciuto in Italia, è protagonista di un documentario su un'industria, quella del taglio dei capelli, che nasconde una violenza silenziosa e quotidiana prodotta dall'establishment statunitense.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/l-industria-br-del-capello_1.jpg" alt="" />Forse lo conoscete per le comparsate nei film di Eddie Murphy, ma Chris Rock è uno dei migliori comici viventi. Figlio di un&#8217;insegnante di sostegno e di un fattorino, dopo una carriera lunga e non sempre generosa il ragazzino nero di Brooklyn è passato dallo sgusciare gamberi a uccidere nei suoi speciali HBO, vincendo Emmy su Emmy. Il meritato rispetto gli viene, oltre che dall&#8217;enfasi da predicatore e dal tempismo impeccabile, anche da una formula comica unica. Lo sguardo di Rock è lucido, e la sua presa sul linguaggio e sulla struttura delle cose gli permette di <strong>riflettere criticamente sulla cultura afroamericana utilizzando gli stereotipi culturali come strumenti di studio</strong>, invece che come facili armi a doppio taglio. Lanciato al Sundance 2009, <em>Good Hair</em> non è il suo primo approccio al cinema, ma forse è il film che più si avvicina &#8211; pur nella sua forma documentaristica &#8211; alla sua intelligenza comica. Il tema di partenza è un <em>deja-vu</em> per i fan che si ricordano il suo primo comedy album, <em>Born Suspect</em>: l&#8217;ossessione delle donne nere per i cosiddetti &#8220;capelli buoni&#8221;. Quelli, cioè, delle donne bianche.</p>
<p>Magari non ci si fa caso, ma quando vediamo personalità nere influenti come Michelle <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/l-industria-br-del-capello_2.jpg" alt="" />Obama e Oprah Winfrey ci scordiamo che i loro capelli lisci e ben curati non sono cresciuti così dalla loro testa, ma sono il risultato di lunghi, dolorosi e costosi trattamenti di rilassamento, <em>extension</em> e <em>styling</em>. Questo perchè una donna nera non può aspettarsi di essere presa sul serio in un mondo dominato da maschi bianchi, e dalla studentessa appena laureata che va a un colloquio di lavoro alla moglie di Obama nessuna si può permettere un cespuglione afro (persino il reverendo ed attivista Al Sharpton si rilassa i capelli prima di parlare col presidente). Il perno logistico del film è il gigantesco <em>Bronner Brothers Hair Show</em> di Atlanta, vero e proprio centro di gravità dell&#8217;industria del capello nero negli Usa. Lì si vende di tutto, dalle creme rilassanti alle extension di capelli umani, ma l&#8217;evento top sono le esibizioni live che decidono i migliori esperti domatori del crespo. A parte i doverosi dettagli folkoristici, comunque, <em>Good Hair</em> <strong>smonta pezzo per pezzo un&#8217;industria prolifica e globale</strong>, spingendosi fino ai templi indiani dove i capelli vengono venduti dopo le rasature rituali per poi essere distributi, fino ai barbershop dei quartieri statunitensi. Per raccontare lo stile e le contraddizioni dei capelli buoni, il comico intervista un po&#8217; chiunque, da professionisti ad attrici come Nia Long, passando pure per il già citato Sharpton e il rapper Ice-T.<img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/l-industria-br-del-capello_3.jpg" alt="" /></p>
<p>Come nella sua stand-up, Rock non si scorda le questioni strutturali ed economiche che stanno dietro al quotidiano, svelandoci un&#8217;industria dominata da bianchi e asiatici piuttosto che produttiva per la comunità nera. <em>Good Hair</em> è <strong>una visione imprescindibile per avere un&#8217;idea della violenza silenziosa e quotidiana che ogni giorno l&#8217;establishment statunitense applica</strong> su una delle più antiche e controverse minoranze presenti sul suo suolo, ma anche della vitalità e creatività che nonostante tutto ne scaturiscono, trasformando un mezzo di oppressione in uno di espressione.</p>
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		<title>Quelle voci inaudite</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Valsecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Sergio Basso, giovane regista già collaboratore di Gianni Amelio per La stella che non c'è, ci presenta il primo documentario dedicato alla comunità cinese di Milano. Non mancano le sorprese, tanto nei contenuti quanto nelle scelte stilistiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/quelle-voci-br-inaudite_1.jpg" alt="" /><strong>Se siete milanesi, potreste viverlo come un evento: state finalmente per sentire le voci degli immigrati orientali che incontrate ogni giorno per strada ma coi quali non avete mai scambiato nemmeno due parole.</strong> Se invece siete di Roma, Genova o Torino, pur non essendo direttamente chiamati in causa, non lasciatevi scappare l’occasione di vedere un bel documentario diretto da un giovane e bravo regista italiano. S’intitola <em>Giallo a Milano</em>, tratta della più antica comunità cinese in Italia e intorno al 14 febbraio, in occasione del Capodanno della Tigre, sarà distribuito in alcuni cinema dei capoluoghi di Lombardia, Piemonte, Lazio e Liguria.</p>
<p><img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/quelle-voci-br-inaudite_2.jpg" alt="" />Costruito intorno a un’ideale elenco in quindici punti degli elementi necessari a costruire un buon giallo (genere che col documentario condivide la missione dello svelare un mistero), <strong>il lavoro di Sergio Basso colpisce fin dalle prime scene, grazie a un approccio anomalo e spiazzante.</strong> Nella stragrande maggioranza delle scene, infatti, la narrazione non procede, come ci si aspetterebbe da un documentario, per dichiarazioni rilasciate alla telecamera. A susseguirsi sono invece dei dialoghi tra i protagonisti, lasciati a parlare tra loro in modo spontaneo alla presenza della macchina da presa. Una scelta curiosa e non priva di rischi: il regista racconta infatti di aver dovuto lavorare molto prima delle riprese per creare con i soggetti filmati la giusta intimità, in modo da permettere loro di aprirsi in modo naturale alla presenza delle telecamere. Una scommessa vinta anche grazie alla capacità di Basso di esprimersi correttamente in mandarino, conquistandosi la fiducia dei cinesi coinvolti.</p>
<p><strong>Altri punti a favore di questo lavoro, le particolarissime animazioni che ne animano le prime sequenze e l’ottimo lavoro svolto sui materiali d’archivio.</strong> <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/quelle-voci-br-inaudite_3.jpg" alt="" />La scelta di inserire sequenze animate, come ha dichiarato lo stesso Basso, è dovuta al desiderio di proteggere l’intimità di un collaboratore di giustizia cui era stata chiesta una testimonianza, senza che l’uso della voce camuffata o della ripresa di spalle mitigassero la potenza della sua testimonianza. Per quanto riguarda filmati e foto d’epoca, invece, il merito è tutto della stessa comunit&#038;agrave cinese, i cui membri hanno accettato di fornire materiali e contributi per la realizzazione di un film che &#8211; se riuscirà, come merita, ad arrivare a un pubblico numeroso – darà il suo contributo all’estinzione di qualche luogo comune ormai stantio. Anche per questo, vale la pena di supportarlo.</p>
<p><strong>Curiosità:</strong> a partire da metà febbraio, sul sito del <em>Corriere</em> sarà attivata anche una piattaforma crossmediale dedicata a <em>Giallo a Milano</em>. Da lì sarà possibile accedere ad alcuni contenuti extra non inclusi nel montaggio finale del film, comprese tre interviste inedite.</p>
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		<title>Quelle vociinaudite</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Valsecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Sergio Basso, giovane regista già collaboratore di Gianni Amelio per La stella che non c'è, ci presenta il primo documentario dedicato alla comunità cinese di Milano. Non mancano le sorprese, tanto nei contenuti quanto nelle scelte stilistiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/quelle-voci-br-inaudite_1.jpg" alt="" /><strong>Se siete milanesi, potreste viverlo come un evento: state finalmente per sentire le voci degli immigrati orientali che incontrate ogni giorno per strada ma coi quali non avete mai scambiato nemmeno due parole.</strong> Se invece siete di Roma, Genova o Torino, pur non essendo direttamente chiamati in causa, non lasciatevi scappare l’occasione di vedere un bel documentario diretto da un giovane e bravo regista italiano. S’intitola <em>Giallo a Milano</em>, tratta della più antica comunità; cinese in Italia e intorno al 14 febbraio, in occasione del Capodanno della Tigre, sarà distribuito in alcuni cinema dei capoluoghi di Lombardia, Piemonte, Lazio e Liguria.</p>
<p>Costruito intorno a un’ideale elenco in quindici punti degli elementi necessari a costruire un buon giallo (genere che con il documentario condivide la missione dello svelare un mistero), <strong>il lavoro di Sergio Basso colpisce fin dalle prime scene, grazie a un approccio anomalo e spiazzante.</strong> <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/quelle-voci-br-inaudite_2.jpg" alt="" />Nella stragrande maggioranza delle scene, infatti, la narrazione non procede, come ci si aspetterebbe da un documentario, per dichiarazioni rilasciate alla telecamera. A susseguirsi sono invece dei dialoghi tra i protagonisti, lasciati a parlare tra loro in modo spontaneo alla presenza della macchina da presa. Una scelta curiosa e non priva di rischi: il regista racconta infatti di aver dovuto lavorare molto prima delle riprese per creare con i soggetti filmati la giusta intimità, in modo da permettere loro di aprirsi in modo naturale alla presenza delle telecamere. Una scommessa vinta anche grazie alla capacità di Basso di esprimersi correttamente in mandarino, conquistandosi la fiducia dei cinesi coinvolti.</p>
<p><strong>Altri punti a favore di questo lavoro, le particolarissime animazioni che ne animano le prime sequenze e l’ottimo lavoro svolto sui materiali d’archivio.</strong> La scelta di inserire sequenze animate, come ha dichiarato lo stesso Basso, è dovuta al desiderio di proteggere l’intimità di un collaboratore di giustizia <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/02/quelle-voci-br-inaudite_3.jpg" alt="" />cui era stata chiesta una testimonianza, senza che l’uso della voce camuffata o della ripresa di spalle mitigassero la potenza della sua testimonianza. Per quanto riguarda filmati e foto d’epoca, invece, il merito è tutto della stessa comunità cinese, i cui membri hanno accettato di fornire materiali e contributi per la realizzazione di un film che &#8211; se riuscirà, come merita, ad arrivare a un pubblico numeroso – darà il suo contributo all’estinzione di qualche luogo comune ormai stantio. Anche per questo, vale la pena di supportarlo.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
A partire da metà febbraio, sul sito del <em>Corriere</em> sarà attivata anche una piattaforma crossmediale dedicata a <em>Giallo a Milano</em>. Da lì sarà possibile accedere ad alcuni contenuti extra non inclusi nel montaggio finale del film, comprese tre interviste inedite.</p>
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		<title>Zdenekdei miracoli</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Garioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Un documentario su un uomo che ha, in un modo o nell'altro, segnato il calcio italiano degli ultimi vent'anni: Zdenek Zeman e il suo Foggia dei miracoli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/01/zdenek-br-dei-miracoli_1.jpg" alt="" />Ha l&#8217;occhio che pare sempre guardare oltre, lontano, avanti. Come le sue squadre, costruite proprio con quell&#8217;idea fissa: andare avanti. Comunque, a discapito delle conseguenze. Zdenek Zeman è così, con la sigaretta tra le labbra, quasi una scusa per farci credere che ha la bocca impegnata in altre faccende per parlare. Perché il boemo di nascita ma pugliese d&#8217;adozione sa che quando parla, ci si aspetta sempre qualcosa da lui. Forse è proprio per questo che si contiene: perché le sue sono parole potenti, capaci di costruire squadre e demolire quello che non va (come le farmacie del calcio). <strong>Zeman è molto di più di quello che il documentario <em>Zemanlandia</em> mostri</strong>. Ma il cinema è metonimia e allora accontentiamoci di vedere la parte di Zdenek che ha segnato l&#8217;inizio della sua salita nel calcio che conta, quel Foggia dei miracoli nato da un centro d&#8217;allenamento peggiore persino di tanti oratori di provincia tirati su con quattro soldi nelle nostre città. Una squadra costruita sulla filosofia dei gradoni, simbolo degli esercizi fisici massacranti cui vengono sopposti i suoi uomini. Certo il 4-3-3 sarebbe solo un insieme di numeri inutili, se non ci fossero il ciuffo biondo e le giocate supersoniche di Beppe Signori, le incursioni di Rambaudi e la fatica di Di Biagio, ma a Zemanlandia contano persino i cross di Codispoti, uno che &#8211; come tanti altri &#8211; senza il maestro di Praga difficilmente avrebbe ben figurato in serie A.</p>
<p>Il documentario di Giuseppe Sansonna racconta quel momento magico rossonero della carriera di <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/01/zdenek-br-dei-miracoli_2.jpg" alt="" />Zeman e lo fa seguendo <strong>una narrazione classica, senza particolari espedienti narrativi o ricostruzioni di fiction, ma pescando dall&#8217;archivio immagini dell&#8217;epoca</strong>. La voce narrante è alternata a quella dei giocatori protagonisti e, soprattutto, ai siparietti tra l&#8217;allenatore e il presidente, don Pasquale Casillo, due che sembrano messi insieme apposta per generare l&#8217;effetto tipico del comico e della spalla. «Mi piaceva vedere quello che succedeva intorno a me. E succedeva sempre qualcosa» racconta Zeman. Infatti emerge attorno al Foggia un mondo che vede il calcio come religione, come superstizione, come macchina da soldi, come intrigo. Vengono tratteggiati i caratteri caricaturali dei cronisti di provincia, in bilico tra cadute nel trash e ruolo di cantori di un&#8217;epica. Scopriamo persino che una volta mister Zdenek si sedette a un tavolo per cenare con Luciano Moggi.</p>
<p>Nel documentario mancano lo Zeman della Capitale vissuta su entrambe le sponde (biancoceleste e giallorossa) del Tevere; quello del Lecce di Vucinic e Bojinov; quello che si interroga sullo sviluppo fisico di Del Piero e Vialli; quello disorientato di Napoli, Brescia, Fenerbahce e Stella Rossa, dove non è più riuscito a far magie; quello delle massime filosofiche (scopritele sul <A href="http://www.zeman.org/zeman-pag.php?PagID=4" class=titolo>suo sito</A>) che lo hanno resto cult. <strong>Ma da <em>Zemanlandia</em> emergono comunque il suo spirito, i suoi principi e il suo modo d&#8217;essere</strong>. Per Zdenek la vita sembra una partita a carte, <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2010/01/zdenek-br-dei-miracoli_3.jpg" alt="" />nella quale si può rischiare di vincere o di perdere tutto, senza mezze misure. Vedere questo film, però, non è facile. E&#8217; stato trasmesso da ESPN Classic ed è stato presentato in alcuni festival. La distribuzione in dvd, invece, è stata annunciata ma &#8211; a quanto pare &#8211; non ancora realizzata (se ne discute anche sul <A href="http://www.zeman.it/forum/viewtopic.php?t=1713&#038;start=0&#038;postdays=0&#038;postorder=asc&#038;highlight=&#038;sid=95616057af46a702ceb4c88d3e1269fb" class=titolo>suo forum</A>). E&#8217; fuori dal giro come Zeman? Dove è finita oggi <em>Zemanlandia</em>? E&#8217; sparita come Atlantide. Con i suoi tesori. Ma il mistero che si nasconde dietro questa storia è più brutto: Casillo rivela di aver avuto la promessa di una salvezza se non avesse richiamato il boemo ad Avellino. Lui non si piegò e fu serie C. E perché oggi non lavora più? Prova a rispondere direttamente il boemo: «Si vede che non c&#8217;è bisogno di allenatori».</p>
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		<title>Il destino che cambia i progetti</title>
		<link>http://www.hideout.it/2009/10/14/il-destino-che-cambia-i-progetti/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Mazza</dc:creator>
				<category><![CDATA[documentari]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.hideout.it/?p=8489</guid>
		<description><![CDATA[Un documentario non scritto, che si è scritto da solo. Nato come il racconto della storia di un uomo in balia delle scelte aziendali della Thyssenkrupp, il documentario della coppia Balla-Repetto resta coinvolto nella tragedia della notte torinese tra il 5 e il 6 dicembre 2007. E diventa altro senza mai perdere di vista l’uomo. Amarezza, disillusione e assurdità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2009/10/il-destino-che-cambia-i-progetti_1.jpg" alt="" />Un film semplice che inizia con una scritta significativa: “questo film non è stato scritto”. Se si pensa che, inizialmente, il progetto della coppia Pietro Balla e Monica Repetto, fondatori nel 2002 della società di produzione indipendente deriva film, era destinato a raccontare, semplicemente, la vicenda, non semplice, di un uomo, Carlo Marrapodi, alle prese con le strategie aziendali della tedesca ThyssenKrupp, quella frase può avere più senso di quanto non se dia perché rappresenta il centro nevralgico del film. Perché questo progetto ha seguito lo scorrere inaspettato degli eventi e quasi li ha tragicamente anticipati o, forse, terribilmente previsti. E guardando Carlo manifestare per i tagli aziendali, i licenziamenti e la possibilità di trasferimento da Torino a Terni nei mesi precedenti alla fatale notte del 5 e 6 dicembre 2007, vengono un po’ i brividi perché si rimane increduli davanti a quello che non è mai stato fatto, non è mai stato aggiustato, pulito, cambiato. <strong>Si assiste ad un triste spettacolo e da spettatore si rimane a bocca aperta</strong>, con le mani in mano, bloccati a sentire parole, osservare gesti che, si sa fin da subito, non serviranno a nulla. Anzi, serviranno soltanto a creare più rabbia, più rancore, più fastidio.</p>
<p><em>ThyssenKrupp Blues</em> nasce come <strong>un’indagine sulla vita quotidiana di operai ma procede subito con essenzialità</strong>, scartando tutto ciò che non serve ai fini di una narrazione compatta che sceglie di soffermarsi sulla vita giovane di Carlo, calabrese che è salito al Nord, che vive a Torino da sette anni e che lavora per una delle aziende del settore siderurgico più note al mondo. Il volto di Carlo è sempre messo in primo piano, già un po’ rugoso, già un po’ affaticato. <img class="alignleft size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2009/10/il-destino-che-cambia-i-progetti_2.jpg" alt="" />Lui appare spontaneo davanti alla macchina da presa (e chi ci sta dietro lo dirige finché può). I capelli sono pochi ma tutti dello stesso colore: neri. La sua storia assomiglia a quelli di tanti altri: 31 sono i suoi anni, 722775 è il numero della sua matricola al lavoro, Pazzano, paesino di Reggio Calabria, è il suo luogo di nascita, 16 gli anni che aveva quando ha lasciato casa sua per trovare fortuna altrove. Una ricerca che, per lui, ha coinciso con l’incontro sui navigli milanesi di Alda Merini che gli regalò una sveglia. Poi la Germania, come cameriere insieme al fratello. E poi la fabbrica, dagli inizi del 2000. La lettera in cui gli viene chiesto di scegliere trasferimento o licenziamento. La cassa integrazione e la fuga a Pazzano, perché la tendenza, oggi, è molto più frequente di quanto sembri, e l’ondata migratoria va al contrario, da su a giù. Ma Carlo poi viene richiamato insieme ad altri 200 e riprende a fare la vita di sempre, lavorando in condizioni sempre più disastrose.</p>
<p><strong>La macchina da presa non entra mai negli stabilimenti di Torino perché interessata alla vicenda umana</strong>. I particolari messi in luce sono altri, quelli cioè che di solito meno interessano. Poi accade quello che si temeva. E qui <em>Thyssenkrupp Blues</em> è costretto a compiere una scelta rischiosa: fermarsi o continuare. <em>TB</em> continua e diventa altro ma lo fa con coerenza, mostrando, ancora una volta, il volto di Carlo, cercando finché può di evitare le sue lacrime di dolore. La scommessa è vinta e il dolore non pilota lo spettatore. Semplicemente si fa sentire. Senza essere più bastardo della realtà. Dopo l’incidente di dicembre, i giornali, la puntata speciale di Santoro, il processo, Carlo si ritrova di nuovo in cassa <img class="alignright size-full" width="250" height="172" src="http://www.hideout.it/wp-content/uploads/2009/10/il-destino-che-cambia-i-progetti_3.jpg" alt="" />integrazione con uno stipendio ridicolo che lo costringe a lasciare la casa di Torino. Tra i suoi capelli, ci racconta la mdp, ce ne sono alcuni bianchi.</p>
<p><strong>Curiosità</strong><br />
Carlo Marrapodi ora vive in Calabria nella casa della sua famiglia. Monica Repetto è stata per Fox Crime (piattaforma Sky) produttore e co-autore del programma in quattro puntate con Michele Placido <em>Scatti di nera</em>. Ha da poco terminato un documentario storico sulle acciaierie Falck di Sesto San Giovanni, prodotto in collaborazione con Rai Educazione. <em>Thyssenkrupp Blues</em> è il suo primo lungometraggio. Presentato alla 65. Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, il film non è mai uscito al cinema, ma pare sia stato acquistato da Rai Cinema.</p>
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